pat garrett billy the kid

C’è una strana ricorrenza questa settimana. Qualcosa che riguarda gli USA, ma che, in qualche modo, arriva fino a noi. Anzi, ci arriva in un modo ben preciso: attraverso il cinema e la musica. Si tratta di un omicidio. Un omicidio compiuto da un ragazzino di 17 anni nei confronti di un uomo che lo vessava quotidianamente: legittima difesa. Oggi lo definiremo bullismo.

Quell’omicidio è passato alla Storia come il primo commesso da uno dei banditi più celebri, Billy The Kid.

Luogo: Stati Uniti d’America. Anno: 1877. Una coordinata spazio-temporale che, nel tempo della nostra coscienza, della nostra capacità immaginativa e culturale, appartiene in maniera imprescindibile a un preciso contesto: quello che definiamo il Far-West.

Può evocare Tex Willer, John Ford e John Wayne, Sergio Leone e Clint Eastwood, il Django di Tarantino, o molto altro: dipende dall’età o, forse, più probabilmente, dal proprio gusto.

Il western di Sam Peckinpah

Non sarà certo una questione di età. Infatti, se ad alcuni evocherà Sam Peckinpah. Il mucchio selvaggio e Pat Garrett & Billy the Kid sono solo i due film esplicitamente western del regista americano, ma quasi tutte le sue opere respirano questa atmosfera, anche se ambientate in altre coordinate, come la rivoluzione sessuale americana del Cane di paglia. Tutto in Peckinpah richiama al western. Ma al suo western.

Quel realismo brutale nel quale i proiettili esplodono sordi dalle roulette delle colt per conficcarsi secchi nei corpi, dove i respiri soffocano nel petto colpito per liberare un esanime gemito di dolore, e la polvere ricopre ogni speranza e ogni prospettiva morale, negando drasticamente la distinzione tra buoni e cattivi, tra vincitori e vinti, tra dannati ed eroi.

Attraverso questo crudo realismo, Peckinpah tramanda un Billy the Kid nudo, privo di qualsiasi idealizzazione, vittima degli eventi di una vita nella quale si trova gettato, senza scelta. Come tutti noi.

Billy the Kid in una foto dell’epoca – Credits: Wikipedia

L’immagine che penetra nella coscienza

Ma questo, forse, non basta a far sì che un personaggio così lontano riesca a colmare la distanza del tempo storico. C’è qualcos’altro, qualcosa che distrugge qualsiasi concezione matematica del tempo rendendo Billy the Kid una presenza attuale nella nostra immaginazione, nel tempo della nostra coscienza.

Si tratta di un’immagine all’interno stesso del film. O, in termini cinematografici, di una sequenza. Un filosofo del cinema, Gilles Deleuze, la definì come “immagine-affezione”: una scena, spesso il primo piano di un volto, in cui l’estensione narrativa del film s’interrompe per aprire una parentesi intensiva, un’immersione visuale estemporanea nella profondità emozionale di un personaggio. L’obiettivo di questa immagine è coinvolgere emotivamente lo spettatore, colpirlo nella sua sensibilità per permettergli di immedesimarsi totalmente in ciò che sta guardando.

Ogni opera cinematografica, probabilmente, ha la sua immagine-affezione. Pat Garrett & Billy the Kid ce l’ha, ed è sicuramente il momento del film che lo regala alla Storia del cinema e dell’Arte.

Pat Garett & Billy the Kid, la morte dello sceriffo Baker – Credits: YouTube

Lo squarcio fugace nella realtà

Cavalli imbizzarriti, uomini, cowboy, cacciatori di taglie, banditi, si sparano e si nascondono, si minacciano e si feriscono, uccidono e vengono uccisi: nella confusione sorda della sparatoria, all’improvviso emerge una musica.

In mezzo al crudo realismo che impone allo spettatore di trattenere il respiro, delle note distensive dilatano le immagini stesse. E lo spettatore, prima ancora di capire da dove provengano, ricomincia inconsciamente a respirare.

Gli stessi personaggi sembrano sospendersi per un istante, come se anche loro sentissero quella musica crescente e cercassero nel caos della sparatoria da dove provenga. Anche i proiettili smettono di esplodere.

L’occhio registico di Peckinpah, confuso all’interno stesso della confusione, indugia su alcuni personaggi, cerca di capire dove puntare il proprio sguardo, mentre una voce inizia a cantare sulle note qualcosa che sembra una preghiera: è Bob Dylan, è Knockin’ on heaven’s door.

Ed eccolo, finalmente, l’anziano sceriffo Baker che si allontana barcollando dalla sparatoria, senza difese, con una mano a tenersi un fianco dilaniato da un proiettile. Ha un lago di fronte a sé, poco più di un putrido, immobile stagno, in realtà, sul cui specchio d’acqua si colora un tiepido tramonto: ma sullo stacco dello sfondo, quell’uomo morente cerca strenuamente di raggiungerlo danzando sulla musica sempre più intensa e trasformandolo in un guado da attraversare per bussare alla porta di quel paradiso che Dylan sta cantando. Tutti i personaggi si fermano e seguono quella sua avanzata impossibile e inarrestabile. Tra loro, una donna trasandata, sgraziata: per un istante gli corre incontro, poi, d’un tratto, di ferma. L’uomo si è voltato a guardarla e non dice niente, ha il volto distrutto dallo sforzo sovrumano che sta compiendo e il braccio ancora inutilmente appeso al fianco: anche la donna, immobile, lo guarda, con le lacrime a invadere gli occhi. Le sue labbra, semiaperte, vorrebbero gridare il suo nome, il nome di suo marito, ma riescono a placarsi per rispettare dolorosamente la dignità di un uomo che sta morendo.

L’immortalità

Sam Peckinpah, Bob Dylan, Pat Garrett & Billy the Kid, Knockin’ on heaven’s door. Un attimo di grazia umana aperto come uno squarcio sacro sulla superficie brutale della realtà. Un piccolo, breve, fragilissimo istante di cinema e musica, di Arte, che rende l’immortalità delle emozioni proprio attraverso la mortalità dell’uomo che le vive. E che le distrugge.

Sam Peckinpah e Bob Dylan sul set del film – Credits: www.leitmovie.it

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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