horror-old-style-che-fine-ha-fatto-baby-jane
horror-old-style-che-fine-ha-fatto-baby-jane

Un viaggio oltre i mostri della Universal: 5 film dagli anni ’40 ai ’60 alternativi ai classici

Gli strumenti per creare la paura del film horror hanno innegabilmente subito un enorme sviluppo, in 125 anni di storia del cinema. Il crollo della censura e l’allargamento delle maglie della morale hanno permesso la rappresentazione di ciò che prima era impensabile proporre sullo schermo.

Non parlo solo di violenza grafica, ma anche psicologica. Tematiche già affrontate in passato vengono ora riproposte sviluppando tutta la fenomenologia intima connessa al dispiegarsi della brutalità dell’Altro.

Tuttavia, le modalità attraverso cui lo spettatore veniva spaventato in passato hanno una loro coerenza interna e un loro fascino primordiale: è ciò che ancora ci spaventa ridotto all’osso, spogliato di tutti gli orpelli moderni.

Vorrei proporvi cinque film che, dagli anni ’40 agli anni ’60, hanno saputo giocare con la mente dello spettatore, facendo leva meno sul lato orrorifico e soprannaturale, quanto più sull’inganno narrativo e sulle aspettative di chi guarda. Sono film molto diversi tra loro, ma che mi auguro possano rappresentare una valida alternativa ai mostri classici a cui immediatamente si pensa quando si parla di horror di altri tempi.

1 – Il bacio della pantera (Jacques Tourneur, 1942)

Il bacio della pantera (Jacques Tourneur, 1942) narra la tormentata relazione tra Oliver e Irena, una misteriosa donna serba che tutto voleva fuorché innamorarsi. La paura di Irena coincide inizialmente con quella dello spettatore: il timore ancestrale che la leggenda le incute, il dubbio sulla sua veridicità e il terrore di trasformarsi come le cat people del titolo originale le impedisce di vivere appieno la sua vita.

Il bacio della pantera (Jacques Tourneur, 1942), CREDITS: Web

Il film è in realtà un racconto sulla sessualità femminile, e sull’impotenza della psicoanalisi di fronte all’istintualità inconscia che le è propria. Questa puntuale riflessione si camuffa sotto le appetibili spoglie del film dell’orrore, come sarà abitudine di tanto cinema di Hitchcock. Un uso mirabile del sonoro rende alcune sequenza veramente memorabili. Su tutte, basti pensare alla scena dell’inseguimento di Alice e Irena: il rumore dei tacchi delle due donne si accompagna a vicenda, e l’improvviso fermarsi di quello di Irena inquieta Alice al punto da farle compiere azioni senza senso. Oppure, subito dopo, le orme insanguinate della pantera che, gradualmente, vengono visivamente associate, ancora una volta, al rumore dei tacchi di Irena.

Sarà proprio nel confronto con Alice, la brillante collega di Oliver, che Irena avrà modo di capire e calibrare la potenza della sua maledizione. È lo scontro tra una femminilità repressa e il suo corrispettivo ardentemente desiderato.

2 – Angoscia (George Cukor, 1944)

In Angoscia (George Cukor, 1944), Paula e Gregory si sposano in fretta e furia e si trasferiscono dall’Italia a Londra, nella casa d’infanzia di lei. Tuttavia, la donna nutre sentimenti contrastanti verso il 9 di Thornton Square, poiché è lì che, anni prima, sua zia Alice, che l’ha cresciuta, è stata brutalmente assassinata. Quando cominciano a succedere cose strane, la donna sarà portata a dubitare finanche di se stessa. Il titolo originale, Gaslight, è ormai un termine entrato nel linguaggio psicologico e, conoscendone il significato, si capisce facilmente dove il film andrà a parare. Dal punto di vista narrativo, il titolo viene giustificato fin dall’inizio, quando gli addetti accendono i lampioni a gas al calar del sole. L’elemento della luce tornerà nel film, come uno dei fattori che porteranno Paula/Ingrid Bergman sull’orlo della follia.

Angoscia (George Cukor, 1944), CREDITS: Web

Nemmeno per un attimo lo spettatore contemporaneo è portato a credere che Paula stia impazzendo e veda cose che non ci sono, e visivamente ci viene più volte suggerita la vera natura di ciò che stiamo osservando. Paula però, a differenza nostra, è cieca di fronte ai fatti, convinta com’è della malvagità intrinseca della casa. La figura intermediaria del detective/Joseph Cotten sarà necessaria perché la giovane apra finalmente gli occhi, e perché le ombre, i rumori e gli incidenti si rivelino per ciò che sono veramente.

3 – La scala a chiocciola (Robert Siodmak, 1946)

Ne La scala a chiocciola (Robert Siodmak, 1946) tutto è allestito per la messa in scena di un horror gotico in ambiente chiuso. Se al posto della dimora ci fosse stato un castello diroccato non ne sarei rimasta più di tanto sorpresa. Un assassino di giovani donne con disabilità fisiche o mentali si aggira nel paese. Helen, dama di compagnia muta presso i Warren è appena tornata da un pomeriggio al cinema interrotto bruscamente dall’ennesimo omicidio. Nella proverbiale serata buia e tempestosa, un presagio di morte incombe sugli equilibri della casa. Fin da subito lo spettatore viene ascritto ad un regime di conoscenza privilegiato rispetto a quello dei personaggi.

