Locandina Calls - Credits: Apple TV+

Co-produzione franco-americana (Apple TV+ e Canal +) basata sulla serie omonima francese ideata da Timothée Hochet, Calls è sceneggiata e diretta da Fede Álvarez. Regista uruguayano, Álvarez si è fatto conoscere nel 2013 grazie allo straordinario remake de La casa (Evil Dead) di Sam Raimi.

Nel 2016 esce l’adrenalinico e maestosamente diretto Man in the Dark, di cui abbiamo parlato in occasione dei consigli di Halloween: il titolo è il banalizzante adattamento italiano (ma in inglese, no comment) dell’originale, e molto più suggestivo, Don’t Breathe. Anche se con una produzione ancora troppo limitata, il nome di Álvarez si porta dietro, almeno per me, la garanzia di horror di livello. Non si culla mai nel fisiologico spavento dei jumpscare, ed è in grado di mettere la tecnica al servizio della narrazione, esaltando entrambe: uno dei nomi più interessanti del panorama horror contemporaneo.

Fede Álvarez, showrunner di Calls
Fede Álvarez, showrunner di Calls

FREQUENZE SU SCHERMO

Potremmo definire Calls un’audioserie. Episodi brevi, dalla durata che va dai 13 ai 20 minuti, ci presentano una narrazione portata avanti esclusivamente attraverso delle chiamate telefoniche.

Ciò che vediamo a schermo aderisce al regime conoscitivo che uno scambio telefonico rende possibile, ovvero quello esclusivamente auditivo. La piattezza drammaturgica di uno schermo nero è scongiurata da modalità di messa in scena alternative. Come su un copione teatrale, vediamo i nomi di chi sta parlando, con le parole che compaiono mano a mano che la battuta viene recitata. Ma non ci si limita a questo espediente, che, in ultima analisi, serve soprattutto a rendere più chiaro ciò che viene detto, sporcato talvolta dalla distorsione della chiamata.

Quelle che potremmo definire “frequenze sonore vocali” vanno a riempire il vuoto lasciato dalle immagini, delineando il ritmo e le onde emotive della narrazione. Perché sono proprio delle onde, quelle che si animano davanti ai nostri occhi: dalla semplice orizzontalità del primo episodio – che ci deve far entrare nel mood dell’operazione – alle talvolta arzigogolate costruzioni di quelli successivi. Questi effetti non si limitano infatti a dare un po’ di colore e appeal visivo.

Si modificano, di episodio in episodio, modellandosi sulle esigenze della narrazione, cercando di tradurre la spazialità in gioco a un livello di suggestione grafica. E i movimenti di macchina, resi ovviamente impossibili dalle circostanze, trovano il loro sostituto nelle rotazioni della struttura visiva, negli avvicinamenti al testo delle battute, negli spostamenti dei nomi dei personaggi sullo schermo.

Si pensi, a titolo esemplificativo, al terzo episodio, Pedro across the street: due linee perpendicolari delineano la chiamata tra due dirimpettai, e l’impianto grafico viene ruotato per dare l’idea del movimento del protagonista, che attraversa la strada per andare nella casa del vicino. C’è una vera e propria regia che scandisce la narrazione e determina i rapporti interpersonali e il dramma.

Pedro Across the Street - Calls - Credits: AppleTv+
Pedro Across the Street – Calls – Credits: AppleTv+

IBRIDAZIONE TRA GENERI

La serie ha una struttura non lineare per i primi due episodi e poi procede con salti temporali più o meno significativi. Ogni episodio comincia con le coordinate temporali e geografiche di ciò che stiamo per vedere. All’inizio di ogni puntata ritroviamo le coordinate precedenti che, con un effetto grafico sullo stile delle pagine del calendario che vengono girate, ci portano in tempi e spazi diversi.

