Ermanno Olmi, L'albero degli zoccoli (1978)

Difficile per me essere oggettivo parlando de L’albero degli zoccoli di Olmi, perché tratta tematiche e immagini che mi appartengono nel profondo. Proprio per questo però posso dire che il film è uno spaccato sincero di quello che è stato il mondo contadino lombardo fino alla metà del secolo scorso (sebbene il film sia ambientato a fine ‘800). E in quanto spaccato, quasi paesaggista, non c’è una trama vera e propria: ci sono più storie che si sviluppano e si intrecciano, ma rimangono quasi sullo sfondo (come appunto in un quadro). Il vero soggetto è il mondo rurale.

Ermanno Olmi e la poesia per immagini

Perché una persona, che non è nata in una cascina della bassa bergamasca, dovrebbe vederlo? Perché più che un film è poesia per immagini. E come la poesia, nella sua forma più sincera, è un lavoro di sintesi. Non c’è sovrabbondanza di elementi. Così ogni inquadratura, nella sua parsimonia, è come un componimento poetico: il contesto o l’intimo dei personaggi ci è presentato con estrema onestà, senza filtri e senza pretese. L’immagine così evocativa nella sua semplicità non ha bisogno di essere forzata per raccontare. Anche il linguaggio dialettale, sintetico ed ermetico, ha le caratteristiche della lingua della poesia: tutto contribuisce a raccontare quel mondo, in una dimensione lirica ma estremamente vera.

Ermanno Olmi, L'albero degli zoccoli (1978) - Credits: film.cinecitta.com
Ermanno Olmi, L’albero degli zoccoli (1978) – Credits: film.cinecitta.com

La scelta del dialetto

Per raccontare al meglio questo mondo, Olmi decide di scrivere la sceneggiatura nel dialetto locale, essendo il dialetto espressione identitaria del gruppo sociale in cui è parlato.

La scelta di Olmi rappresenta una novità sul piano linguistico e ha anche un importante peso a livello di divulgazione culturale. Mentre i dialetti del sud Italia sono parte integrante della cultura italiana (impiegati in canzoni famosissime, in film), le forme dialettali settentrionali rimangono legate alla goliardia, prodotti di basso contenuto o di nicchia. Questo in parte è dovuto al fatto che i dialetti meridionali possiedono una gamma di colori e toni tali da esprimere naturalmente passioni  e sentimenti. Caratteristica di cui i dialetti del nord sono oggettivamente carenti.
Ma ciò non significa che questi ultimi siano sterili e anonimi. Olmi mostra le sfumature del dialetto lombardo, sfruttando la sonorità dialettale per far emergere la mentalità/natura delle persone che lo parlano.

Quel linguaggio ruvido e pragmatico, che sembra lasciare poco spazio alle emozioni, è in realtà indice del modo in cui (nel contesto dell’ambientazione) vengono gestite le relazioni interpersonali. Le espressioni gettate fuori in un modo secco e condensato, che rende difficile penetrare le pieghe del linguaggio, ci raccontano il pudore dei personaggi nel manifestare i propri sentimenti. Fa quasi sorridere, oggi, il corteggiamento tra Stefano e Maddalena, fatto di sguardi abbassati, silenzi e sorrisi appena accennati.

Ermanno Olmi, L'albero degli zoccoli (1978) - Credits: cinematheque.fr
Ermanno Olmi, L’albero degli zoccoli (1978) – Credits: cinematheque.fr

Tutto questo però non viene meno con il doppiaggio, che è affidato agli stessi interpreti. La scelta di scritturare attori non professionisti, presi da quello stesso ambiente che si sta raccontando, fa sì che il linguaggio non sia filtrato da regole di dizione e recitazione. Il doppiaggio rimane spontaneo, e la musicalità, la cadenza, i colori non vengono persi.

La poesia umile e frugale delle immagini di Olmi è la stessa che sentivo nei racconti delle mie zie. Né loro, né Olmi volevano edulcorare quella realtà. È però il ricordo (e la nebbia) a patinare tutto di un alone mistico, di quella misticità della stalla del presepe, per intenderci.

Continua a seguire FRAMED anche su Facebook e Instagram!

Sono un ragazzo di campagna con la testa tra le nuvole immerso tra mille progetti, se fossi una canzone sarei Confessioni di un malandrino di Branduardi. Dopo la laurea in Scenografia a Brera ho intrapreso un corso di specializzazione presso i laboratori della Scala. Quello che più mi piace è raccontare punti di vista: lo faccio disegnando, scrivendo, progettando. Più che le storie mi attraggono le persone, la loro psicologia, come vengono resi sullo schermo o su un palco il loro dramma interiore e la loro personalità (fantasticando su come le renderei io).

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui