Achille Lauro by Martina Caratozzolo
Photo Courtesy of Martina Caratozzolo

Riflessioni malinconiche e prese di coscienza, da fan

Diventare grandi studiando la cultura pop significa non smettere mai di chiedersi il perché delle cose. Mettersi in discussione in quanto punto in un insieme di altri punti: il pubblico, il consumatore, l’appassionato. Da qui la spontaneità dell’insorgere di un interrogativo: quale tipo di forza ultraterrena mi spinge a farmi non una, non due, ma tre date del tour estivo 2022 di Achille Lauro? Riconoscere i propri limiti e le proprie zone d’ombra è d’obbligo, primo fra tutti inquadrare e accogliere lo status di fan. Il fan in quanto innamorato, adulatore annebbiato da lenti rosa shocking, che manco Ulisse con le Sirene. Se poi la sirena in questione è un misterioso coatto trentenne ossigenato di Conca D’oro in tutina brillantinata e autotune, le cose si fanno intriganti.

Ci sono un paio di cose da dire sul tuo super ritorno sul palco, Lauro. Tre anni buoni ti separano dall’ultimo tour, nel 2019. Tornavi dalla tua prima volta a Sanremo come Marco Aurelio vittorioso, a cavallo di Boss Doms. Io c’ero. Me lo ricordo bene, quando hai messo piede sul suolo dell’Ariston e per un attimo è parso di sentire l’eco di Tito Stagno e Ruggero Orlando. Ha toccato? Ha toccato! Non avevi nascosto troppo bene l’emozione quella volta, sembrava che il cuore ti dovesse scoppiare nel petto da un momento all’altro. Ma ormai era fatta. Rolls Royce ti avrebbe definitivamente consegnato alle stelle e non avresti più fatto entrare nessuno nella tua navicella spaziale glitterata. 

Lo status di fan. Il termine torna e ritorna. È tornato mentre facevo dieci ore di fila sotto al sole per afferrare la transenna del Teatro Concordia a Torino nell’ottobre 2019 e vederti così da vicino, per la prima volta. Mi hai benedetto con una bottiglietta d’acqua e tre anni più tardi ho “Pour L’amour” inciso sulla pelle per il resto della vita. Com’è successo? 

Non è follia ma è solo vivere

C’è qualcosa di inafferrabile in te, Lauro. Quel sottile velo di malinconia, tristezza contemplativa che ti rende sempre un passo fuori posto, un passo più lontano. Non si riesce proprio a catturarti. E ti ho visto da vicino. Così vicino da vedere il rivolo di sudore che ti scivolava sulla tempia, la fossetta sul mento, le sbavature di matita sulla palpebra inferiore. Eppure non ci sei. Forse è questo l’elisir d’amore che rovesci in musica. Le ventimila persone accalcate al Rock in Roma lo scorso 12 luglio lo hanno bevuto. Le hai tenute sulla punta delle dita per due ore e mezza. Pendevano dalle tue labbra sempre un po’ imbronciate che ti danno quell’aria da teddy boy che non sono sicura ti appartenga. Quando sorridi sembri un bambino. 

A vederti su un palco così grande, davanti a quel mare di gente variegata e assortita caoticamente, viene da chiedersi cosa sia rimasto di quel ragazzetto tamarro e fintamente arrogante di Barabba e Ragazzi Madre. Sono cambiati i tempi, è cambiata la musica, il tempo e lo spazio. Ma c’è. È lì da qualche parte, tra un ringraziamento commosso alla tua Roma e quelle canzoni che ti accompagnano da sempre e non vuoi proprio togliere dalla scaletta. Per fortuna. I fanatici veterani e i fautori dell’”eri meglio prima” non mancano mai. E si lamentano e gridano al venduto. Ma li ho visti lì, in mezzo alla folla, con gli occhi lucidi alla fine di “16 marzo”. Rotolarsi nel calore della nostalgia è una tendenza inevitabile, ma forse è il momento di capire che quel mondo non ti appartiene più. Tu lo hai capito da un pezzo, sei arrivato prima di noi. Sempre un passo più lontano. Sei sfuggito di nuovo. 

Diventare grandi e studiare cultura pop significa non nascondersi dietro un dito.  Vivere la condizione di fan, innamorarsi da fare male per poi sputare giudizi feroci, con il cuore un po’ spezzato, su quell’album che non è stato all’altezza, su quel Sanremo di troppo. Comprendere il proprio status di fan e innamorato, ammettere tutto. E allora lo ammetto. Ti amo Lauro, come si amano le città che ci hanno cresciuto, le belle abitudini, i profumi che ci ricordano delle persone, il caffè, la poesia.

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Clarissa Missarelli Author
Da sempre affascinata e appassionata di cultura pop, sfrutto la mia laurea in DAMS e la mia formazione musicale per far accapponare la pelle a chi non vede l'evidente somiglianza tra Sfera Ebbasta e Fabrizio De André. Guardo, ascolto e leggo di giorno e scrivo di notte, se ho qualcosa da dire. Per conoscermi meglio, l'importante è tenere a mente due cose: la mia parte preferita della giornata è l'aperitivo e la settimana di Sanremo è più importante del mio compleanno.

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