
Sulla categoria Best Picture abbiamo le idee chiare, tra i dieci candidati emergono Hamnet e Sentimental Value, seguiti immediatamente da I peccatori, Una battaglia dopo l’altra e L’agente segreto. Rimangono in disparte Train Dreams, che meriterebbe un discorso a sé per la mancata distribuzione in sala e che fin da subito avremmo voluto aggiungere come menzione speciale, e Bugonia, dissacrante opera firmata da Lanthimos e apprezzata solo dagli irriducibili seguaci del regista.
Qui le nostre previsioni e desideri per uno dei premi più importanti dell’anno.
Scelto da Silvia Pezzopane:
Hamnet di Chloé Zhao
Se è con gli occhi rivolti verso l’anima più vera ciò che ci ostiniamo a fare, con amore, ogni giorno, è ad Hamnet di Chloé Zhao che va il mio ideale premio come Best Picture. Hamnet è decodificazione, interpretazione, rilettura e appassionata catarsi, che esplode in quello che è uno dei finali più emozionanti tra i film che abbiamo visto candidati per lo stesso riconoscimento.
Al di là delle precisazioni sulla verità della storia raccontata, ciò che va colto e assorbito è il potere della narrazione, il senso intrinseco del teatro, del cinema, della condivisione di sguardi all’interno di uno spazio comune dove le dita si congiungono, e allo stesso modo le emozioni. Ancora una volta la sensibilità di una regista come Chloé Zhao si riversa in un film che tenta, con successo, di raccogliere “il tutto”.
Scelto da Valeria Verbaro:
Le 16 nomination da record per I peccatori (Sinners) raccontano già qualcosa di grande, qualcosa che lo rende il vero vincitore di questa stagione dei premi, qualsiasi sia il verdetto. Nell’opera di Ryan Coogler ogni reparto comunica impeccabilmente con gli altri: la musica dialoga con il montaggio; la fotografia amplifica le scelte di regia, con attenta oscillazione fra diverse aspect ratio; gli effetti visivi sconfinano nel make up e viceversa; la sceneggiatura si nutre del lavoro magistrale e anche delle improvvisazioni del magnifico cast.
A tutto questo si aggiunge che Ryan Coogler, con la sua Proximity Media, è riuscito a produrre il film strappando a Warner Bros un contratto inedito, che gli assegnerà la proprietà assoluta di Sinners tra 25 anni. Una scelta che cambia la storia degli Studios. La verità è che Sinners non ha bisogno di nessun Oscar, ma gli Oscar avrebbero bisogno di Sinners, per dare un segnale, per far capire che anche l’industria, quando vuole, sa accorgersi e sa fidarsi della visione d’insieme di un artista.

Scelto da Rebecca Fulgosi:
Hamnet di Chloé Zhao
Candidato a otto premi Oscar, Hamnet – Nel nome del figlio diretto da Chloé Zhao e con protagonisti Jessie Buckley e Paul Mescal, è senza dubbio uno dei titoli più significativi e chiacchierati della corrente stagione dei Premi 2026.
Chloé Zhao mette in scena un lungometraggio che si fonda sui silenzi, ricchi di senso e mai fuori luogo, in grado di emozionare grazie a una profondità narrativa unita a una regia estremamente minuziosa e attenta ai dettagli. Hamnet riesce, senza troppi sforzi, a lasciare un segno indelebile nella memoria degli spettatori, insegnando come l’arte (in questo caso il teatro) possa essere contemporaneamente occasione di catarsi e di redenzione, oltre che di salvezza.

