Edward Norton, Monica Barbaro, Timothée Chalamet e il regista James Mangold all'anteprima italiana di "A Complete Unknown" Foto di Ernesto S. Ruscio/Getty Images for Disney
Edward Norton, Monica Barbaro, Timothée Chalamet e il regista James Mangold all'anteprima italiana di "A Complete Unknown" Foto di Ernesto S. Ruscio/Getty Images for Disney

“Questa sala è strapiena, molto più di quanto mi sarei aspettato. Grazie di aver scelto di prendervi del tempo per guardare il nostro il film”, esordisce così Timothée Chalamet, a Roma lo scorso 17 gennaio, durante l’incontro stampa del film A Complete Unknown. Un ringraziamento sincero, che quasi si scontra con la banale verità che non esiste giornalista di cinema e cultura che avrebbe perso l’occasione di capire perché si parla così tanto del nuovo film di James Mangold.

Una storia vera, che però non è un biopic, quella di un giovane Bob Dylan tra il 1961 e il 1965, ovvero da quando arriva a New York come un completo sconosciuto fino a quando decide di imbracciare la chitarra elettrica e trasformare il corso della storia della musica, del folk e forse di tutti noi.

Un progetto che ha richiesto oltre cinque anni di lavoro e che sta già ricevendo importanti riconoscimenti soprattutto per l’interpretazione di Chalamet nei panni di Bob Dylan. I primi video dell’attore che impara a suonare la chitarra, e che nessuno allora ha preso sul serio, risalgono al set della prima parte di Dune, in cui Chalamet cantava Dylan nei costumi di scena di Paul Atreides.

Timothée Chalamet in A Complete Unknown. Foto di Macall Polay, Courtesy of Searchlight Pictures
Timothée Chalamet in A Complete Unknown. Foto di Macall Polay, Courtesy of Searchlight Pictures

Il percorso verso A Complete Unknown

“Abbiamo avuto cinque anni e mezzo per fare questo film”, afferma sempre Chalamet. “E in tutto questo tempo è cresciuta la mia sicurezza, la fiducia in ciò che stavo facendo insieme al cast e sotto la guida di Mangold (il regista, ndr), qui accanto a me. Ciò di cui sono più orgoglioso oggi è la certezza di aver dato il 150%. Non c’è mai stato un momento in cui non ci siamo impegnati in modo totalizzante. Sapevamo di avere due mesi e mezzo, massimo tre, per poter essere Pete Seeger, Joan Baez e Bob Dylan, e il resto delle nostre vite per essere chi siamo. Questo livello di dedizione richiede estrema concentrazione e l’abbiamo sempre avuta. È questo ciò di cui sono più orgoglioso”.

Cosa spinge, però, un regista come James Mangold che ha fatto davvero di tutto – da Ragazze interrotte a Logan, da Walk the Line a Indiana Jones 5 – a scegliere come soggetto gli esordi di Bob Dylan? Da lui scritto oltre che diretto, dal libro Il giorno che Bob Dylan prese la chitarra elettrica di Elijah Wald.

“In quanto narratore, io stesso ho capito che non esiste una verità ultima e assoluta”, prosegue Mangold. “Nella preparazione di questo film ho anche parlato con Bob Dylan. In generale abbiamo letto i più importanti autori e giornalisti, abbiamo visto tutti i documentari e tutti si contraddicono a vicenda. I documentari, soprattutto, sono film su persone che sanno di essere riprese e che non smettono mai di recitare per la telecamera. Le biografie sono testimonianze di persone che si pongono al centro della storia, lasciando fuori dall’inquadratura i loro fallimenti, per evidenziare i traguardi”.

