
Protagonista di Anna Kiri, presentato In Concorso alla terza edizione del NOAM Faenza Film Festival, Catherine Brunet incontra il pubblico raccontando il suo personaggio; una giovane donna con un passato che l’ha segnata profondamente e che assieme al fratello vive una quotidianità di illegalità e violenza, finché un professore trova il suo diario e le indica un futuro diverso, dove le parole sono in grado di lenire i traumi e mostrare una voce nuova.
Il passato di Anna, il tuo personaggio, la forma sia in un senso violento, di reazione al dolore, sia riflessivo, attraverso la scrittura, come hai costruito un personaggio così stratificato?
Di solito quando preparo un film cerco di concentrarmi molto sul personaggio, e ci penso veramente tanto; anche mentre cammino, mentre parlo con le persone, è come se iniziassi a pensare e a sognare come quel personaggio, a farlo come quel personaggio lo farebbe.
Abbiamo avuto molti momenti per confrontarci con il regista, e ne abbiamo parlato parecchio, e una parte di me ha cercato di capire Anna, ha cercato di sentire la sua rabbia, e di pensare alla sua esperienza. Ovviamente non sono una criminale, non sono una ladra, ma penso che a tutti noi sia capitato almeno una volta di provare questi sentimenti di rabbia, di ingiustizia, e di vendetta, e credo sia anche il bello che c’è nel fare l’attrice, una sorta di ricerca dell’essere umano e della sua mente.
Secondo te un personaggio come Anna, con il suo background, può trovare una nuova strada e riuscire a cambiare il suo destino?
Credo che questo sia proprio ciò su cui ci vuol far riflettere il film, cioè: possiamo cercare di fuggire dal nostro passato? Può in qualche modo l’arte salvarci? Possiamo attraverso l’arte cercare di riscrivere il nostro futuro ma anche rivedere, tornando indietro, il nostro passato? Non ho una risposta vera e propria a questa domanda, dipende molto da come le persone guarderanno e reagiranno al film, però questo è proprio quello che ci chiede Anna Kiri, chiamandoci in causa a riflettere.

L’esperienza di Anna e di suo fratello parla anche ad una generazione attuale che magari, in modo differente, è similmente danneggiata? In che modo gli mostra una possibilità diversa da quella che la vita gli impone?
Sì sicuramente. La vita di oggi va veramente molto veloce, tra internet, i social media, e noi forse ci dimentichiamo di pensare che la vita è solamente una e che le cose importanti sono l’amore, l’arte, l’essere sereni. Penso che si tratti di concentrarsi sulle cose che ci piacciono, che amiamo e che ci fanno stare bene, evitando quelle che gli altri ci impongono di fare, di seguire.
Dipende ovviamente se alle spalle abbiamo una situazione familiare che ce lo permette, che di sicuro né Anna né suo fratello hanno, questo però è anche un po’ il riflesso della contemporaneità, e io ho parlato di arte ma può essere qualsiasi cosa, l’importante è fare qualcosa perché lo vogliamo fare e non perché gli altri ci dicono di farlo, e questo dovrebbe essere così anche se non vieni da una famiglia privilegiata, anche se apparentemente non hai i mezzi per farlo.
Rimanendo nel cinema, frequenti le sale? E ultimamente hai visto qualcosa che ti ha colpito in particolare?
Sì, vado molto al cinema e recentemente sono ossessionata da Die My Love, di Lynne Ramsay, non riesco a smettere di pensarci. Sebbene molte delle persone che l’hanno visto abbiano parlato di depressione post parto, io credo che non sia veramente così; c’è una magnifica rappresentazione della pressione che la società pone sulle donne, di avere una vita perfetta, con un cane, una casa, un marito, dei figli. Mi ha colpito davvero molto. E poi Bugonia, che mi è piaciuto tantissimo.
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