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3/19 regia di Silvio Soldini

3/19 è il nuovo film di Silvio Soldini, uscito nelle sale italiane l’11 novembre.

Racconta la vicenda di Camilla (una magistrale Kasia Smutniak), avvocatessa che vive solo ed esclusivamente per il suo lavoro trascurando il mondo esterno. O almeno fino a un evento che le stravolge l’esistenza.

Una storia che mostra la graduale scoperta del proprio Io, attraverso un viaggio fisico ed introspettivo. Una riscoperta del Sé, tra ombre ed enigmi, proprio come evoca anche il titolo stesso: un numero che apparentemente non dice nulla, ma che attraverso lo scioglimento della narrazione, riuscirà a dare allo spettatore, una degna e cruda spiegazione.

3/19. Il titolo evocativo di una mancanza di identità

A differenza di molti romanzi o film, che manifestano già nei titoli i nomi dei soggetti protagonisti – citandone alcuni: Anna di Niccolò Ammaniti, Madame Bovary di Flaubert, Jane Eyre di Charlotte Brontë – il film di Soldini, non riporta alcun nome, ma solo una serie di numeri. Quegli stessi numeri che vengono utilizzati dall’obitorio di Milano (ambientazione primaria del film), per indicare un corpo che, dopo la morte, non viene riconosciuto né identificato da nessuno.

Il numero diventa il suo nome che nel caso del film è il 3, in quanto terza persona deceduta non identificata durante l’anno (2019). Per l’appunto: 3/19.

E sarà grazie al percorso di Camilla – non solo quello delle sue ricerche, ma soprattutto quello interiore – che si cercherà di convertire quel numero in un nome.

Costruire la propria identità attraverso la ricerca dell’altro. Un parallelismo con Michelangelo Antonioni

Quello che fa la protagonista all’interno della storia, è ricercare spasmodicamente l’identità di un ragazzo deceduto successivamente ad un incidente, in cui lei stessa si è trovata coinvolta.

Questo coinvolgimento la fa sentire responsabile, non solo della morte, ma anche nel dover riuscire a restituire al defunto il suo vissuto, attraverso il riconoscimento.

Della vittima non si sa nulla. Le essenziali ma poco rilevanti informazioni che Camilla riesce a ottenere dal direttore dell’obitorio, Bruno (Francesco Colella) sono quelle inerenti alle origini e all’età. Un giovane arabo tra i 18 e i 20 anni.

Molto probabilmente un ragazzo immigrato, che per sopravvivere si avvaleva di identità fittizie e molteplici, così da poter risiedere sul territorio e riuscire ad accedere a diversi servizi, come la mensa dei poveri, o fare richiesta presso i diversi dormitori.

La protagonista, che fino a quel momento viveva solo in funzione del proprio lavoro, trascurando qualsiasi aspetto della propria vita, come quello sentimentale od il rapporto con la figlia, inizia a canalizzare ogni energia fisica e mentale nella ricerca del vissuto del ragazzo deceduto.

Questa ricerca compulsiva, pregiudicante perfino nei suoi rapporti professionali e familiari, è una chiara ricerca di se stessa. Le lacune che si è trascinata fino all’età adulta, ora cercano un perché, cercano risposte alle tantissime domande irrisolte. 

Camilla cercherà di colmare i vuoti interiori, attraverso la ricostruzione dell’identità del ragazzo, riuscendo, finalmente, a dare un senso al suo costante stato di irrisolutezza e di disagio.

Diventa così protagonista di una profondissima crisi esistenziale che rievoca parallelismi con L’avventura di Antonioni.

Nel finale di Soldini, vi è un palese riferimento al film di Antonioni, in cui Monica Vitti accarezza teneramente Gabriele Ferzetti seduto su una panchina desolata con Taormina e l’Etna sullo sfondo. In 3/19 Soldini utilizza un’inquadratura simile, in cui Kasia Smutniak, timidamente sfiora la mano di Bruno, ammirando il mare della Liguria.

Camilla come soggetto non identificato

Nonostante a Camilla non manchi apparentemente nulla, in realtà la sua intera esistenza è niente.

Vive una vita agiatissima. Proprietaria di una casa lussuosa nel quartiere borghese di Milano, ha un lavoro elitario all’interno di uno dei più grandi e famosi studi legali della città, è molto stimata dai colleghi, tanto da proporle la posizione di socia nello studio per il quale lavora con strema dedizione e caparbietà. Ma tutto questo è l’unica cosa che ha.

Non ha una relazione stabile da anni, l’unico uomo con il quale decide di passare del tempo e con il quale non ha il minimo desiderio di impegnarsi, è già sposato. Il rapporto con sua figlia Adele, interpretata dall’attrice Caterina Forza, è pressoché fallimentare, tanto che le due si rivolgono la parola solo per banali motivi di circostanza.

Intorno a Camilla, non vi è nulla se non il lavoro e le quattro mura della sua casa, che risultano essere tanto grandi quanto vuote, proprio come la sua anima svuotata di relazioni umane.

L’unico elemento di calore che emerge dal film è lo sguardo malinconico della protagonista, quando dalla sua terrazza, si ferma ad osservare, nel palazzo di fronte, una coppia di anziani signori, che seppur vivendo in un contesto più umile rispetto al suo, sono pieni di amore e di serenità, quella stessa serenità che le sfugge.

I grandi spazi vuoti e gelidi che la circondano, non sono altro che lo specchio della sua interiorità. Con questo Soldini vuole mostrarci come, nonostante le vite di Camilla e del ragazzo non identificato siano diametralmente opposte, in realtà c’è una forte componente che rende questi due personaggi identici: entrambi non sono identificati da nessuno. Camilla è priva di relazioni, perciò è priva di identità, tanto quanto il nostro numero 3 non identificato.

Il diverso che ci determina

È solo quando Camilla si apre a tutto ciò che è diverso da lei ed inesplorato, che inizia finalmente a mettere insieme i pezzi della sua vita.

Si interfaccia, per esempio, con una realtà priva di agio, fatta di scarpe usate e mense per i poveri. La stessa realtà che poi le illustrerà il cammino. 

L’inizio della frequentazione con Bruno, il direttore dell’obitorio, che vive in una dimensione decisamente meno frenetica e nettamente più modesta della sua, fatta di pranzi in un giardino condominiale, con amici che vivono di spensierata lentezza, in nome del pieno godimento della vita, le faranno aprire gli occhi su cosa sia veramente prioritario

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Sono il risultato di un incastro perfetto tra la razionalità della Legge e la creatività del cinema e la letteratura. La mia seconda vita è iniziata dopo aver visto, per la prima volta, “Vertigo” di Hitchcock e dopo aver letto “Le avventure di Tom Sawyer” di Mark Twain. Mi nutro di conoscenza, tramite una costante curiosità verso qualunque cosa ed il miglior modo per condividerla con gli altri è la scrittura, l’unico strumento grazie al quale mi sento sempre nel posto giusto al momento giusto.

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