Tienimi presente, di e con Alberto Palmiero
Tienimi presente, di e con Alberto Palmiero

Tienimi presente, l’opera prima di Alberto Palmiero che si è aggiudicata il premio Miglior Esordio alla Festa del Cinema di Roma 2025, è un film autobiografico che racconta in modo disilluso, e al tempo stesso con grande sensibilità ed ironia, il percorso colmo di difficoltà che deve affrontare un giovane regista per realizzare il suo primo film. Anche nel ruolo del protagonista oltre che di regista e sceneggiatore (con Davide de Rosa), Palmiero arriva alla forma più sincera di racconto, che senza paura va ad esplorare i momenti in cui ha pensato di farla finita col cinema per tornare alla vita di prima. Ma anche quelli che gli hanno fatto credere che mettere in scena le proprie storie fosse l’unica strada possibile che aveva davanti.

Il regista, prima dell’uscita in sala il 26 febbraio, distribuito da Fandango, accompagna il suo film al Sudestival 2026, dove il 30 gennaio lo presenterà affiancato dall’attrice Gaia Nugnes.

Qual è la genesi di Tienimi presente? È vero che nasce come documentario e si trasforma poi in qualcos’altro?

Tienimi presente nasce proprio dal voler raccontare quel periodo di frustrazione legato all’effettiva riuscita nel produrre il film precedente che volevo girare, con la scelta poi di tornare a vivere dai miei, proprio come racconto, riprendendo una vita più “canonica”, ricominciando a fare l’informatico. Però tornando a questa vita ho trovato cose interessanti da raccontare; ho pensato che la mia esperienza potesse essere buon materiale per un documentario, da condividere, coinvolgendo i miei amici, realizzando una sorta di racconto generazionale di come ci sentivamo a livello psicologico e di quale fosse la nostra situazione lavorativa.

Ho fatto delle prove, ho girato delle scene, poi però il colpo netto me l’ha dato Giancluca Arcopinto, il produttore che mi ha detto che secondo lui c’era tutto il materiale giusto per un esordio di finzione. All’inizio era probabilmente per paura che non cercavo di trasformare questa storia in un lungometraggio di finzione, perché chiaramente partendo da indipendente conviene fare un documentario, è più fattibile. Da quando è entrato Gianluca come produttore, ho adattato la storia a una sceneggiatura vera e propria, ho strutturato il film e l’ho ripulito dalle interviste che prima lo caratterizzavano come documentario. L’approccio però non è cambiato molto, è rimasto pratico, e mentre giravamo continuavo a ripensare, aggiustare delle cose.

E come mai hai scelto di metterti nel film in prima persona, anche come attore protagonista?

Quello è stato dettato prima di tutto dalla praticità delle cose, perché sia ai tempi del documentario che dopo, banalmente, ero l’attore che poteva essere sempre disponibile, mi veniva molto facile organizzare le scene perché bastava a quel punto solo accordarsi con l’altra persona con cui le recitavo, e con l’aiuto regia, onnipresente ogni volta che abbiamo girato. Poi dall’altra parte il fatto di sentire ciò che stavo raccontando, provare quel sentimento, mi convinceva di poterlo esprimere con questa formula regista-attore, ricoprendo un doppio ruolo. Cosa che in passato avevo già provato a fare in un cortometraggio, senza esserne troppo soddisfatto; è stata quindi anche una sfida personale.

La forza del film è sicuramente la spontaneità, i dialoghi sembrano tutti veri, quanto c’è di scritto e quanto no?

Ovviamente man mano che succedevano eventi nella mia vita ero sempre lì ad appuntarli, magari un dialogo, cose che mi piacevano, me le segnavo sulle note del telefono e poi da lì è stato semplice rimetterle in scena: quei dialoghi appartenevano proprio alle persone che poi li dicevano. Questa è un’altra fortuna di fare un lavoro un po’ ibrido, dare a tutti gli interpreti battute che conoscevano bene, ha reso possibile che fosse semplice per loro recitarle, a quel punto il mio ruolo era solo di metterli a loro agio.

C’è una frase emblematica che pronunci nel film: quando la festa finisce cosa rimane? Cosa significa per te e per il lavoro che fai?

Penso che il personaggio di Alberto in quel momento della storia, quando pronuncia questa frase, sia un po’ perso a livello esistenziale. Sebbene io cerchi sempre di raccontare le cose in un tono ironico, metto in scena qui uno stato emotivo in cui è arrivato ad un punto in cui per lui niente ha più senso, non capisce proprio il senso di festeggiare per lo scudetto, ad esempio, lui che in quel momento magari ha la testa così inquinata da tanti pensieri negativi.

A te è mai capitato di smettere totalmente di credere nel cinema come futuro lavorativo?

