Amy (Asif Kapadia, 2015) - Credits: Nexo Digital/Good Films
Credits: Nexo Digital/Good Films

Amy è un puzzle di voci che mette insieme immagini e ricordi, ma in cui inevitabilmente Amy Winehouse è più oggetto che soggetto. Assente anche se di fronte a noi, già scomparsa per sempre. È anche per questo che quando la sua voce risuona di fronte alla telecamera è sempre un piccolo shock, un momento di verità inaspettato ed emozionante. Ma andiamo con ordine.

Amy: il documentario, tra successo e controversie

Amy è il documentario di Asif Kapadia vincitore dell’Oscar nel 2016. Una ricostruzione intima della persona e dei demoni di Amy Winehouse, terrificanti più che affascinanti, se osservati così da vicino. È un racconto che infatti non teme di mostrare la parte più oscura e dolorosa della sua protagonista, di cui l’abuso di sostanze e la bulimia non sono che delle conseguenze.

Proprio questa brutalità, tuttavia, ha attirato sul film le maggiori critiche. Al di là di quelle più prevedibili, da parte cioè della famiglia Winehouse, pubblicamente messa alla gogna nella sua disfunzionalità, l’aspetto problematico è ancor più profondo e riguarda il trattamento della salute mentale di Amy.

Inseguendo il mito dell’artista condannato/a alla sofferenza, infatti, sembra quasi che l’inferno attraversato dalla cantante fosse l’unica soluzione necessaria e sufficiente per arrivare a un capolavoro come Back to Black. Che sia vero o meno non importa quanto il fatto che, in parte, il documentario spinga a crederlo, martirizzando la sua figura in nome dell’Arte. E soprattutto lasciando unicamente a lei la responsabilità di salvarsi, tesi che incontra più di un ragionevole dubbio. Forse è segno di una sensibilità che muta rapidamente, o forse no, ma riguardare oggi questo film non può che far nascere un sentimento di frustrazione proprio per questo motivo.

È una premessa necessaria, oltre che un trigger warning poiché gran parte della storia raccontata ruota attorno alla volubilità, alla fragilità di Amy e al particolare attaccamento psicologico nei confronti del suo grande amore, Blake, a cui l’album Back to Black fa continuo riferimento.

Genesi e struttura del documentario

Asif Kapadia si avvicina alla vita di Amy Winehouse da completo estraneo. La grande star britannica è infatti già scomparsa da diversi anni quando il regista riceve l’incarico di raccontare la sua storia. Come afferma in varie interviste, all’inizio fu un percorso difficile, privo di un arco narrativo, poiché l’unico materiale esistente era quello che già conoscevano tutti. Negli ultimi anni della sua vita, Amy Winehouse era infatti braccata dai paparazzi e i suoi concerti costantemente fatti a pezzi dal giudizio dei media. Mancava però un vero e proprio lo storytelling, qualcosa di reale che valesse la pena raccontare.

Il punto di svolta arriva quando nel progetto entrano i tre migliori amici storici della cantante: Juliette Ashby, Lauren Gilbert e soprattutto Nick Shymanksy, che fu anche il suo primo manager. Sono loro ad offrire al regista una serie di video e testimonianze inedite che di fatto creano l’arco narrativo: la nascita della star. A questi frammenti si aggiungono poi, nella seconda metà, interventi e materiali di Blake Fielder (il tanto discusso ex marito), anch’egli coinvolto direttamente nel progetto. E sono proprio queste invece le fonti più dure da guardare e ascoltare. Forse le più preziose ai fini del film, ma anche le più voyeuristiche, tanto che viene spontaneo chiedersi se sia lecito entrare a tal punto nel dramma della protagonista.

Emerge così un ritratto kaleidoscopico, costruito cucendo insieme momenti estremamente diversi della vita di Amy Winehouse, ma in cui l’unico collante è sempre la musica.

L’anima antica di una vera cantante jazz

Ci sono buone probabilità che, se decidete di guardare Amy, siate anche grandi fan dell’artista. Allora l’emozione che proverete nel vedere i suoi versi, scritti a mano su un quaderno, sovrapporsi alle celebri melodie che ci sono rimaste nel cuore non ha pari. Allo stesso modo vi darà i brividi vedere come e perché i suoi più grandi successi abbiano preso forma a partire da episodi estremamente personali. Il percorso del film, a tratti, segue l’ordine dei suoi singoli, per sottolineare la perfetta corrispondenza tra l’Arte e la Vita.

Grande protagonista, accanto alla stessa Winehouse, è infatti la sua musica, la sua voce, a cui viene dato ampio spazio. Certo, si arriva pure ai disastrosi concerti che segnano la sua immagine, ma il documentario serve anche a metterli in prospettiva. Come quando Kapadia sceglie di rallentare una sequenza proprio quando Amy, ubriaca e furiosa, conclude un brano rovesciando il bicchiere nella sua mano. Come se tra il cantare (o scrivere) e l’esibirsi ci fosse un abisso, che Amy Winehouse non è riuscita a superare indenne, ma che non ha mai intaccato l’amore viscerale per tutto ciò che ha fatto nella sua breve e intensa esistenza.

Il film al momento è disponibile su Prime Video e lo consigliamo assolutamente, sia a chi ama e ha amato Amy Winehouse, sia agli appassionati di cinema documentario.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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