The Blues Brothers - Universal Pictures 1980

Parliamo di blues, quello vero, quello puro. Quel blues che va dagli anni ’30 agli anni ’50 del XX secolo, uscito appena dalle piantagioni di cotone del Sud degli Stati Uniti, ma non abbastanza da lasciarsi già contaminare dall’esterno. Un prima e un dopo del blues: nel mezzo tre decenni come una cesura tra il suo passato e il suo futuro, tra un’espressione ancora tramandata oralmente e l’epoca della sua riproducibilità tecnica.

Quel momento di cesura, infatti, non è altro che un tempo presente in cui il blues entra negli studi di registrazione e incontra le etichette discografiche. Ma è un percorso ben preciso che racconta una storia apparentemente sbilenca. Se non la si guarda dalla giusta prospettiva.

Sbilenca come le parole di uno dei suoi brani più celebri, capace di suonare accordi che uniscono il passato e il futuro del blues, Robert Johnson e i Blues Brothers

Oh, baby, don’t you want to go?
Oh, baby, don’t you want to go?
Back to the land of California
To my sweet home Chicago
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Sweet Home Chicago è un popular blues divenuto celebre nella versione di Johnson (1936) e poi in quella dei Blues Brothers (1980).

Non c’è bisogno di essere esperti in geografia americana per cogliere l’incongruenza di queste parole: la California, nel profondo sud, Chicago, all’apice del nord.

Eppure c’è una logica affascinante in questa apparente incongruenza, quella che disegna, in qualche modo, la traiettoria evolutiva di qualsiasi espressione orale che sopravviva al tempo, facendosi incidere con l’inchiostro su un foglio. O su un vinile con una puntina.

Robert Johnson (anni '30) - Wikimedia Commons
Robert Johnson (anni ’30) – Wikimedia Commons

Il blues della cotton belt

La stessa strana traiettoria che si rintraccia nella vita della maggior parte dei mitici bluesmen. Come in quella di John Lee Hooker. Undicesimo figlio di una famiglia di mezzadri delle piantagioni della cotton belt, nel Mississippi. Le prime note musicali sono “obbligate” dal padre, predicatore battista, e non possono essere che quelle spirituali del gospel.

Ma per sua fortuna, la vera influenza blues la ottiene dal patrigno, William Moore. Cresciuto in Louisiana, Moore canta il blues per professione e lo fa reinterpretando il genere, disegnando con la voce un ritmo ripetitivo e ipnotico. È proprio questo a catturare il piccolo John come un incantesimo.

Ed è quella magia a portarsi dietro quando lascia il Sud per andare a trovare lavoro al Nord, a Detroit. Di giorno lavora in una fabbrica di automobili, di notte gira per gli studi di registrazione: non si ferma un attimo. Soprattutto in questi ultimi, dai quali entra ed esce registrando varie versioni dello stesso brano, usando diversi pseudonimi. La stessa astuzia che molti bluesmen dell’epoca adottarono per ingannare un sistema che non paga il minimo indispensabile per sopravvivere.

La vita e l’arte sono una cosa sola: un luogo comune, il più delle volte. Ma non per il blues, quello vero, quello puro. Perché le vite dei bluesmen seguono un’inscindibile traiettoria con il blues stesso. Esattamente come la vita di John Lee Hooker.

Perché se parliamo di blues, di quel blues, le nostre parole non possono non trasmettere l’eco di quel clangore metallico di catene di una schiavitù abolita solo legalmente. Come non possiamo non parlare delle rive fangose del Delta del Mississippi, dei crocevia di campagne sterminate dove, di notte, secondo le leggende popolari, si attende il diavolo per vendergli l’anima in cambio del talento.

John Lee Hooker sul palco del Chicago Bluesfest nel 1986. Foto di Stevesworldofphotossu licenza CC BY-ND 2.0
John Lee Hooker sul palco del Chicago Bluesfest nel 1986. Foto di Stevesworldofphotossu licenza CC BY-ND 2.0

Eppure non è lì che vive quel blues. Laggiù al Sud si limita a sopravvivere, a restare quel bisogno esistenziale che lo ha fatto nascere. Perché laggiù ci sono piste da ballo diroccate, piene ex schiavi, disperati e ubriachi nel dopolavoro. La vita è altrove.

È invece in quel Nord dove gira il denaro, dove il lavoro può essere dignitoso e con un po’ di furbizia si raccoglie più del pattuito. Al punto da strappare un raccoglitore di cotone al suo destino e trasformarlo in un bluesman. Un musicista capace di sopravvivere col proprio talento.

E in questo Nord dove il blues emigra non ci sono campi ma industrie, non c’è fango ma cemento, non ci sono crocevia di campagna ma gente ricca disposta a pagare per divertirsi. E non ci sono neppure balere disperate dove esorcizzare la vita, ma studi di registrazione ed etichette discografiche a cui venderla.

Lassù al Nord (Detroit, New York, Chicago) un altro blues che parla del suo passato con un altro sguardo, spensierato e mitico. Come quello dei Blues Brothers, in fondo.

Ed è bello così. Perché lassù, forse, il diavolo c’è sempre, ma assume un’altra forma: non prende più l’anima del musicista per il talento, ma offre denaro per comprare la sofferenza del suo passato, quella passione dolorosa dalla quale il blues è nato. E per la quale non morirà.

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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