Atlantis

Nel 2019 Atlantis di Valentyn Vasyanovych vinceva la sezione Orizzonti di Venezia76 per poi essere sostanzialmente dimenticato. Dopo oltre 50 giorni di guerra tra Ucraina e Russia è arrivato nelle sale italiane con Wanted Cinema per tre giorni di proiezioni-evento. Ancora troppo pochi, a dirla tutta. Perché non se ne parla ancora abbastanza.

Una spaventosa premonizione

La pace in Donbass è un miraggio dal 2014. Non è quindi così strano che un film provi a immaginare, nel 2019, come sarebbe l’Ucraina dopo un’ipotetica guerra contro la Russia. Quel che oggi, invece, lascia senza parole e senza respiro è come e quanto la distopia di Vasyanovych somigli alle immagini dei telegiornali, tre anni dopo. Dal razionamento dell’acqua ai corpi nelle fosse comuni. Tutto urla che questa guerra era nell’aria e che la realtà, spesso, è molto più terrificante di qualsiasi immaginazione.

Scelte di regia e di stile

Vasyanovych opta per un cast di non professionisti. Veri soldati, veterani, volontari, che hanno visto con i loro occhi l’escalation in Ucraina orientale. Anche il protagonista, Andriy Rymaryk, è un ex combattente del Donbass. Insieme costruiscono un racconto più vero del vero. Crudo e brutale.

Il film è racchiuso tra due inquadrature in termocamera, stranianti e al tempo stesso efficaci per entrare e uscire dall’ottica del conflitto. Le sequenze sono poche e prolungate, spesso a camera fissa, e costringono il pubblico a fare da testimone attonito di ciò che accade intorno, osservando la vita ormai svuotata e grigia di chi è sopravvissuto. Atlantis è infatti la ricostruzione immaginaria di Mariupol nel 2025, un anno dopo la “fine della guerra”. Non c’è altro che distruzione e morte e il pubblico non può che diventarne parte, soprattutto sapendo che nello stesso, identico tempo in cui guarda il film, qualcosa di molto simile accade davvero.

In breve

Atlantis è quel presagio di cui spesso l’arte è capace. Quello spirito colto ancor prima che si concretizzi. Per questo spaventa, per questo è al tempo stesso necessario accoglierlo.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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