
Era il 25 luglio 1965, il giorno che Bob Dylan prese in mano la chitarra elettrica. Evento che cambia la storia della musica e che dà il titolo al libro di Elijah Wald da cui è tratto A Complete Unknown, film di James Mangold con Timothée Chalamet nei panni dell’allora giovanissimo cantautore.
Non è dunque un biopic, nel senso più stretto del termine, come ci ha tenuto anche a ribadire il regista a Roma durante la conferenza stampa. È il racconto di un sentimento, di un atto di ribellione consapevole, contro ogni etichetta.
Di cosa parla A Complete Unknown
È il 1961. Robert Allen Zimmerman non ha ancora compiuto vent’anni e ha già abbandonato il suo nome, presentandosi a tutti semplicemente come Bobby, poi Bob, Dylan. Ha solo una borsa e una chitarra e viaggia dal Minnesota verso New York per incontrare e forse dire addio al suo unico mito, il cantautore Woody Guthrie (Scoot McNairy), ricoverato in ospedale.
A lui dedica una canzone che lo porta a essere “scoperto” da un altro grande nome della musica folk americana, Pete Seeger (Edward Norton), nella prima scena-chiave del film di Mangold, quella in cui non è solo la chitarra (non è mai solo la chitarra) di Bob Dylan a impressionare il pubblico, ma le parole che canta. Come le canta.
Hey, hey Woody Guthrie, I wrote you a song
‘Bout a funny ol’ world that’s a-comin’ along
Seems sick and it’s hungry, it’s tired and it’s torn
It looks like it’s a-dyin’ and it’s hardly been born(Song to Woody © Songs Of Universal Inc.)
Nella voce ipnotica ma mai del tutto accogliente di Bob Dylan – che Chalamet cerca di riprodurre come può, senza imitarla e restando riconoscibile nel suo timbro – sembra nascondersi il segreto di una poesia. Chissà se è vero quello che canta in I Was Young When I Left Home, quando cattura per la prima volta l’attenzione e lo sguardo di Joan Baez (Monica Barbaro). Chissà chi è la donna di cui canta in Girl from the North Country. Quasi non importa. Sono vere le emozioni che fa provare.
Il Dylan di James Mangold appare come un giovane uomo senza passato, un affabulatore che invece il passato lo inventa e lo cambia a suo piacimento, impegnato nel presente per sognare il futuro.

È il 1961 e il mondo forse sta per finire. La tensione fra Stati Uniti e URSS arriva quasi al punto di deflagrazione, con l’incidente della Baia dei Porci. Ma è anche il 1963, di Blowin’ in the Wind e della marcia su Washington, oltre che dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. E, ancora, è il 1964 del premio Nobel per la pace a Martin Luther King e del Bill of Rights che mette fine alle leggi Jim Crow e alla segregazione razziale, dopo circa un decennio di lotte del Movimento per i diritti civili a cui, a suo modo, Bob Dylan aderisce, schierandosi anche politicamente.
This Machine Kills Fascists: il lato politico di A Complete Unknown
Woody Guthrie, che non nascose mai la sua simpatia per il comunismo nell’era del più spietato maccartismo, finché la sua salute lo permise, si esibì con questa frase scritta sulla chitarra: This Machine Kills Fascists. James Mangold si assicura di mantenere nel film il dettaglio dell’adesivo sullo strumento che, in un momento particolare della storia, è proprio il Dylan di Chalamet a suonare. È un messaggio chiaro, nonostante la promozione del film non voglia sottolinearlo troppo. È un messaggio politico: della musica come mezzo per risvegliare le coscienze, negli anni Sessanta come oggi.
Gran parte della libertà che Bob Dylan rappresenta e incarna, infatti, è il frutto anche del coraggio che ebbe nello schierarsi quando pochi altri (bianchi) come lui lo avrebbero fatto, scegliendo di essere sempre e solo chi voleva essere. Blowin’ in the Wind arrivò prima di A Change is Gonna Come di Sam Cooke, nota come l’inno del Movimento per i diritti civili. Lo stesso Cooke disse però di averla scritta solo dopo aver ascoltato Dylan, impressionato dalla sua temerarietà.
Tra i diversi brani eseguiti da Chalamet nella colonna sonora, inoltre, Masters of War, è ancora oggi un testo di una potenza incredibile e il fatto che James Mangold scelga di farla cantare all’attore in un momento di assoluta disperazione, collettiva e non personale, risuona ancora oggi – soprattutto oggi – come un invito alla resistenza.