Conferenza stampa di A Complete Unknown a Roma, 17 gennaio 2025
Conferenza stampa di A Complete Unknown a Roma, 17 gennaio 2025

Cosa vuole raccontare A Complete Unknown

Definire la verità perciò non è qualcosa di relativo soltanto a Bob in questo caso, è qualcosa che riguarda tutti”, prosegue Mangold. “Qualcosa che riguarda il fatto che noi tutti cambiamo cornice e confini alla nostra storia. Anziché cercare verità fattuali, a cui chiaramente facciamo riferimento nel film, soprattutto nell’ordine cronologico delle cose, abbiamo cercato di trovare una sensazione, un tono della verità, qualcosa che nessun altro mezzo, se non il cinema, è in grado di fare”.

C’è una chiave di interpretazione di A Complete Unknown che, in particolare è Edward Norton a fornire. Nel film interpreta il grande artista folk e attivista Pete Seeger: “James Mangold ci ha permesso di abbandonare il peso della reputazione che le vicende che interpretiamo occupano nella nostra storia culturale. Ci ha chiesto di rappresentare interazioni umane basilari costruendo su di esse la posta in gioco del film e dimenticandoci del resto. È stato molto liberatorio avere un regista che ci permettesse di lasciare andare quel peso, per poter recitare”.

Una storia vera, non un biopic

La visione di James Mangold è chiara, evitare a tutti i costi di fare una pagina di Wikipedia: “Certamente volevo che gli attori apparissero come i loro personaggi. Ciò che non volevo era che il lavoro esteriore – i manierismi, la postura, il modo di camminare o la voce – oscurasse il lavoro interiore. Non volevo solo la serra. Volevo che crescessero anche i fiori all’interno”.

Il segreto per far crescere i fiori è non cercare l’imitazione. Riguardo Joan Baez, per esempio, Monica Barbaro afferma: “È chiaro che nell’interpretarla ho voluto somigliarle. Ed è anche ciò che in parte si aspettano i fan: vedere qualcosa di riconoscibile. La stessa Joan però l’ha detto in un bell’articolo che ho letto mentre lavoravo al film, se provi troppo a rendere qualcosa perfetta, finisce che la privi di ciò che la rende interessante. E l’ultima cosa che volevo era non riuscire a dare personalità a questa Joan”.

Monica Barbaro, Edward Norton e Timothée Chalamet all'anteprima italiana di A Complete Unknown a Roma, Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. Foto di Ernesto S. Ruscio/Getty Images for Disney
Monica Barbaro, Edward Norton e Timothée Chalamet all’anteprima italiana di A Complete Unknown a Roma, Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone. Foto di Ernesto S. Ruscio/Getty Images for Disney

A Complete Unknown e la politica

Non è inoltre semplicemente possibile parlare di Bob Dylan senza fare riferimento al contesto in cui scrive le sue canzoni (che, ricordiamolo, l’hanno portato a diventare il primo e ancora unico cantautore premio Nobel per la letteratura). La sua Blowin’ in the Wind arriva prima di A Change is Gonna Come, ispirando Sam Cooke e diventando così un inno delle manifestazioni per i diritti civili.

Bob Dylan cantava di tempi che cambiavano mentre cambiavano e rivoluzionavano l’Occidente. L’ha sempre fatto senza paura delle conseguenze. E questo già in sé forse carica di aspettative politiche A Complete Unknown. Non è però ciò a cui il cast vorrebbe fosse ridotto il film.

“Discutere il significato delle canzoni diminuisce il loro potere, così come discutere il significato dei film. E il potere più grande è nelle orecchie di ascolta e trova il proprio significato”, afferma Edward Norton. Credo davvero che non ci sia niente che possiamo dire in proposito che non riduca, non rimpicciolisca il messaggio del film. Penso che sia meglio per ogni spettatore cercare e indagare il proprio significato. Chi pensa ci sia un messaggio politico, ne scriva, lo dica. Se c’è qualcosa che di emotivamente interessante, cerchi di elaborarlo. Se non si riesce a vedersi in un film, allora quel film non ha molto valore“. E aggiunge: “Personalmente non amo parlare del significato delle cose che faccio, perché mi sembra sempre di privare il pubblico della possibilità di cercare il proprio”.

