
Largamente anticipato come uno degli horror dell’anno, Backrooms è al cinema dal 27 maggio scorso grazie ad I Wonder Pictures. Opera prima di Kane Parsons, vede nel cast Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass, Lukita Maxwell, Finn Bennett e Avan Jogia.
La trama
Clark (Chiwetel Ejiofor), uomo da poco divorziato e proprietario di un negozio di mobili, fatica a ricostruirsi la propria vita dopo che sua moglie lo ha lasciato; non ha una rete di amicizie e decide di vivere all’interno del suo negozio. Una notte, dopo uno sfarfallio di luci, nel seminterrato del negozio appare un misterioso passaggio che porta Clark all’interno di una dimensione irreale, fatta di corridoi e infinite stanze senza uscita dall’aspetto estremamente familiare.
Dopo averne parlato con la sua terapeuta Mary (Renate Reinsve), Clark decide di addentrarsi in esse per saperne di più, ma finisce per scomparire all’interno di quel labirinto infinito. In seguito alla sua scomparsa, Mary decide di esplorare queste stanze, scoprendo nel mentre che quel luogo non è solo uno spazio fisico angusto, bensì uno spazio che reagisce ai ricordi, alle paure e alla psiche delle persone che ci entrano, assottigliando sempre di più il confine tra realtà e allucinazione.
Backrooms, da fenomeno del web a lungometraggio
Può una serie di cortometraggi disponibili su YouTube arrivare sul grande schermo? Sì, e Backrooms ne è la prova effettiva. Opera prima di Kane Parsons, è ispirato all’omonima serie di cortometraggi realizzata dallo stesso regista, tratti a loro volta da una leggenda creepypasta nata online, diventata con il tempo un vero e proprio fenomeno del web. Passare però da un immaginario fatto di frammenti e suggestioni, con caratteristiche pensate appositamente per il web, ad una narrazione cinematografica completa di personaggi e di una storia più complessa, non è un’operazione semplice.
È proprio questa la sfida di Backrooms: essere in grado di espandere quanto realizzato nei cortometraggi, pur mantenendo solida la propria identità. Se da un lato Parsons riesce a mantenere l’atmosfera disturbante e asfissiante delle backrooms, che conservano il loro aspetto liminale e misterioso amplificando la sensazione di claustrofobia e smarrimento, dall’altro il bisogno di dare una struttura più definita al racconto finisce per indebolire la componente misteriosa che tanto aveva reso conosciuto ed efficace il materiale primario originale. Nonostante tutto, Parsons riesce a costruire una tensione che si basa sull’atmosfera, piuttosto che sui classici jumpscare, ottenendo un lungometraggio che si basa soprattutto sul disagio interiore.
Backrooms, chi sono davvero i protagonisti?
Il disagio interiore ricercato da Parsons viene indagato in Backrooms tramite i suoi protagonisti, o meglio, ci prova. Il focus del lungometraggio ruota attorno a Clark e Mary, due personaggi che si trovano in due momenti differenti della loro vita e che affrontano situazioni diverse, legati però tra loro da un rapporto asimmetrico: Mary conosce molto bene il disagio di Clark, essendo la sua terapeuta, mentre per Clark non è così. Il loro coinvolgimento nelle backrooms li porterà ad affrontare quello che è il loro trauma, tramite entità misteriose che li metteranno alla prova, ed è proprio il modo in cui decidono di affrontare questa dinamica che va a definirli come persone.
Nonostante quest’ottima premessa, Backrooms si perde all’interno di opportunità che vengono presentate ma mai colte in pieno, e che portano il film ad ottenere un aspetto piuttosto scialbo. I personaggi, infatti, sono privi di un’identità chiara e definita, e rimangono per tutta la durata del discorso narrativo semplici macchie che la sceneggiatura decide di non approfondire adeguatamente, contribuendo alla creazione di personaggi che finiscono per diventare anonimi e superficiali. Le backrooms che dovrebbero psicanalizzare i personaggi, e che sono il riflesso della loro mente e delle loro paure, si ritrovano a fare da semplice contenitore.
In breve
Nella sua totalità, quello che doveva essere uno degli horror dell’anno, si ritrova ad essere un’occasione sprecata. La sostanza di Backrooms, i cui punti di forza rimangono l’atmosfera e la sua costruzione e gli ambienti liminali, si perde all’interno di un labirinto sottotono e caotico: la sua stessa sceneggiatura. Un fenomeno del web che rimane intrappolato nella sua forma originaria e che non riesce a spiccare nella forma di una struttura più complessa, quella del grande schermo.
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