Jamie (Aaron Taylor-Johnson) and his son Spike (Alfie Williams) in Columbia Pictures' 28 YEARS LATER.
Jamie (Aaron Taylor-Johnson) and his son Spike (Alfie Williams) in Columbia Pictures' 28 YEARS LATER.

Sono passati quasi 30 anni da quando Jim si svegliò in una stanza d’ospedale silenziosa per scoprire di essere sopravvissuto a un’epidemia di rabbia, ritrovandosi in una Londra completamente deserta a vagare alla ricerca di altri esseri umani. Questo è l’inizio di 28 giorni dopo (2002), il film di Danny Boyle divenuto un cult, che oggi continua in un mondo molto diverso da quello iniziale. Un mondo in cui chiunque, sopravvissuti e infetti, hanno imparato a non morire.

28 anni dopo, attesissimo sequel diretto dal regista premio Oscar Danny Boyle, scritto da Alex Garland e prodotto da Cillian Murphy, arriva al cinema ed è un sequel maturo, complesso, che riflette i propri tempi esattamente come faceva 28 giorni dopo, con la possibilità di tradurre in nuovi linguaggi la spaventosa contemporaneità grazie a una propensione all’horror che, fortunatamente, non si chiude nel genere. Si parla di Brexit, di ruoli di genere, di scelte che ci separano dai padri, il tutto giocato sapientemente tra le righe.

Spoiler: non ci sono cattivi nel film di Danny Boyle, ma solo uomini e donne che in un modo o nell’altro si sono adattati, sopravvivendo.

Imparare a uccidere

Teletubbies e litri di sangue: 28 anni dopo mette subito in chiaro che la tematica principale sarà la distruzione dell’innocenza, e la scelta di essere o meno simile a chi quell’innocenza l’ha calpestata. Sui Teletubbies Boyle arriverà solo alla fine del film, ma il resto viene sviluppato attraverso il percorso del dodicenne Spike.

Come quella Londra quasi senza abitanti, molti altri luoghi della Gran Bretagna sono stati scenari di massacri in quasi tre decenni di quarantena e in un teatro di orrore e sofferenza, chiunque ha attraversato il suo inferno personale, arrivando o meno al presente. Protagonisti di 28 anni dopo sono gli abitanti dell’isola di Lindisfarne, collegata alla terra ferma (la contea di Northumberland) da una strada sopraelevata, percorribile solo con la bassa marea.

Nel tempo la loro comunità si è adattata per crescere. Le persone si spostano sulla terraferma per cacciare, animali e infetti, e si tengono al sicuro protette da una fortificazione costantemente controllata. Le loro modalità sociali hanno fatto un passo indietro: gli uomini tornano a essere uomini e le donne madri, mogli, magari maestre, in una divisione dei ruoli abbastanza netta che cancella la modernità. E una cosa molto importante viene insegnata ai giovani come Spike (Alfie Williams): uccidere prima di essere ucciso. Così il film segue la sua iniziazione. Il padre Jamie (Aaron Taylor-Johnson) lo porta per la prima volta sulla terraferma invece di mandarlo a scuola, a stretto contatto con gli altri, gli infetti, che a loro modo si sono organizzati in una speculare comunità. Anche loro, trasformati dall’esigenza di sopravvivere, combattono con cieca violenza gli “invasori”.

Il linguaggio bellico è una metafora che connota tutta la prima parte del film, in cui inserti tratti dall’Enrico V di Laurence Olivier contestualizzano la guerra attuale mettendola in parallelo a quella tra inglesi e francesi, mentre, in modo martellante, risuona la poesia Boots di Rudyard Kipling. Spike subisce una vera e propria iniziazione all’età matura: un’età lontana dall’abbraccio di sua madre (Jodie Comer) che è malata da mesi e bloccata al letto, ma vicina al massacro come unica soluzione.

Il ritmo delle prime sequenze è quasi una performance di morte, in cui suono e immagine si uniscono, e i personaggi iniziano a danzare la loro coreografia. Finché Spike non tradirà i passi imposti da suo padre.

