Prima di intraprendere un tour per tutta l’Italia, il monologo Il Cuore Inverso, scritto da Nando Vitali e interpretato da Carmen Di Marzo, arriva al Teatro Vittoria di Roma il 28 e il 29 ottobre all’interno della rassegna “A porte aperte”. Con la regia di Paolo Vanacore e le musiche originali Alessandro Panatteri, lo spettacolo è dedicato alla memoria di Iole Mancini, staffetta partigiana deceduta il 2 dicembre 2024 all’età di 104 anni.

Il Cuore Inverso

Su oltre 50.000 staffette partigiane, donne che in bicicletta hanno avuto ruolo da protagoniste durante la resistenza al nazifascismo, solo 37 sono state riconosciute con medaglie al valore. Il Cuore Inverso nasce con l’intento di dare luce ad una di loro, di famiglia napoletana, che si è trovata da adolescente a Ferrara per motivi famigliari (padre ferroviere e socialista).

A circa vent’anni, dopo l’armistizio dell’8 settembre, e dopo l’arresto e la morte della madre aderisce a una brigata partigiana dove inizia la sua avventura. Ma è soprattutto quel luogo oscuro della Storia dove per secoli le donne sono state relegate. Ancora oggi, in molti paesi, l’istruzione viene negata o data in sposa come merce di scambio, oppure stuprata nel corpo come nell’anima.

La storia della Resistenza è una delle occasioni che attraverso l’arte riafferma il concetto di una energia femminile contro le ingiustizie, la barbarie e la discriminazione in tutte le sue forme. Le nuove staffette sono quelle di una poetica condivisa. La bicicletta è l’allegoria di un fulmine bianco di pace e solidarietà che ci rende umani ad oltranza.

Lauretta si muove in uno spazio asettico, immaginario, in perenne oscillazione tra il presente e il passato, non è importante dove si trovi oggi, forse in un luogo di cura o in uno stato di trance, un racconto di tipo ossessivo che lentamente prende forma nella sua mente dalla quale, con fatica, emergono i fatti della Resistenza: l’amore per Michele, la nascita della figlia Stella, l’accoglienza della ragazzina ebrea Valentina, il suo nascente impegno da staffetta. Lauretta, rivolgendosi a un ipotetico interlocutore, continua a tormentarsi ripetendo la stessa identica domanda: “Voi cosa avreste fatto al posto mio?”.

L’interprete Carmen Di Marzo ci ha parlato di questo intenso monologo simbolo di una lotta partigiana tutta al femminile.

Come ti sei accostata ad un testo così intenso e attuale e che tipo di lavoro hai svolto sulla tua interpretazione?

Desideravo da anni portare in scena una donna partigiana e il bellissimo testo di Nando Vitali custodisce non solo una preziosa memoria storica, ma disegna un ponte importante con questo presente e le sciagure che violentano il mondo.

Oltre alla documentazione attenta sulle staffette partigiane, ho cercato di centrare al meglio non solo elementi come la forza, il coraggio, ma anche le ferite e le fragilità. La mia Lauretta non è solo un’eroina, ma è una donna profondamente segnata da ciò che ha vissuto. Il dolore passato e le conquiste consegnate al mondo restano scolpite in una promessa. Ricordarci di non dimenticare. 

Cosa significa oggi, secondo te, far parte di una Resistenza al femminile?

Significa mettere al servizio di un bene comune i propri strumenti e le proprie risorse. Più che lottare “contro” qualcosa o qualcuno, bisogna lottare “per”. Mi piace pensare alla Resistenza come a un valore che comunica con parole d’amore e atti rivoluzionari ma umani. 

Cosa hanno lasciato le donne come Iole nella società contemporanea?

Un valore inestimabile che è la fedeltà. Difendere le proprie convinzioni, i propri compagni e i propri cari anche davanti alla morte. Iole Mancini non ha mai conosciuto la parola “tradimento”, ma è rimasta profondamente allineata ai suoi credo in modo granitico. Ha vissuto fino a 104 anni e questo per me svela un grande segreto. Invecchiare in pace con se stessi, significa aver compreso al massimo il senso della propria vita. 

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.