La scala a chiocciola (Robert Siodmak, 1946), CREDITS: Web

La magistrale scena sulla scala ci mostra l’ardore omicida dell’assassino, e quindi la sua presenza nella casa, attraverso il suo occhio desiderante che visualizza la disabilità di Helen cancellandole la bocca. Ci vengono gradualmente presentati tutti gli abitanti della casa come i possibili sospettati degli orrendi crimini. Ciò fa sì che il film si configuri quasi come un giallo alla Agatha Christie in cui però manca un investigatore. La messa in scena delle loro dinamiche relazionali ci fa da subito pensare che quello che sembra l’operato di un serial killer abbia in realtà dei motivi molto personali, le cui radici ci vengono suggerite negli scambi tra i personaggi, palesemente dominati da un intento didascalico.

Per gli amanti dei misteri che per la serata di Halloween vogliono perdersi in atmosfere soffocanti, spesso oscure e cavernose, e tentare di anticipare sui tempi narrativi la rivelazione finale.

4 – Che fine ha fatto Baby Jane? (Robert Aldrich, 1962)

In Che fine ha fatto Baby Jane? (Robert Aldrich, 1962) la vita delle due sorelle Blanche e Jane, ex attrici, è sovrastata dall’ombra della colpa e del risentimento. Jane ha causato l’incidente che ha costretto Blanche sulla sedia a rotelle. La possibilità di tornare alla ribalta provocherà in Jane sentimenti contrastanti. Al sempre più crescente e pericoloso livore nei confronti della sorella si unirà una contentezza smodata, accompagnata da un’inquietante regressione all’infanzia, epoca in cui Jane era sulla cresta del successo.

Film horror: Che fine ha fatto Baby Jane?
Che fine ha fatto Baby Jane? (Robert Aldrich, 1962), CREDITS: Web

Iniziatore di un vero e proprio sottogenere dell’horror, ovvero il Grande Dame Guignol, Baby Jane è una storia cupa, in cui il confine tra violenza psicologica e fisica viaggia continuamente sul filo del rasoio. Intrappolati come Blanche nella soffocante dimora delle sorelle Hudson, noi non possiamo che subire con lei le torture allo stesso tempo infantili e perfide di Jane, fino ad una rivelazione che mette in crisi i nostri processi di identificazione spettatoriale. La tensione viene costruita grazie ad un uso funzionale del montaggio e del rapporto interno/esterno, ad un impiego quasi manipolato del tempo, e all’incertezza dei limiti che regolano le esplosioni di ira di Jane. È straordinario vedere due attrici del calibro di Bette Davis e Joan Crawford in queste vesti grottesche e inedite. Incarnano una riflessione sull’invecchiamento e sullo statuto dell’attrice una volta sfiorita la sua giovinezza.

5 – 5 corpi senza testa (William Castle, 1964)

5 corpi senza testa (William Castle, 1964) è veramente un titolo che trasuda essenza B-movie da tutti i pori. E dato il regista, forse, è quanto di più appropriato la distribuzione italiana potesse ideare. Il più neutro Strait-jacket originale ci inserisce già nel vivo della narrazione. Lucy Harbin/Joan Crawford, dopo essere stata rinchiusa per vent’anni in un manicomio in seguito all’omicidio del marito e della sua amante, torna dalla figlia Carol, e cerca di reintegrarsi in una vita familiare che da tempo le è totalmente estranea. Tuttavia, una serie di omicidi le renderà difficile tornare alla normalità, soprattutto se la sospettata numero uno non può che essere lei. Noi spettatori, fin da subito, diamo per scontata la colpevolezza di Lucy, e ci chiediamo come e perché sia tornata succube dell’istinto omicida.

5 corpi senza testa (William Castle, 1964), CREDITS: Web

E la sua fragilità mentale non fa che validare la nostra ipotesi. L’ambientazione rurale assurge a microcosmo indipendente da ciò che è esterno, ed è infatti con l’intrusione del vecchio medico di Lucy che cominceranno i guai. Il make-over a cui Carol sottopone la madre, per farla sentire ‘come una volta’, ricorda una ben più famosa trasformazione: quella di Judy in Madeleine ne La donna che visse due volte. Noi siamo inevitabilmente portati a pensare che questo riproporsi violento del passato stia spingendo Lucy ad istinti omicidi che lei credeva ormai sopiti. La tensione è ben costruita e viene sciolta, omicidio dopo omicidio, a colpi di accetta.

Con la speranza che questi spunti vi aprano un mondo di altri film d’epoca, vi intimo ora di spegnere le luci e di lasciarvi trascinare dai suoni e dalle atmosfere… buona visione!

Continuate a seguire FRAMED su Facebook e Instagram!

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui