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"Castello di sabbia", Pierre Oscar Lévy, Frederik Peeters, Coconino Press

In occasione dell’uscita nelle sale dell’ultimo film di M. Night Shyamalan, Old, Coconino Press porta in Italia la graphic novel da cui ha preso ispirazione il regista indiano. Castello di sabbia, originariamente edito nel 2013 da Atrabile, è sceneggiato da Pierre Oscar Lévy e disegnato da Frederik Peeters. In poco più di cento pagine, il volume si propone come un’ardita riflessione sul senso della vita in relazione allo scorrere del tempo, nel parossistico contesto di un’accelerazione spropositata dell’invecchiamento.

Non c’è più tempo

Un gruppo di sconosciuti si ritrova a condividere una piccola spiaggia incontaminata, circondata da alte pareti rocciose, per un apparentemente tranquillo pomeriggio al mare. Ci sono delle coppie, due con figli piccoli, un giovane immigrato, uno scrittore di fantascienza… Col senno di poi, una composizione anagraficamente profittevole per gli intenti del racconto. Un cambiamento subito evidente nei bambini mette in allerta la comitiva, congiuntamente al ritrovamento del cadavere di una giovane donna. Ben presto sarà a tutti evidente – anche ai più scettici – che in quell’angolo di paradiso lo scorrere del tempo obbedisce a un regime diverso. Ma uscire dalla spiaggia e tornare alla civiltà e ad un flusso di vita regolare si rivelerà più complicato del previsto, e forse nemmeno possibile.

Castello di sabbia diventa la fotografia di un’umanità che cerca di dare un senso al proprio agire nella terribile consapevolezza di non avere più tempo. L’essere soggetti di un esperimento è qui solo un’ipotesi mai comprovata (a differenza del film), ma l’isteria che si impadronisce del gruppo non è meno marcata. Sono gli adulti a perdere per primi la calma, più consapevoli dell’assurdità di ciò che stanno vivendo. I bambini, poi ragazzi, giovani adulti, e così via, faticano a stare al passo con la loro trasformazione fisica, che prende il sopravvento sulla loro maturità mentale. La scoperta del sesso ha un che di morboso, in quanto ai corpi adulti non corrispondono delle menti adulte: testimoniare i loro bruschi coming of age mette a disagio, ma è palese come questa sensazione sia voluta e cercata dagli autori.

Vite che si spengono in un soffio, malattie che fanno il loro corso in una manciata di ore, parti che danno vita a neonati che rimangono tali per un istante. La caducità dei castelli di sabbia, così solidi un momento e dissolti nel nulla quello successivo, si fa emblema di una condizione qui estremizzata, ma in fin dei conti non così lontana dalla realtà.

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Castello di sabbia – Credits Coconino Press

Grandi temi in (troppo) poche pagine

La semplicità e dolcezza dei disegni creano un forte contrasto con l’asperità e la criticità di ciò che i personaggi stanno vivendo, andando a configurarsi come l’ennesimo elemento disorientante. Alcune tavole, soprattutto quelle finali, forse per il maggiore formato, riescono a imprimersi nella retina con sconcertante potenza, portando a una chiusura molto densa di significato e dal taglio poetico. Purtroppo a questo finale si arriva in maniera troppo brusca – 106 pagine sono veramente troppo poche – e si rimane con la sensazione che molto dei forti temi sia stato abbandonato lungo il percorso, senza che le potenzialità siano state sviluppate fino in fondo.

Le insistite battute iniziali sulle tematiche che poi saranno le colonne portanti della narrazione sono, in retrospettiva, eccessivamente didascaliche. Come didascalico risulta nel complesso l’intero volume. Avrebbe forse giovato dell’ignorare la necessità di ammiccare al lettore in tutti i modi possibili. Meno dialoghi avrebbero reso possibile il mantenimento di quel filo di lirismo che un simile racconto avrebbe senza difficoltà saputo creare. Avrei voluto sentir parlare le immagini, piuttosto che leggere tavole sature di parole.

Quando si chiude Castello di sabbia, è come se empatia, immedesimazione e intelletto siano stati solo solleticati, senza essere pienamente coinvolti.

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Old – Credits Universal Pictures

Il film

Prendendo ispirazione da questo racconto di vita e di morte, M. Night Shyamalan dirige Old, che lascia poco spazio alla sorpresa per quello che in realtà sarebbe un colpo di scena. Sinossi e trailer si allineano in una promozione che impedisce un’immedesimazione con i personaggi e la loro progressiva presa di coscienza di ciò che accade sulla spiaggia. Il cast è ricco di attori affermati e giovani promesse: Gael Garcia Bernal (I diari della motocicletta) e Vicki Krieps (Il filo nascosto), tra gli altri, sono affiancati da Alex Wolff (Hereditary – Le radici del male), Thomasin McKenzie (Jojo Rabbit) e Eliza Scanlen (Piccole donne).

Il film ricalca le orme della graphic novel solo in parte, in quanto Shyamalan aggiunge una cornice che colloca i protagonisti come ospiti di un resort a cui viene dato il privilegio di passare una giornata nella spiaggia paradisiaca. E non solo: una spiegazione ben definita e (ancora una volta) didascalica del come e perché di ciò che accade loro va a togliere qualsiasi barlume di mistero e di evanescenza ad un racconto che di questi aspetti avrebbe potuto fare il suo punto di forza.

Dialoghi stranianti, movimenti di macchina apparentemente privi di senso e messe a fuoco traballanti. Tutti questi aspetti concorrono a far sentire allo spettatore con forza la presenza della sceneggiatura, della regia e della fotografia. Si è combattuti se lodare la messa in scena per il disagio che mantiene (quasi) per tutta la durata del film o sentirsi presi in giro da una realizzazione sciatta.

Un aspetto senza dubbio interessante che Old mette in gioco è quello della riflessione sul ruolo del regista. L’autista che porta il gruppo alla spiaggia (e che li osserverà dall’alto) è M. Night Shyamalan stesso. Il suo occhio scruta due volte: osserva i personaggi dall’alto della parete rocciosa e gli attori, dietro la macchina da presa.

Old è ancora in sala, qui il trailer:

Un ringraziamento in particolare a Coconino Press per averci dato la possibilità di leggere Castello di sabbia.

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