
Dal 18 giugno è nelle sale italiane Allora balliamo, l’esordio nel lungometraggio di Amélie Bonnin. Ampliando il suo corto premio César, la regista firma un’opera sorprendente che usa la musica leggera come prolungamento dei dialoghi. Una commedia culinaria e sentimentale che evita le trappole della pesantezza grazie a una formula cinematografica di rara eleganza.
Il cinema d’oltralpe torna a giocare con le note e i sentimenti, trovando un equilibrio perfetto tra realismo e leggerezza. Ne è la prova Allora balliamo (Partir un jour), l’atteso lungometraggio di Amélie Bonnin che espande il suo omonimo cortometraggio del 2023. La regista mette in scena una commedia musicale atipica e dall’impianto concreto, capace di far convivere i silenzi della provincia con le hit pop di Stromae, Céline Dion e l’immancabile Parole parole.
Il risultato è un’opera fresca, che scorre via con una fluidità disarmante e che, sotto la superficie rassicurante del feelgood movie estivo, nasconde una riflessione tutt’altro che banale sul peso delle nostre radici.
Ricette, gravidanze e vecchi amori: la trama
Al centro del racconto c’è Cécile (Juliette Armanet), una chef sulla cresta dell’onda, reduce dalla vittoria di un noto talent culinario e in procinto di aprire il suo primo ristorante a Parigi insieme al compagno Sofiane. Proiettata verso una carriera scintillante e un futuro iper-programmato, la donna si trova improvvisamente costretta a tirare il freno a mano: scopre di essere incinta e, quasi contemporaneamente, deve tornare nel suo paese natale a causa dell’infarto del padre Gérard (François Rollin).
Il ritorno a casa dei genitori, che gestiscono una ruspante trattoria per camionisti, si trasforma in un viaggio a ritroso nel tempo. È interessante notare come Bonnin compia un ribaltamento rispetto al corto originario: se lì era il personaggio maschile a ritornare in provincia, qui la macchina da presa si focalizza interamente sul percorso di Cécile. Tra la ricerca del signature dish perfetto e il confronto con i conflitti familiari mai risolti, la protagonista incrocia di nuovo la strada di Raphaël (Bastien Bouillon), la sua indimenticata cotta del liceo. La nostalgia, anziché trasformarsi in un vicolo cieco, diventa così il motore per una complicata ricomposizione familiare e personale.
La musica come estensione dell’anima
Il vero miracolo di Allora balliamo risiede nella sua gestione dei codici musicali. La formula non è mai pesante o ridondante, un rischio sempre dietro l’angolo quando gli attori iniziano a cantare sul grande schermo. Qui, al contrario, i brani musicali si inseriscono nella trama come estensioni della soggettività, piccoli spazi poetici in cui i personaggi riescono a confessare ciò che a parole risulterebbe troppo complesso o doloroso. Le canzoni popolari non interrompono l’azione, ma fungono da legacci intelligenti per riempire le ellissi temporali del racconto.
Memorabile, in questo senso, è il duetto tra madre (Dominique Blanc) e figlia sulle note di Parole parole, un momento in cui l’ironia e la malinconia si fondono per elaborare il ricordo condiviso di un padre egocentrico e testardo. La protagonista Juliette Armanet, nota cantautrice prestata al cinema, usa la sua vera voce per dare corpo a una donna sospesa tra determinazione e fragilità, trovando in Bastien Bouillon una controparte perfetta. I due danno vita a un’alchimia scenica eccezionale, impreziosita da uno spassoso e calcolato duetto sulle note di Femme Like You di K.Maro, e da una sequenza di pura tenerezza paterna scandita da Cécile ma fille di Claude Nougaro.
Un film raffinato che fa venire l’acquolina in bocca
Da spettatori, l’elemento che più conquista della pellicola è la sua straordinaria armonia d’insieme: l’impianto da commedia culinaria funziona anche perché è un film che ti fa venire voglia di mangiare. La macchina da presa non si perde nei dettagli feticistici della preparazione dei piatti in stile food porn, ma sposta l’attenzione sul valore emotivo del cibo. La ricerca ossessiva del sapore perfetto per il nuovo locale parigino si intreccia così con il recupero dei legami affettivi, risolvendosi in una sorta di squisita “madeleine” d’infanzia legata alla memoria del padre.
Tutto questo si sviluppa attraverso un’ottima formula cinematografica molto fine ed elegante, che evita il didascalismo esasperato dei musical moderni e mantiene i piedi ben piantati nel realismo quotidiano. La regia di Bonnin adotta un approccio tenero ma mai indulgente, permettendo alla narrazione di galleggiare tra la realtà più autentica della provincia e la magia delle incursioni musicali. Allora balliamo dimostra che si può fare del cinema popolare di ottimo livello senza rinunciare al rigore formale, regalando al pubblico un’esperienza leggera ma densa di significato, ideale per riscoprire il valore del posto da cui tutto è cominciato.
Continuate a seguire su FRAMED. Siamo anche su Instagram, Facebook e Telegram!






