
Protagonista di Ciao, Varsavia, il cortometraggio diretto da Diletta Di Nicolantonio, Carlotta Gamba si mette alla prova per la prima volta con un formato breve di racconto, in cui la sua interpretazione si avvale di pochissime parole, ma di un grande impatto emotivo. Il corto, presentato ad Alice nella Città 2025, si è aggiudicato il Premio Andromeda Film; un riconoscimento che ha l’obiettivo di sostenere i giovani autori e registi emergenti. L’opera affronta il tema dei disturbi alimentari attraverso l’esperienza di Diana, che è sola a Varsavia e decide di accettare un invito per un casting di lingerie.
L’attrice, che debutta al cinema nel 2021 con America Latina di Damiano e Fabio D’Innocenzo, ha vissuto un intenso 2024, partecipando a due esordi registici al femminile che hanno lasciato il segno nel cinema italiano contemporaneo: Gloria! di Margherita Vicario e L’albero di Sara Petraglia. Inoltre è tornata a recitare per i fratelli D’Innocenzo per la serie Dostoevskij al fianco di Filippo Timi.
Ciao, Varsavia si è aggiudicato un riconoscimento importante ad Alice nella Città, perché secondo te ha colpito così tanto?
Penso che Ciao, Varsavia sia un corto coraggioso e libero, e credo non ci siano mai stati limiti nella scrittura quando Diletta l’ha pensato e scritto e di conseguenza quando l’abbiamo girato. È una grande dote, la libertà di raccontare anche argomenti più scomodi, cose che forse riteniamo spesso frivole. Ripenso al finale del corto, quando la protagonista si ritrova in quella casa con quell’uomo; sono cose che secondo me non vengono mai davvero affrontate perché appunto reputate non meritevoli di un racconto.
Poi è stato il mio primo corto, un’esperienza che non avevo mai fatto. È diverso dal lavoro su un lungometraggio; il cortometraggio ti lascia un sacco di spazio di immaginazione. Tutto quello che non è scritto in 90 pagine è raccolto in una ventina, e il resto lo puoi immaginare, una cosa che mi è piaciuta molto.
Come ti sei trovata con la direzione di Diletta Di Nicolantonio?
Diletta si è affidata a me: mi ha cercata, mi ha voluta, e poi siamo partite e abbiamo iniziato a farlo. Mi ha lasciato parecchio spazio, c’era grande libertà ed è stato bello. Leggendo le parole che ha scritto ho empatizzato molto con la storia. In un’intervista che abbiamo fatto insieme ha confessato che qualcosa di questa storia in un certo senso le appartiene, ed è un dettaglio che avevo intuito e che mi ha colpito, perché mi ha dato la la possibilità di fare prima di tutto una cosa importante per qualcuno che era dall’altra parte della macchina, e il resto sarebbe venuto poi.

Il 2024 è stato un anno importante per te; hai lavorato con Margherita Vicario, Maura Delpero e Sara Petraglia. Come hai vissuto la partecipazione a film così importanti per il panorama femminile del cinema italiano?
Sono stati tutti decisamente emotivi come viaggi personali. Margherita, Maura e Sara sono donne molto diverse tra loro, e questo è bellissimo; hanno ognuna il proprio modo di stare sul set, di dirigerlo, e mentre lavoravo con loro provavo un grande senso di ammirazione. Anche i lavori che hanno realizzato sono abbastanza diversi, ma in un certo senso tutti autobiografici: il film di Sara è dichiaratamente autobiografico, quello di Margherita, con la musica, la creazione, mette in scena il suo essere donna nella musica, e infine quello di Maura parte dalla ricerca del padre, per raccontare la storia di una famiglia.
Tutte e tre l’hanno fatto in maniera sincera, e apprezzo quando mi ritrovo a lavorare con questi personaggi che partono da una necessità, fa sicuramente la differenza. Sento che questo approccio faccia parte di me, del mio privato, della mia solitudine in cui ho modo di raccontare, parlare, scrivere di qualcosa di mio.
Nello stesso anno sei stata anche protagonista della tua prima serie, Dostoevskij, che esperienza è stata?
È stato un lavoro lungo per me, per Ambra, il mio personaggio, anche diverso da tutto quello che avevo fatto prima. Compaio più o meno una volta ad episodio, questo mi ha portato ad attendere il mio turno in un certo senso, perché la serie ha sei episodi, tante scene. L’attesa era qualcosa che mi spingeva tantissimo a voler essere sul set, a voler essere Ambra. Dostoevskij è stata forse l’esperienza che metto al primo posto nel mio cuore perché Ambra mi ha cambiata, è entrata dentro di me e io me ne sono innamorata; è un ruolo che trovo bellissimo.
Lavorare con i fratelli D’Innocenzo è sempre incredibilmente catartico, quindi sebbene Ambra fosse completamente diversa da me ho provato a metterci tutto quello che potevo e mi sono stupita dello spazio che ho avuto, grazie a loro e a come dirigono, grazie alla loro scrittura.
Adesso stai lavorando a qualcosa, magari tornerai a teatro?
Non è semplice, adesso chiaramente sono in un momento dove nel cinema riesco a lavorare, sono fortunata, però mi piacerebbe moltissimo, è una cosa che non smetto mai di pensare, di sognare, ed è bello avere un sogno da realizzare, vediamo cosa accade.
Al cinema invece?
Dovrebbe uscire prossimamente la serie Portobello, diretta da Marco Bellocchio, dove interpreto la figlia di Enzo Tortora (che ha il volto di Fabrizio Gifuni, ndr). Bellocchio è un regista che sul set porta uno spirito incredibile, e un grande carattere. È stato anche interessante vedere come Gifuni lavorava rispetto al suo personaggio. Io ho un ruolo che è abbastanza piccolo nella serie, e questo mi ha però permesso di godermi il resto: i retroscena, il dietro le quinte, ed è stata una scuola per me.
Poter vedere dirigere Bellocchio, quando iniziava ad improvvisare la scena, anche se non c’eri ti prendeva, ti posizionava, era emozionante, molto teatrale come direzione. Anche nei pensieri, nella creazione, è ancora tutto là: ha fatto un sacco di film, di progetti, eppure ha ancora tantissimo da tirare fuori, e lo vedi come scava nella sua creatività per fare sempre il massimo. Sarebbe stupendo diventare così. Non fermare mai quel fuoco.
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