Il primo episodio, The end, si svolge tra Los Angeles e New York il 30 dicembre di un anno imprecisato. Il secondo episodio, The beginning, il 9 febbraio di quello stesso anno, a Phoenix. Dal terzo in poi si andrà solo avanti nel tempo, fino ad arrivare alle ultime due puntate, che hanno entrambe come data il 30 dicembre dell’inizio. Ed è proprio attorno al tempo, alla sua concezione ben lontana da una linea retta, che la serie si sviluppa. 

Il primo episodio ci butta nel mezzo di una realtà dai toni apocalittici, e sarà questo battesimo del fuoco a regolare la nostra interpretazione degli episodi seguenti. I personaggi sono ogni volta diversi, con alcuni ritorni, e si trovano ad affrontare situazioni strane e inquietanti che hanno a che fare con un’anomalia temporale connessa alle chiamate telefoniche. La nostra conoscenza della situazione generale si costruirà con la successione di avvenimenti apparentemente scollegati.

Il tono spazia tra horror, thriller e drama, tante variazioni sul tema che cercano di vivificare un prodotto che, alla lunga, rischia di risultare ridondante. Cosa che, a mio parere, purtroppo accade, rendendo poco interessante e superflua la “spiegazione” finale di ciò che sta accadendo. La prima metà della serie, dove le storie sembrano quasi indipendenti tra loro e rappresentano tanti micro-eventi in cui l’elemento di genere fa da padrone, è nettamente superiore.

La seconda metà paga lo scotto di dover spiegare ciò che sta accadendo. Sfocia nel didascalismo degli ultimi due episodi, di cui la serie non aveva bisogno, e a causa dei quali perde invece l’aura di accattivante mistero con cui ci aveva blanditi inizialmente. Oltre a diventare inevitabilmente ripetitiva e a far sfumare la curiosità iniziale, di quando le linee guida di questo futuro ipotetico erano ancora tutte da stabilire. Si pensi all’ottavo episodio, Is there a scientist on the plane?, la cui commovente narrazione è gravata proprio dal bisogno di fornire allo spettatore tutte le spiegazioni necessarie.

IL CAST INVISIBILE DI CALLS

A dar vita ai personaggi che udiamo confrontarsi con tragici eventi, inquietanti presenze e scelte impossibili è un ricchissimo cast di voci assolutamente di livello.

Il Pedro dell’episodio sopracitato, un thriller dalle tinte domestiche che fa trattenere il fiato fino alla fine, è proprio Pedro Pascal (Game of Thrones, Narcos). Già in The Mandalorian abbiamo potuto ammirare una sua performance in cui la voce faceva da padrona. Qui è probabilmente il personaggio a risultare vocalmente più intrigante, grazie anche all’alone di mistero che aleggia attorno al suo ruolo. È affiancato in questo episodio da Mark Duplass (ideatore insieme al fratello Jay della serie antologica Room 104) e Judy Greer (Paradiso amaro, Ant-Man).

Il secondo episodio, The beginning, è probabilmente il mio preferito: narra di una breve fuga dalle responsabilità che si tramuta in qualcosa di molto più grande. Il protagonista è Aaron Taylor-Johnson (Kick-Ass, Animali notturni), mentre la fidanzata è Riley Keough (Mad Max: Fury Road, The Girlfriend Experience).

Tra le altre voci: Lily Collins, Karen Gillan, Rosario Dawson, Paul Walter Hauser, Nick Jonas, Joey King, Jaeden Martell e Aubrey Plaza.

Si tratta, insomma, di una serie senza dubbio interessante, che vive del concept di base, di un’idea visiva dall’indubbia originalità e della curiosità che – almeno in me – questo genere di prodotti solitamente suscita. Ma è anche un esperimento che non riesce sempre a mantenersi al livello promesso all’inizio. Di certo mi ha invogliato a recuperare la serie francese omonima, chissà che possa riservare qualche sorpresa positiva.

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Librofila dal 1994, laureata in Cinema, televisione e produzione multimediale e wannabe ricercatrice universitaria, amo il cinema classico americano, le miniserie e il buon vecchio Tarantino. Sono un'appassionata e studiosa di divismo e feminist studies, e credo fermamente nel potere sociale della rappresentazione cinematografica.

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