Timothée Chalamet in A Complete Unknown
Timothée Chalamet in A Complete Unknown. Courtesy of Searchlight Pictures

Una posizione abbastanza diplomatica, che cerca accuratamente di evitare qualsiasi riferimento all’attualità, adottata anche da Monica Barbaro, che afferma: “Certamente la storia si ripete e credo che anche se i testi di Bob Dylan spesso erano molto specifici, riferiti a un tempo e uno spazio, in essi c’è sempre una vaghezza che riguarda, in generale, l’ipocrisia umana, l’idea che spesso perdoniamo i nostri comportamenti ma dimentichiamo ciò che facciamo agli altri, nel mondo, e perché lo facciamo. Si tratta di questioni senza tempo, per questo la musica di Dylan risuona ancora in noi oggi. Al tempo stesso credo che ci sia ancora molta critica sociale nella musica, ma per lo più rap. Dipende da quanto si è disposti a prestarle attenzione. Come le parole di Bob Dylan sono ascoltate oggi, a distanza di decenni, credo che in futuro continueremo a parlare di artisti come Kendrick Lamar“.

Un Bob Dylan ventenne, oggi

La mossa forse intelligente di Mangold, in un film che vuole raccontare ma non imitare la vita di Bob Dylan, è lasciare che a interpretarlo sia un’icona Gen Z come Timothée Chalamet. “Se c’è una lezione che l’intero nostro Paese può trarre dalla storia di Bob Dylan in questo momento” – afferma Chalamet a Roma – “è l’abbraccio alla propria individualità, allo spirito creativo, personale e libero della propria identità. Essere chi ti senti di essere. Bob Dylan ha trovato il suo nome, ha trovato la sua arte, la sua espressione. È questa la lezione che credo di aver imparato, la creazione di sé, la capacità di non farsi limitare dagli altri, dal resto”.

Il contesto chiaramente è diverso, e forse non ha senso fare troppi paragoni, ma questo non rende meno potente il senso dell’intera operazione: “Negli anni Sessanta ovviamente non c’ero, ma credo che ci fosse un ottimismo sincero nei confronti dei valori etici che persone come Bob Dylan portavano avanti. Oggi, forse, il problema con la mia generazione è il cinismo. L’idea per cui, se qualcuno oggi prova a fare una canzone politica, molti alzano gli occhi al cielo e si chiedono quale sia il vero motivo. Forse qualcuno lo farà lo stesso. Forse qualcuno romperà questi schemi”. E sì, c’è chi l’ha fatto, Macklemore per esempio, ma questo è un altro discorso.

La sfida di A Complete Unknown

Durante la promozione di un film si cammina sempre sul filo del disastro, perciò è comprensibile anche la ritrosia con cui il cast affronta il lato politico di Bob Dylan. Soprattutto a pochi giorni dalle nomination agli Oscar e in piena votazione. Forse un po’ più diretto è il regista James Mangold, che dà un ottimo spunto di riflessione per leggere A Complete Unknown nel nostro presente.

Timothée Chalamet in una scena di A Complete Unknown. Courtesy of Searchlight Pictures
Timothée Chalamet in una scena di A Complete Unknown. Courtesy of Searchlight Pictures

“Penso che viviamo in un tempo anestetizzato“, afferma. “Viviamo in un tempo in cui la maggior parte di ciò che facciamo non ci colpisce mai troppo. Non ci disturba mai troppo. Serve a far passare il tempo e incontra già le nostre aspettative, senza metterci alla prova. Il pubblico che prima diceva: ‘Per favore, sorprendimi!’, oggi dice: ‘Per favore, anestetizzami!’. Per questo la parte più complessa nel fare arte oggi è cercare di piacere a un pubblico che non vuole essere sfidato. Ed è questa, credo, la nostra lotta in ogni forma d’arte, quella di cercare di non anestetizzare le persone. Non metterle a dormire”.

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