
Abbandonando il paradiso è il primo lungometraggio del regista albanese Genc Përmeti, in precedenza produttore e sceneggiatore di cortometraggi, presentato a marzo al BIF&ST – Bari International Film Festival 2026. Il film è una favola sulla comprensione, ambientata tra le macerie di un mondo distrutto dall’atomica e dall’odio che serpeggia tra i sopravvissuti.
L’umanità e la rovina
Il mondo è in rovina dopo un’apocalisse nucleare. Alcuni di coloro che sono riusciti a sopravvivere hanno deciso di spartirsi una zona industriale, costantemente impegnati nella ricerca di cibo e nella vigilanza dei confini della propria zona. Niko (Nikoll Prendi), un bambino di dieci anni, vive con quello che (forse) è il nonno Lexi (Kristaq Pilo), il quale crede fermamente nella difesa del loro territorio, che lui chiama il “paradiso”.
Il vecchio educa il giovane all’odio verso i sopravvissuti rivali che vivono oltre i binari della ferrovia. Con il procedere della narrazione, il bambino si rende conto di come Lexi sia un uomo divorato dalla rabbia e dall’odio per gli estranei, convinto di essere sempre nel giusto qualunque cosa decida, anche di compiere i crimini peggiori. Niko alla fine prenderà in mano la sua vita, interrompendo la spirale di malvagità nel quale il suo vecchio compagno e gli altri adulti sono precipitati.
La terra del nuovo sole
L’ambientazione del film risulta splendente nella sua rovina, e viene ripresa con un notevole talento dal regista, capace di inquadrare egregiamente sia lo spazio industriale martoriato che i solitari e scontrosi esseri umani che vi si aggirano. La semplicità della storia concede allo spettatore di godersi questo mondo metafisico, che dialoga concettualmente e narrativamente con le figure umane in campo come nei quadri di De Chirico.
La fotografia di Tomasz Wierzbicki illumina splendidamente la Zona sia nelle scene diurne che notturne, conferendo al film una cifra artistica notevole. La musica di Andrea Guerra, compositore di tantissime colonne sonore, tra cui quella per Hotel Rwanda (2004, Terry George) e per La ricerca della felicità (2006, Gabriele Muccino), incanta il panorama desolante in cui si aggirano questi ultimi lembi di umanità.
Seguendo un sogno
La trama semplice diventa un punto di forza per tratteggiare in maniera nitida le due generazioni di sopravvissuti, gli adulti e i bambini. I primi sono alienati dai propri simili, paghi dell’odio che hanno ereditato dall’apocalisse stessa, e che hanno coltivato per molto tempo. Lexi si porta dietro la sua cicatrice profonda di testimone e sopravvissuto dell’esplosione, ed è incapace di dialogare realmente con gli altri. È conservativo e machiavellico, ossessionato dal ricordo del giorno in cui vide il fungo atomico elevarsi in spiaggia insieme a sua madre.
I bambini invece, più puri e comprensivi, sono vittime dei propri accompagnatori e genitori, salvo poi affrancarsi da essi. Niko non conosce il suo compagno, che forse è suo nonno, né sa cosa sia successo alla sua famiglia: è un personaggio senza radici. Tuttavia ha il sogno di raggiungere e vedere il mare. È proprio quest’ultimo il luogo/orizzonte ambiguo dove si scontra con il suo compagno. Per il vecchio il mare è un ricordo doloroso, l’inizio della catastrofe, mentre per il giovane è la cifra della libertà dal mondo oscuro in cui il vecchio vorrebbe farlo precipitare.
In breve
Questa favola generazionale post-apocalittica racconta un destino di libertà e di speranza, anche dopo la fine della civiltà umana così come la conosciamo, e ciò grazie al coraggio e alla purezza dei bambini. Un plauso al regista e ai suoi collaboratori per questo piccolo primo gioiello che ci hanno regalato.
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