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Esce oggi in sala Another Round (Druk), il nuovo film di Thomas Vinterberg, vincitore del premio Oscar al miglior film in lingua straniera.

La verità è che Thomas Vinterberg ha iniziato la sua carriera da regista viziando gli spettatori. Per chi non lo sapesse il regista danese fu uno dei fondatori di Dogma 95, e il suo esordio corrisponde a Festen, che nel 1998 vinse il Premio della Giuria al Festival di Cannes.

Continua su una linea pressoché perfetta, basti pensare alla portata de Il sospetto (Jagten,2012), alla comunicazione netta messa in atto e alla trattazione della storia. Dopo, purtroppo, qualche battuta d’arresto (i deludenti Via dalla pazza folla, 2015 e La comune, 2016), l’autore torna a splendere. Non a caso per farlo sceglie una nuova collaborazione con Mads Mikkelsen, con una regia che si affida totalmente al suo corpo, ricoprendone e scoprendone movimenti e stasi. Assieme a lui ritroviamo anche lo sceneggiatore Tobias Lindholm.

Thomas Vinterberg è tornato.

Il film

Quattro uomini, Martin, Tommy, Peter e Nikolaj, quattro insegnanti, più o meno tutti alla soglia dei 40. Hanno vite “rimediate”, che non si sarebbero mai aspettati quando vi si affacciavano ancora colmi di progetti e sogni. Si trascinano quotidianamente, privi di una passione che vedono però nei loro studenti. E durante il compleanno di uno dei quattro, si lasciano andare, bevono qualche bicchiere di più, tranne Martin (Mads Mikkelsen), il più ragionevole.

Certo, ma c’è da chiedersi cosa sia ragionevole.

Nicolaj menziona agli altri lo studio dello psichiatra norvegese Finn Skårderud, che ha teorizzato che avere un contenuto di alcol nel sangue di 0,05 renda più creativi e rilassati. Inizialmente il gruppo respinge la teoria ridendone, ma poi in Martin scatta qualcosa – è depresso, il suo matrimonio sta collassando, il lavoro non lo entusiasma più come una volta – e inizia a bere. L’indomani sarà proprio lui ad inaugurare l’esperimento portandosi, nella cartella da professore, una bottiglia di vodka.

Gli altri lo seguiranno, stabilendo delle regole per monitorare l’andamento, come non bere dopo le 20.00. Ma i primi, soddisfacenti, risultati, trascineranno i quattro uomini nell’illusione di poter continuare ad alzare l’asticella senza fare i conti con il carico di rimpianti e malesseri che custodiscono nel profondo. Anche perché Another Round non è un film sull’alcol, ma sulla vita.

L’analisi narrativa, sociologica e storica dell’alcol che Vinterberg mette al centro del suo film descrive la cultura del bere all’interno della società, soffermandosi sulla gioventù danese. L’esperimento e le conseguenze che ne derivano però servono come miraggio di nuova liberazione, sebbene risultino funzionali per far riconsiderare le priorità vitali ai protagonisti, portandoli finalmente alla comprensione dei propri fallimenti.

La descrizione visiva

Lo stile di Vinterberg rivela i chiaroscuri dell’esistenza, il suo occhio esaspera l’impietosa discesa nell’autocommiserazione, come la ripresa inebriante, la danza. Bravissimo nella rappresentazione dell’ubriachezza forsennata, autolesionista e quasi penosa, che delinea con percezioni sfocate e movimenti di macchina a mano. Ancor più intenso nell’elevare “il risveglio”, e consegnarci un film che torna alle origini di un senso iniziato con Dogma 95 e approdato al 2020.

Another Round è basato su un’opera teatrale che Vinterberg aveva scritto mentre lavorava al Burgtheater di Vienna. Inoltre è dedicato alla figlia del regista, Ida, che lo aveva ispirato durante la scrittura. La ragazza è rimasta uccisa in un incidente d’auto quattro giorni dopo l’inizio delle riprese, l’evento ha fortemente influito sull’autore, ma anche sulla sceneggiatura. Alcuni dei ragazzi che compaiono nelle scene erano i suoi compagni di classe.

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Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

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