
Una scena al lago, un abbraccio tra padre e figlia dopo un dialogo che colpisce nel profondo e fa quasi male per la sincerità con cui è vissuto e interpretato: è forse questa la scena madre di Cinque secondi, nuovo film di Paolo Virzì al cinema dal 30 ottobre, e non a caso è anche la scena scelta per i poster ufficiali. Protagonisti di questo momento così carico di emotività e di brutale onestà sono Valerio Mastandrea, nei panni di Adriano, e Caterina Rugghia, nel ruolo di Elena.
Ventidue anni, allieva dell’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, Caterina Rugghia arriva per la prima volta su un set cinematografico proprio con il film di Virzì, proseguendo intanto la sua carriera e i suoi studi di teatro.
Con la lucidità e la sensibilità, anche riguardo il futuro, che spesso si coglie nella sua Gen Z, parla con FRAMED del lavoro sul set, della specificità del suo personaggio e delle speranze per un mestiere che, nonostante la crisi in cui si trova il settore cinematografico e artistico, spera sempre di fare, soprattutto per la gioia di «condividere qualcosa, una storia, con gli altri».

Caterina, in Cinque secondi hai un ruolo in cui la tua presenza è evocata, attesa e lascia anche delle domande in sospeso. Che tipo di lavoro hai fatto sul personaggio in sé, sulla sua condizione fisica e psicologica?
È vero. La mia presenza è evocata, lascia domande, e secondo me è una delle grandi forze drammaturgiche del film, questa presenza che diventa così ingombrante nella vita dei genitori, del fratello, però al tempo stesso è come se non si concretizzasse mai o si concretizzasse pochissimo. E questo secondo me è molto bello, molto forte cinematograficamente.
Per quanto riguarda il lavoro che ho fatto, psicologicamente, è stato cercare di ricordarmi che è una ragazza di 17 anni. Perché quando da interpreti ci si interfaccia con una situazione o un ruolo in cui c’è una condizione fisica di un certo tipo, il rischio secondo me è di sovrastrutturare. Rendere cioè la persona o il personaggio eccessivamente consapevole di sé, proprio perché tu come attrice cerchi un’iperconsapevolezza rispetto alla sua condizione.
Per me la chiave è stata una chiacchierata con mia madre. Mi preparavo per il provino ed ero molto agitata, c’era qualcosa che mi mancava, che non mi tornava. Lei mi ha detto: “A parte tutto, (Elena, ndr) è una ragazzina, è vicina a te. Vive in maniera diversa però vive quello che vivi tu. E questa per me è stata proprio una finestra di leggerezza.
Infatti Elena è un personaggio che ho voluto tracciare anche avvolto da questa leggerezza, che non è superficialità. Assolutamente, anzi. È molto consapevole della sua condizione e parla anche in maniera molto dura di quello che le succede, però c’è questo rapporto con il padre che è ancora un po’ una favola. È nella fase in cui su un genitore si proietta un po’ un eroe.

A questo proposito, che tipo di lavoro ti è stato richiesto, soprattutto da Virzì, in relazione al personaggio di Mastandrea?
Il rapporto che si è creato, e anche quello che Paolo (Virzì, ndr) ci ha invitato a creare, è sicuramente una dinamica di complicità. Adriano ed Elena hanno un rapporto quasi amicale. Ci sono dei momenti nella vita in cui la relazione con i genitori è come se andasse un po’ oltre, diventasse qualcos’altro. Secondo me quello che abbiamo raccontato è questo, è un certo tipo di confidenza che supera il classico legame padre-figlia.
Sei al centro di quella che si può chiamare “scena madre del film”. Se ne sentiva il peso e l’importanza sul set?
C’era un’atmosfera di grande cura, in generale, su tutto il set. Quella scena l’abbiamo provata varie volte, sempre con cura e attenzione. Abbiamo parlato con Paolo e abbiamo parlato tra noi, io e Valerio (Mastandrea, ndr). Sicuramente c’era la sensazione di star facendo qualcosa di molto importante.
La cosa incredibile è che, una volta finita, io credevo di non averla colta, di averla sbagliata, in un certo senso. Dopo aver guardato il film, alla Festa del Cinema, sono invece contenta del risultato.
Cinque secondi è stato il tuo esordio al cinema. Cosa porti con te dell’esperienza?
Sì, io faccio teatro, faccio l’accademia (Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico, ndr) quindi ho un poco più di esperienza dello stare in scena, rispetto al set. Una cosa che mi ha confusa tantissimo, e continua a confondermi ancora adesso, è l’idea che questo film l’abbiamo girato un anno fa, però è come se iniziasse a esistere adesso, quando invece è paradossalmente così lontano da me.
Nel frattempo sono successe molte altre cose, non così importanti, non così belle, però è la vita che corre. Quindi sì, questo è ancora un po’ uno shock. È come se ci fosse meno controllo sul tuo lavoro perché sei un ingranaggio all’interno di un sistema. Sono cioè tantissime, e super importanti, le diverse cose che definiscono un film, oltre la tua interpretazione.
La sensazione in quei giorni è stata quella di trovarsi dentro una lavatrice. Incontri tantissime persone, c’è tantissimo da fare e in una settimana di lavoro vivi anche situazioni intense con altre persone, che poi non rivedi per mesi. Con Paolo, Valerio e Luca, che interpreta mio fratello, ci siamo rivisti solo alla presentazione. Da una parte sembrava di averli visti l’ultima volta solo ieri, dall’altra era passato un anno intero.

Tornando, invece, all’Accademia, da giovane allieva pensi che la crisi (anche politica) del cinema e dell’arte in Italia possa influire sulla tua futura carriera? Come vivi questo momento?
Sì, assolutamente. Viviamo un periodo storico molto complesso sotto tantissimi punti di vista. Parlando nello specifico del settore che vorrei che mi riguardasse, c’è tanta paura, c’è tanta sensazione di precarietà. In Accademia scherziamo sempre tra noi compagne e compagni, ci diciamo che se non dovesse funzionare apriremo una panetteria e immaginiamo già come organizzarci. Lo facciamo per esorcizzare questo grande mostro, il sentirsi veramente minuscoli all’interno di un sistema che è in crisi da anni.
Io cerco di difendermi da questa cosa stando insieme agli altri, cioè, vedendo sempre questo lavoro, che spero di fare, come un’occasione di stare con gli altri, di condividere con gli altri e di fare delle cose per gli altri, di raccontare delle storie.
E forse è una missione assolutamente ingenua. Scelgo però di abbracciarla e di difendermi così da tutto quello che vedo intorno, perché se penso al motivo per cui voglio fare questo lavoro, è questo: il desiderio di condividere con gli altri – e di conseguenza per gli altri – una storia, un tema, un racconto.
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