Sì, purtroppo questo è un lavoro pesante sotto questo punto di vista; è molto legato alla propria sensibilità, quindi è inevitabile a volte sentirsi caricati di aspettative, anche da sé stessi, e quelle stesse volte è facile chiedersi – secondo me se lo chiedono tutti- quanto questo lavoro ti dà e quanto ti toglie. Ogni giorno sei chiamato a creare qualcosa, però ci sono giorni in cui non ti vengono idee, e giorni in cui più ci pensi più entri in una spirale. È veramente una cosa che mi appartiene molto, il dubbio.

Tra i produttori del tuo film c’è anche Kavac, in Tienimi presente compare anche Marco Bellocchio; come sei entrato in contatto con lui?

Lì è stata la fortuna del caso, quando ho iniziato a fare le prime scene di Tienimi presente, parallelamente stavo aiutando un mio ex docente del Centro Sperimentale di Cinematografia, Claudio Giovannesi a raccogliere documentazione per il film che di lì a poco avrebbe girato, Hey Joe. Poi per ringraziarmi dell’aiuto che gli avevo dato, quell’estate del 2023, mi propose di fargli da assistente personale per il film. Io in realtà mi ero iscritto per quel periodo alla residenza artistica che ogni anno si tiene a Bobbio, Fare Cinema, e volevo anche instensificare le riprese del mio film. Alla fine decisi di andare, nonostante fossi molto combattuto, rifiutai quel lavoro per partire. Penso di aver fatto bene a dire di no per puntare su un progetto mio, perché andando a Bobbio ho conosciuto sia Simone (Gattoni, ndr) che Marco, i due produttori di Kavac.

L’ultimo giorno Simone volle vedere i lavori dei ragazzi presenti e io, che avevo già premontato le scene che avevo girato per Arcopinto, gliele mostrai. Mi disse che avrebbe voluto aggiungersi in produzione, da lì è entrata Kavac. Nonostante questo ho voluto però mantenere il mio modo di lavorare invariato, mi avevano anche proposto da quel momento in poi di ripensare il modo di girare il film, magari girandolo in blocchi di settimana in settimana, ma per me sarebbe diventato difficilissimo perché avrei dovuto incastrare gli impegni dei miei amici, dei miei genitori, era molto più facile continuare come stavo facendo girando più o meno una o due scene a settimana.

Tienimi presente si è aggiudicato il premio come Miglior Esordio alla Festa del Cinema di Roma; come ti ha fatto sentire?

È stato assurdo, non me lo aspettavo proprio. Già sono stato contentissimo di come la direttrice artistica abbia preso a cuore il film, poi sono rimasto molto stupito del premio perché durante il periodo del festival avevo visto le altre opere prime, e la selezione comprendeva film molto belli, quindi è stato inaspettato che vincessi proprio io. Ho conosciuto poi i giurati, che sono stati molto gentili, e anche loro mi hanno confermato che l’onestà intellettuale con cui abbiamo fatto il film è la cosa che l’aveva più toccati. Volevo che il film non risultasse egoriferito, ma che fosse un film generazionale. È stato incredibile, fa strano ricordare quei giorni.

Dopo il Sudestival continuerai a presentare il film in giro?

Continuerò ad accompagnare il film ovunque ce ne sarà bisogno, per un’opera prima ci vuole un’attenzione diversa, non c’è un cast stellare, va aiutato, lo faccio veramente con piacere perché confrontarmi con chi lo vede mi aiuta a capire meglio quello che ho fatto, a capire cosa voglio fare dopo…

E cosa vuoi fare dopo?

In questo momento sto scrivendo, sono contento di aver ripreso questa abitudine perché è come la ginnastica, una cosa che non si deve mai smettere di fare. Sicuramente in questo momento, perché per il poi non ti so dire, non vorrei perdere questo metodo: mi piace come ho lavorato con questo film, mi piace questa forma ibrida che ho trovato tra documentario e finzione, e vorrei riuscire a inserirla in altri progetti, anche non legati necessariamente alla mia autobiografia.

Quali sono riferimenti cinematografici che ti guidano in questo modo di rappresentare le storie?

Ce ne sono tantissimi, per esempio Richard Linklater, che è uno dei miei registi preferiti, i suoi film mi influenzano molto. Il tempo che passa e la verità delle persone che mette davanti alla telecamera, diventano poi elementi narrativi del film stesso; sfrutta le coincidenze che emergono da un lavoro così umano. Pur essendo un regista che si dedica molto alla scrittura, non lasciando troppo all’improvvisazione, tiene molto alla verità della vita.

Tienimi presente è una produzione Kavac Film in collaborazione con Rai Cinema, prodotto da Simone Gattoni, Marco Bellocchio e Gianluca Arcopinto, vincitore del Premio Miglior Opera Prima Poste Italiane, arriverà in sala il 26 febbraio con anteprime a partire da domenica 8, distribuito da Fandango.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.