Noah Jupe stars as Hamlet, Jessie Buckley as Agnes and Joe Alwyn as Bartholomew in director Chloé Zhao’s HAMNET, a Focus Features release.
Credit: Courtesy of Focus Features / © 2025 FOCUS FEATURES LLC
Scelto da Emanuele Bucci:
L’agente segreto (O agente secreto) di Kleber Mendonça Filho
L’autoritarismo trumpiano non travolge solo gli USA ma il mondo intero, e l’America Latina è tra le regioni del pianeta che più scontano il rinnovato e potenziato imperialismo a stelle e strisce, saldamente e non casualmente alleato delle estreme destre locali. Questo, nella convinzione che l’arte sia autonoma dalla politica ma mai estranea a essa, è il primo motivo per cui vorremmo fosse il brasiliano L’agente segreto, più dei pur meritevoli Una battaglia dopo l’altra e I peccatori, a conquistare l’Oscar al lungometraggio (lasciando la statuetta degli internazionali all’imprescindibile denuncia del genocidio a Gaza che è La voce di Hind Rajab).
E sarebbe un verdetto non soltanto militante, ma capace di valorizzare un grande film, denuncia mai didascalica della dittatura militare nel Paese d’origine del regista Kleber Mendonça Filho, e ode mai retorica alla memoria come terreno e strumento di lotta personale e collettiva oltre l’impotenza e la sconfitta dei singoli. Il tutto attraverso la parabola, in acido equilibrio fra dramma familiare, commedia macabra e noir grottesco dagli umori quasi “coeniani”, del fuggitivo Wagner Moura, ordinario e carismatico, vulnerabile ed enigmatico, che abbraccia uno sfaccettato microcosmo di dissidenti e resistenti: dove, ieri come oggi, l’umanità preserva sé stessa nelle ore più buie.

Scelto da Annamaria Martinisi:
Sentimental Value di Joachim Trier
Sentimental Value è senz’altro tra i più bei film in corsa agli Oscar 2026. Come si può amare quando non ti è mai stato insegnato? Come si può essere visti, da chi vive all’ombra dei propri fantasmi, e non conosce la luce? Un’opera che parla di “valore sentimentale”, per l’appunto, in cui la perdita, la morte e ciò che ci tormenta, alle volte, hanno fondamenta molto più fragili di ciò che crediamo. Esse affondano nelle ombre dell’infanzia, rimangono al buio, nascoste tra le intercapedini dei muri e dei ricordi, e sono lì, pronte a fuoriuscire sotto forma di luce.
Una luce che chiede solo di essere “vista”, percepita, riconosciuta dalle persone da cui scegliamo di circondarci, che amiamo di più e che, paradossalmente, sono le stesse che formano le ombre che ci oscurano, e fanno più male. Sentimental Value pone l’attenzione sul “mal d’anima”, e la sua cura, che non risiede nell’avere qualcuno che ci risolva i problemi, ma che sia disposto solamente ad ascoltarli, facendoci sentire a casa. Al riparo. Senza dover far più caso alle crepe sui muri.
Scelto da Giulia Nino:
One Battle After Another (Una battaglia dopo l’altra) di Paul Thomas Anderson
Lontano dalla spietata campagna marketing di Marty Supreme e senza sentimentalismi urlati alla Hamnet, One Battle After Another potrebbe essere passato inosservato a un pubblico poco attento, ma non certo ai votanti della stagione dei premi, in cui resta uno dei favoriti. Parlandoci di un’America quanto mai attuale e allo stesso tempo paradossale, l’ultima pellicola di Paul Thomas Anderson concilia perfettamente il linguaggio comico con la tensione, l’intrigo con la violenza, la pietà con la speranza.
Tecnicamente perfetto e con un cast impeccabile, infatti, One Battle After Another non vuole farci la morale sui tempi che furono, ma neanche insegnarci nulla su come affrontare il futuro. Con una disillusione dark e dalla risata a denti stretti riesce a rappresentare una storia complessa al punto da poter diventare specchio di un intero periodo storico, senza perdere di vista l’intrattenimento del pubblico.

Scelto da Gaia Rotili:
Sentimental Value di Joachim Trier
Sentimental Value non è un film che grida, non cerca l’effetto: si lascia abitare. Trier racconta una frattura familiare, ma lo fa mettendo in discussione il ruolo stesso del cinema: può davvero l’arte riparare ciò che nella vita è rimasto irrisolto? La trasformazione della casa in set non è un semplice espediente narrativo, è il cuore del discorso. Ogni scena diventa un confronto tra rappresentazione e verità, tra ciò che si può mettere in scena e ciò che resta fuori campo. Sentimental Value non offre riconciliazioni facili né svolte consolatorie e in questo tentativo c’è un’idea di cinema che non manipola l’emozione ma la lascia emergere con naturalezza.
Trier costruisce un equilibrio raro: racconta personaggi profondamente imperfetti senza giudicarli e allo stesso tempo non li assolve. In un’annata ricca di film ambiziosi e rumorosi, quest’opera sceglie la complessità invece dell’enfasi. Premiarla significherebbe riconoscere un cinema che non cerca di impressionare, che ci ricorda come la vita non si possa riscrivere, ma solo guardare con maggiore consapevolezza.

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