Let me ask you one question Is your money that good?
Will it buy you forgiveness? Do you think that it could?
I think you will find when your death takes its toll
All the money you made will never buy back your soulAnd I hope that you die and your death will come soon
I’ll follow your casket by the pale afternoon
And I’ll watch while you’re lowered down to your deathbed
And I’ll stand over your grave ‘til I’m sure that you’re dead(Masters of War – Witmark Demo – 1963 © Sony/ATV Music Publishing LLC)
La rivoluzione elettrica e il suo significato
Tutto ciò che racconta A Complete Unknown, tuttavia, è un prologo alla scena madre. Una spiegazione che anticipa i fatti. Gli anni dal 1961 al 1965 sono cioè quelli in cui Bob Dylan diventa il volto e la voce del folk: dell’uomo solo sul palco, armato semplicemente delle sue corde (e della sua armonica). È il giovane scapigliato e scarmigliato che canta dei tempi che cambiano mentre cambiano (The Times They Are A-Changin’) e che, però, quando vuole cambiare davvero non viene capito.
Il senso che attraversa l’intero film di Mangold si ritrova perciò, in modo esplicito, nel gesto con cui Chalamet-Dylan afferra la chitarra elettrica e suona di fronte alla folla inferocita del Newport Folk Festival, quel 25 luglio 1965 (e poi il mese successivo, con l’uscita dello storico album Highway 61 Revisited). È il coraggio di fare una scelta e scegliere se stessi, che si parli di musica o meno, con la capacità e la forza di rifiutare i lacci e i confini che gli altri impongono sulla nostra identità.
Un messaggio che arriva a un pubblico molto più ampio di quello dello stesso Bob Dyalan, anche perché accuratamente ripulito e confezionato per poter piacere a un grande pubblico. Imparare a essere fedeli a chi si è, con la libertà però di ridefinirsi a ogni nuovo passo: in fondo è questo ciò che racconta A Complete Unknown. Chi non potrebbe essere d’accordo?

Timothée Chalamet, una scelta fondamentale
Uno dei motivi per cui la visione d’insieme di James Mangold funziona – e funziona bene – è la scelta del protagonista. Nonostante i recenti cambiamenti nella sua immagine e nella sua percezione pubblica, il Timothée Chalamet che il pubblico conosce non è in fondo distante dalla figura del giovane Bob Dylan. Un ragazzo venuto fuori quasi dal nulla, un completo sconosciuto che in pochi anni raggiunge la fama e che fa di tutto per non farsi incatenare, trasformandosi continuamente in qualcos’altro.
È così che il racconto del film dialoga con la realtà ed è così che l’impossibilità di definire Chalamet (e il fascino che esercita su migliaia di persone in tutto il mondo) si rispecchia nell’impossibilità di chiudere Bob Dylan in una sola scatola, costringendo a pensarlo con parole sempre diverse.
Il lavoro di Chalamet sul set, poi, è di un certo impatto. È vero che ha avuto oltre cinque anni per prepararsi al ruolo, come è anche vero che nemmeno per un secondo può (o vuole) sembrare davvero Bob Dylan. Piuttosto tende a coglierne la vibrazione, presentandone una versione personale che, appunto, si fonde con la sua stessa identità e con il contesto di cui il pubblico è sempre cosciente. Per questo diventa una versione unica e irripetibile.
Lo sguardo femminile in A Complete Unknown
A mancare, per ragioni abbastanza chiare, è la prospettiva femminile di A Complete Unknown, nonostante i due bei personaggi di Sylvie Russo (Elle Fanning, in un ruolo ispirato a Suze Rotolo) e Joan Baez (Monica Barbaro). La storia, cioè, è sempre raccontata dal punto di vista di Dylan/Chalamet, lasciando invece che le parole delle due donne più importanti della sua giovinezza facciano solo da corollario alla sua esperienza, alla sua ricerca di autenticità e ispirazione.


Eppure, come il film sottolinea, fu Sylvie/Suze a portarlo negli ambienti dell’attivismo civile di New York e a spingerlo a raccontare la sua verità, attraverso le canzoni. E fu Joan Baez ad avere un forte ascendente emotivo su di lui, oltre a essere una delle ragioni del suo successo nell’ambiente folk dei primi anni Sessanta.
A Complete Unknown non nasconde niente di tutto ciò, ma lo accenna per chi ha la curiosità di saperne di più, una volta finito il film. E se questo può andar “bene” (si fa per dire) per un personaggio come Sylvie, che è solo ispirato a una donna realmente esistita, è una scelta un po’ più deludente riguardo Joan Baez, perché è il suo carisma a risentirne, decisamente ridotto nell’interpretazione di Monica Barbaro, trasformato in sensualità, per non sovrastare quello di Dylan/Chalamet. Così il suo ruolo è sintetizzato in un amore tossico e dal lieto fine impossibile, lasciando spazio solo a qualche riga in più su di lei nei titoli di coda.
A Complete Unknown, in breve
A Complete Unknown è il film che chiunque non conosce abbastanza Bob Dylan dovrebbe guardare, per farsi un’idea del peso che ebbero le sue parole e la sua chitarra, non solo quella elettrica. E del peso che possono avere ancora oggi. È anche il film che ogni fan di Dylan dovrebbe andare a scoprire in sala, cercando il più possibile di vedere nella scelta di Chalamet una dichiarazione d’intenti importante: la libertà di essere sempre qualcos’altro, che caratterizza tanto l’attore quanto il cantautore.
James Mangold non aspira a fare il film definitivo su Bob Dylan, anzi ne ammette l’impossibilità, riconoscendolo come un figura che possiede la sua verità, ma si diverte a tenerla per sé, perché è l’unica cosa che lo rende davvero libero. È questa libertà il suo maggiore messaggio, quello universale.

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