Athena
Athena © Netflix. Foto di Kourtrajmeuf Kourtrajme

Ci sono film pensati e costruiti per dettare il battito e il respiro del pubblico, capaci di trasformarsi in sensazioni fisiche solo attraverso scelte di regia e movimenti di macchina: Athena di Romain Gavras è uno di questi. E perciò merita almeno di essere preso in considerazione come una delle opere migliori della stagione cinematografica appena inaugurata, nonostante l’ambiguità morale di fondo che “in casa” l’ha reso così odioso agli occhi del pubblico e della critica francesi. È un film polarizzato ed estremista, aggettivi da non intendere necessariamente in senso negativo.

È la storia di una banlieue immaginaria, Athena, un luogo vivo che si infiamma e si trincea contro la polizia dopo l’uccisione di un ragazzo di tredici anni. Tutto accade nell’arco di ventiquattro ore, un conflitto concentrato al massimo della potenza e al massimo della spettacolarizzazione, come solo un regista che viene dalla migliore tradizione dei videoclip (vi dice qualcosa No Church in the Wild?) riuscirebbe a fare senza banalizzare una storia che, va detto, non ricerca comunque il realismo. È una tragedia antica e come tale va letta e interiorizzata, senza ricercare immedesimazione nei protagonisti, ma soltanto una catarsi dalla loro rabbia. Un cammino verso la disfatta, però con i fuochi d’artificio.

Lo sguardo protagonista e l’architettura della tragedia

Tensione e rilascio sono le due parole d’ordine di Athena, costruito su un susseguirsi di primi piani che diventano campi larghi, piani sequenza e camera a mano che si protraggono per diversi minuti. Si ha l’impressione di essere di continuo dentro l’azione, un’azione forsennata, violenta e carichissima, che puntualmente esplode in sequenze memorabili. È il caso dei primi quindici minuti, quelli dell’assalto alla stazione di polizia dopo l’annuncio della morte del piccolo Idir e della fuga dei ragazzi verso Athena. La macchina da presa si incolla ai corpi, si lascia spesso oscurare da ciò che le si addossa e dal caos della rivolta. Fumo, fuoco, urla: l’obiettivo è ottundere i sensi e al tempo stesso creare una sensazione di allarme e pericolo che porta a desiderare una deflagrazione, una liberazione finale.

E infatti dopo aver seguito anche la fuga dei ragazzi, sia attraverso lo spazio costretto all’interno del blindato sia attraverso lanciatissimi camera car, si arriva finalmente alla fortezza di Athena, una trincea di cemento che come un castello è pronta a essere difesa dai suoi giovani abitanti. Il drone che segue il capo della rivolta Karim (Sami Slimane) vira dolcemente fino a diventare frontale e, allontanandosi sempre di più, porta dentro l’inquadratura l’intero ingresso sopraelevato al quartiere di periferia, fino a rendere le figure umane minuscole, parte del paesaggio. L’opening credit appare soltanto in questo momento, costruito anche attraverso la musica per essere epico.

Credit: Netflix

Allo stesso modo sono più volte costruiti i momenti fondamentali del film, anche quello che consacra Karim a eroe tragico di Athena, quando a petto nudo sotto la giacca e con i capelli sciolti sulle spalle, avanza nel bel mezzo dell’assedio di Athena, quasi fermando il tempo. Karim tuttavia, è solo una delle quattro punte del film, uno dei quattro fratelli su cui si basa la storia. Il suo arco narrativo è denso e breve ed è la stessa grammatica cinematografica a suggerire che non si tratta del protagonista.

Athena si apre e si chiude infatti con Abdel (Dali Benssalah), soldato dell’esercito francese, integrato e in apparenza lontano dalle rivendicazioni del suo quartiere. In lui qualcosa si sblocca nel momento più tragico e più pesante, trasformandolo per sempre, trascinandolo verso la fine di tutto. In Abdel, in altre parole, si riversa la rabbia e lotta del fratello minore Karim, moltiplicata e raddoppiata dal lutto. È questo anche il principale motivo per cui Athena è stato “rifiutato” in patria, per l’ensauvagement del suo protagonista.

Dai Cahiers e Libération a Twitter, le stroncature della critica e del pubblico in Francia

Ciò che Athena documenta nella sua stupidità formale è un fantasma profondamente reazionario, quello dell’ensauvagement (inselvatichimento), brandito regolarmente dalla destra e dall’estrema destra, in un gesto formale che sarebbe cinico se non fosse di una profonda vigliaccheria.

Traduzione dalla recensione di “Athena” di Lucile Commeaux su Cahiers du Cinéma (Athéna de Romain Gavras: La police Minerva)

I tweet in francese delineano e denunciano un film “nazi”, di estrema destra, a supporto delle ragioni della police brutality o quanto meno ambiguo nel prendere una posizione contro. La stampa d’oltralpe inoltre individua in Athena un esercizio formale a discapito della sceneggiatura e della rappresentazione credibile della banlieue, fino a leggervi un insulto o una “forma di vigliaccheria”, come afferma Commeaux sui Cahiers.

Niente di tutto ciò si legge fuori dai confini della Francia, forse perché il film racconta una realtà comprensibile in pieno solo dall’interno, mentre all’esterno rimane un’opera cinematografica esaltante, di rara bellezza, soprattutto nella sua regia. Quanto alle critiche alla scrittura, tra l’altro firmata anche dal talentuoso Ladj Ly, non bisogna dimenticare il già citato ma fondamentale tempo della storia: tutto avviene nel corso di poche ore. Il focus della sceneggiatura non può e non vuole essere l’approfondimento psicologico dei personaggi, che rimangono archetipi, è piuttosto una visione enfatizzata della folla e della rivolta, una piccola guerra senza vincitori.

Athena è stato in concorso a Venezia 79 già come acquisto Netflix ed è disponibile unicamente sulla piattaforma dal 23 settembre.

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valeria-verbaro-framed-magazine
Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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