Memento mori/Memento amoris

A spezzare le apparenze è un sogno che Spike fa quando rimane bloccato di notte con il genitore. Un sogno rivelatore, un incubo tinto di sangue in cui per la prima volta scorge la verità dietro alle bugie che gli hanno sempre raccontato, i segreti celati, le debolezze del padre, la proiezione di ciò che non vuole diventare.

In 28 anni dopo Spike impara che si può morire anche per altro, qualcosa di distante dal morso di un infetto, allo stesso modo comprende che si può vivere per altro, e non solo per ciò in cui crede Jamie. La prima esperienza lontana dall’isola gli mostra finalmente le cose per come sono, e lo avvicina ancora di più all’amore di sua madre. L’incontro che i due faranno con il Dr. Ian Kelson (Ralph Fiennes) trasmetterà al ragazzo una serie di lezioni lontane da quelle apprese fino a quel momento. Se la comunità dell’isola è regredita al Medioevo, Kelson sta tornando, con riti e pratiche, a una fase ancora più antica.

Memento mori, ricorda Kelson a Spike, ma anche Memento amoris, per conservare la memoria di chi non c’è più con rispetto e amore, tenendosi stretta la propria parte più umana, quasi religiosa, che riesce ancora a distinguersi dagli infetti. Su una scia sentimentale (e sentimentalista) di speranza e compassione, Boyle esagera giusto per qualche dettaglio, realizzando però un avvincente viaggio dell’eroe.

Come Jim nel 2002 sceglieva la sua strada reagendo al male che lo circondava, Spike si allontana dall’isola e da suo padre, alla ricerca di una narrazione solamente sua, secondo le sue regole.

Dr. Kelson (Ralph Fiennes) and Isla (Jodie Comer) in Columbia Pictures’ 28 YEARS LATER.

Torna Boyle in tutta la sua potenza visiva

28 anni dopo torna al flusso concitato e adrenalinico a cui Boyle ci ha abituato con alcuni dei suoi film più amati. L’uso di IPhone da parte di alcuni degli attori stessi nelle riprese più dinamiche crea un tessuto visivo contaminato, iper contemporaneo. Le angolazioni visive che ci riserva il regista sono inaspettate, multidimensionali, e la musica si compenetra alla perfezione alle immagini.

Le sequenze di combattimento sono confezionate sulla linea dell’analisi bellica che il regista porta avanti dall’inizio, e si soffermano sulle frecce che trafiggono i corpi, sui colpi, i dettagli degli scontri, presentando a chi guarda, come in un assetto videoludico, varie prospettive con un ritmo insistente.

Dove il genere “accoglie” la violenza estrema facendola rientrare in uno schema di intrattenimento, le scelte visive di Boyle ne travalicano i confini, riportandola a una cruda realtà di fazioni in contrasto, in cui difficilmente si riesce a individuare il vero mostro. A cambiare sono le regole del presente, e la paura di un primo capitolo colmo di incertezze per il prossimo futuro si annulla, cedendo il posto a nuovi sentimenti, come l’esigenza del giovane protagonista di crescere secondo regole imposte da altri.

In breve

28 anni dopo è un sequel che cambia pelle, esattamente come ha fatto il mondo negli ultimi anni. Alla luce di una quarantena vissuta fuori dallo schermo, di una serie di scelte politiche determinanti per il paese che Boyle sceglie come scenario, e di un’involuzione dei rapporti umani, il suo film è la lettura più drammatica e puntuale degli effetti di tutto questo, ovviamente in salsa zombie.

28 anni dopo. Illustrazione di Lorenzo Scipioni

28 Anni Dopo, diretto dal premio Oscar Danny Boyle con Jodie Comer, Aaron Taylor-Johnson, Jack O’Connell, Alfie Williams e Ralph Fiennes sarà dal 18 giugno al cinema prodotto da Sony Pictures e distribuito da Eagle Pictures.

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
7.5
Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.
28-anni-dopo-danny-boyle-recensioneÈ una spaventosa contemporaneità quella di 28 anni dopo. Si parla di Brexit, di ruoli di genere, di scelte che ci separano dai padri, il tutto giocato sapientemente tra le righe. E in salsa zombie, ovviamente.