
The Brutalist, presentato in Concorso nella selezione ufficiale dell’81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia e al cinema dal 6 febbraio 2025, racconta la storia dell’architetto brutalista László Tóth, emigrato dall’Ungheria negli Stati Uniti nel 1947. László è un artista, e il suo lavoro rimane come una traccia della Storia. Ciò che ha costruito continua a parlare per lui, anche quando il miraggio del sogno americano sfuma dietro alla corruzione, alle ossessioni, ai danni che la vita gli ha inferto.
L’architetto ebreo ungherese, che fugge dagli orrori dell’Olocausto per continuare la sua arte negli Stati Uniti, è un personaggio di fantasia, ma così ben scritto da illudere il pubblico di essere esistito veramente. L’intero film, dalle prime scene all’epilogo (che non a caso si svolge durante la Biennale Arte di Venezia) viene percepito come un vero biopic, e non un racconto nato dall’immaginazione del regista Brady Corbet.
L’arte brutalista e il personaggio interpretato da Adrien Brody
Il brutalismo è una corrente architettonica che nasce in Inghilterra negli anni ’50, il termine deriva dal béton brut di Le Corbusier, ovvero dal cemento a vista. La sua bellezza risiede nelle forme e nella nudità degli edifici, che si mostrano al contempo futuristici e solidi, destinati a rimanere nel tempo. La struttura delle realizzazioni brutaliste diventa la chiave per comprendere il rigore del personaggio interpretato da Adrien Brody, così irrecuperabilmente intaccato dalle sue esperienze di vita, traumatiche e segnanti.
Il László del film studia al Bauhaus, la famosa scuola di arte, design e architettura fondata nel 1919 nella Repubblica di Weimar. È ovviamente il risultato di varie ispirazioni ad architetti realmente esistiti (come Louis Kahn e Marcel Breuer) e soprattutto il suo nome non è nuovo: il vero László Tóth è un geologo ungherese legato al mondo dell’arte per una triste vicenda. Fu l’uomo che nel 1972 vandalizzò la Pietà di Michelangelo con un martello.
L’arte brutalista nel film viene resa ancora più simbolica dal parallelismo con gli effetti della guerra, il percorso del protagonista e la sua percezione delle cose e della memoria. La concezione dell’arte brutalista, dura ed essenziale, si scontra con quella statunitense, pressoché nulla, abituata a venerare gli stili e gli artisti europei cimentandosi in una pratica di possesso più che ammirazione. Gli edifici realizzati da Tóth nella sua patria sopravvivono alla guerra, testimoniando una resistenza morale ma anche materiale, data dall’uso di materiali semplici e duraturi, come il cemento.

L’architettura e l’AI in The Brutalist
Poiché László Tóth non è mai esistito, un aspetto molto complesso di The Brutalist è la creazione dei suoi edifici e dei suoi progetti. Alcune inquadrature, ha affermato il montatore del film Dávid Jancsó, sono realizzate in gran parte dall’intelligenza artificiale generativa, anche nell’ultima sequenza ambientata alla biennale negli anni Ottanta.
Prima di gridare allo scandalo, è necessario però ricordare che si tratta di tecniche già in uso da diverso tempo nel cinema, solo che adesso più rapide ed economiche. Si tratta un campo liminale, cioè, tra scenografia ed effetti speciali digitali, in cui niente di ciò che è stato fatto con l’IA non era stato già fatto in precedenza, in modo meno efficiente.
Jancsó, in particolare, ha affermato: “Abbiamo usato l’IA per creare quei minuscoli dettagli per cui non avevamo né il tempo né i soldi per girare”, senza aver comunque sostituito con i prompt alcuna maestranza in carne e ossa.
Perché guardare The Brutalist
The Brutalist è un film che prima di amare i suoi personaggi, ama il cinema e le possibilità che esso concede, come la dilatazione del tempo, che diventa qui un componimento per immagini, o l’insofferenza e la delusione che si trasformano in coreografie danzate tra luci gialle e ombre scure.
L’affresco storico e umano delineato da Corbet mette in scena la seconda parte della vita dell’architetto ebreo di Budapest, diretto a Philadelphia da suo cugino, che ha un laboratorio di mobili di poco pregio e una moglie americana e cattolica. Qui László si imbatte nel primo pezzetto di realtà, ed è costretto ad andarsene e optare per lavori ancora più umili che costruire tavolini e mensole, per poi incontrare (dopo un primo ruvido contatto) il milionario americano Harry Lee Van Buren (Guy Pearce), che gli commissiona una struttura polifunzionale in onore della madre. Dopo una fascinazione nei confronti dell’architetto, Van Buren inizia a provare un’insofferenza dovuta al carattere di Tóth e alle sue manie, invidiandolo e detestandolo al tempo stesso.
Il regista non è interessato però al cliché di genio e sregolatezza, bensì all’analisi di un trauma e al suo effetto sull’uomo, e poi sull’artista. L’opera che porta in Concorso a Venezia, fino poi agli Oscar, è ambiziosa e unica, estremamente tattile, raffinata, profonda.
Le immagini si comunicano anch’esse come ricercate forme figurative, dove l’imperfezione della grana diventa un grande valore aggiunto, che ne aumenta il coinvolgimento emotivo, provocando un tale sortilegio da far sì che quei 215 minuti passino senza peso.


