
Se non si è disposti a lasciarsi andare totalmente al flusso narrativo di Bucking Fastard, è difficile che il film arrivi nella sua pura e surreale anima stratificata. Werner Herzog, che torna alla fiction a sette anni da Family Romance, LLC (2019), porta a Venezia una visione che si fa spazio nelle sue più consuete ossessioni e tematiche adorate, attraverso il racconto di due sorelle inseparabili, interpretate da Kate e Rooney Mara, per la prima volta insieme sul grande schermo, così unite da parlare all’unisono, sentire all’unisono, amare e odiare come se fossero una sola.
Nei loro cappotti identici, abbinati a gonne e scarpe identiche, si rendono visibili in un mondo che non le comprende, provano rabbia, insoddisfazione, ma anche gioia, amore, e cercano un luogo, che probabilmente non esiste se non nel loro desiderio più profondo di essere libere, come volpi, come esseri unici.
Nulla di prevedibile
Bucking Fastard, scritto e diretto da Herzog, inizia nell’aula di un tribunale, dove le due sorelle Jean e Joan Holbrooke vengono accusate per le azioni a danno del querelante (Orlando Bloom), con cui in passato entrambe hanno avuto una relazione, a cui erano devote in modo totale, sia psicologicamente che sessualmente. La rabbia delle sorelle nei confronti dell’uomo è dovuta all’abbandono subito in seguito al matrimonio di quest’ultimo. Ma quel tribunale non è che il principio di una spirale che continua a sorprendere chi guarda di scena in scena.
C’è un’ispirazione reale, che viene dalla vicenda delle sorelle Freda e Greta Chaplin, diventate famose negli anni Ottanta per aver ricevuto un ordine restrittivo da un uomo con cui entrambe avevano avuto una relazione, mentre tutto il resto non è che un innesto visionario all’interno di un quadro realistico: ci sono loro, Jean e Joan, e gli occhi che le guardano, che le scrutano, che le desiderano, o che le disprezzano. Vivono un rapporto fuori dal normale, che rasenta i tratti dell’incredibile, ma che si traduce in una maniacale ossessività che non permette a nessuna delle due di vivere senza l’altra, o neanche di servire un thè o aprire una scatoletta di sardine.
Dove il fantastico si piega al reale
Il parallelo tra fantastico e realistico viene interpretato solo dall’assistente sociale (Domhnall Gleeson) che le mette di fronte alla possibilità di vivere come due, invece che come una. È l’unico in grado di leggere tra l’eccentrico e il problematico, e di individuare quella fessura di inadeguatezza all’esistenza.
La loro difficoltà emerge sotto uno strato di apparente leggerezza e ingenuità: sembrano due bambine, ma anche strani personaggi provenienti da un racconto fantastico dal sottotesto molto oscuro. Cosa ci vuole dire Herzog? Che in una dimensione recondita, che può localizzarsi nella fantasia come in una città irlandese, Jean e Joan esistono, e come chiunque altro vorrebbero amare ed essere amate. E anche che non tutto ciò che ci viene mostrato necessita di una spiegazione, ma di una comprensione quasi empatica con il diverso, che anche se in un primo momento fa sorridere, rivela la difficoltà effettiva del liberarsi delle proprie idiosincrasie.
Sfiorare l’onirico, omaggiare Lynch
Herzog dedica Bucking Fastard a David Lynch: una scritta compare dopo l’incipit del film, in cui viene raccontato un sogno, dove uccelli cantano, un sogno fatto anch’esso “all’unisono” da entrambe le donne. Lo spirito di Lynch riempie tutto il flusso narrativo e visivo del film, come se lo proteggesse (e supervisionasse) da un luogo remoto in cui le cose non sono come sembrano, ma non per questo è sempre necessario che vengano spiegate, analizzate, private del loro fascinoso mistero.
E quella che solo in apparenza appare come un’escalation di stranezze, diventa la ricerca di un luogo altro, in cui l’amore sia al primo posto, in cui la libertà non venga limitata, tale ricerca diventa pian piano un’ostinata missione, che ha la sua deriva in un delirio giocoso, o nella proiezione di come le due vorrebbero che le cose fossero andate prima del processo.
Ma, come viene ricordato alle protagoniste, non c’è speranza per loro, perché non possono effettivamente “uscire” dal mondo che le circonda, poiché di fatto non ci sono neanche mai entrate.
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