
Chiara Bassermann racconta a Framed Magazine l’emozione di veder arrivare in sala Il Maestro, dopo la grande accoglienza a Venezia la scorsa estate, ma anche il lavoro sul set di Anna (di Monica Guerritore, in sala dal 6 novembre) e Vita da Carlo, l’ultima stagione (su Paramount+ dal 28 novembre).
Anna, Il Maestro e Vita da Carlo, novembre è un mese intenso, ricco di uscite per te. Per Il Maestro, in particolare, quanto è diverso rispetto a Venezia, sapere che adesso è destinato a un ampio pubblico?
Sapere che il film è di tutti, visibile a tutti, è più emozionante, in qualche modo. È un’emozione completamente diversa, però. Venezia è stato splendido, ovviamente non c’è vetrina più bella e più elegante di quella della Mostra, che è stata una sensazione molto forte. Però il film poi è un prodotto per il pubblico. Noi lavoriamo per il pubblico, quindi sono molto curiosa e più emozionata di sapere come verrà accolto. Il nostro è un lavoro collettivo, è una partita che si gioca non da soli, ma tutti insieme, c’è tutta una squadra, il cast, il regista, i produttori. Il momento in cui arriva in sala è anche quello in cui si percepisce un brivido: ‘Chissà se piacerà quello che abbiamo fatto, chissà come verrà percepito’.
La tua Francesca in Il Maestro è un’energia femminile libera e quasi impertinente, in senso buono. Come l’hai vissuta tu, come la vedi?
Sono aggettivi giusti, perché la libertà è la parola chiave. La freschezza è la seconda parola chiave, la spontaneità, ma sì, soprattutto la libertà. Libertà di vivere il suo corpo, la sua sessualità, i suoi desideri e le sue azioni senza nessun vincolo dato dalla paura di come si possa essere percepita o giudicata. Francesca è particolare sia come tipo di personaggio in generale sia per l’epoca che stiamo raccontando, la fine degli anni Ottanta, quando c’erano regole di comportamento diverse, soprattutto per le donne. La sua libertà, che è mentale ma che poi si traduce in una libertà fisica, l’abbiamo assolutamente decisa a tavolino. Mi è stata grandemente descritta da Andrea (Di Stefano, ndr) come un personaggio molto preciso e io ho cercato di raccontarla attraverso la gestualità.

Quindi nel suo modo di guardare, di flirtare e di porsi, sia nei confronti del personaggio di Raoul Gatti, interpretato da Pierfrancesco (Favino, ndr), che quello di Tiziano (Menichelli, che interpreta Felice, ndr). Mi sono chiesta come flirta una ragazza di questo tipo nel momento in cui capisce che vuole qualcosa, come ti guarda. E questo è stato il lavoro, perché è qualcosa di molto lontano da me.
Infatti, il mestiere dell’attrice, che è costantemente giudicato, porta inevitabilmente ad avere un controllo diverso sul proprio corpo. Invece ho cercato Francesca osservando come si muovono gli atleti, al di là dell’idea di una persona libera. Poi è anche vero che gli atleti hanno un modo di vivere la propria fisicità completamente diverso, le ragazze soprattutto. È un mix di corpo e mente che questo personaggio bellissimo mi ha dato quindi la possibilità di esplorare.
Ti sei ispirata a qualcuno in particolare, o anche alla tuo stesso percorso sportivo?
La risposta è doppia perché ho la fortuna di avere molti esempi da spiare e da copiare. Nella mia vita personale conosco moltissimi atleti, perché il mio fidanzato è un atleta professionista, olimpionico di 470 (vela, ndr). Ho osservato le sue compagne di nazionale e la sua compagna di barca. È ovvio che la vela è un altro tipo di sport, però c’è proprio una distanza abissale tra come si muovono loro e come mi muovo io. Nel modo in cui si rapportano allo spazio c’è una ruvidità e un modo molto spiccio di trattare le cose, come se non avessero tempo: hanno ritmi serrati e se ti dicono una cosa è quella, non c’è mai un sottotesto.
Dall’altro lato ho una mia esperienza nel mondo dello sport, perché sono stata un’atleta giovanile, ho fatto gare di alto livello in equitazione a livello nazionale e internazionale fino ai 18 o 19 anni. Non sono mai diventata professionista, però ho passato tutta la vita in un circuito sportivo. Il mondo dei cavalli ti forma in una maniera abbastanza forte, proprio nel tuo rapporto col tuo corpo e col resto del mondo, perché comunque ci si abitua ad avere a che fare con degli animali, a fare dei lavori di scuderia, oltre a tutta la parte più chic ed elegante. Quella è in realtà solo la cartolina, dietro invece chiunque abbia fatto equitazione, anche i più piccoli, sa che si diventa un po’ stallieri e un po’ veterinari. Anche a sei anni sposti le balle di fieno, fai le medicazioni ai cavalli e ti occupi anche di “manovalanza”, in un modo un po’ rustico, tra il freddo del maneggio, la polvere e i capelli spettinati. Insomma non c’è lo spazio per stare a pensare a come ci si muove o come ci si comporta. Esattamente il contrario di ciò che fa un attore.
Attrici e attori si abituano a dover misurare ogni movimento, perché vengono giudicati, vengono visti, commentati, criticati, apprezzati. In un certo senso si è sempre consapevoli di ciò che si sta mettendo fuori e lo si pensa inevitabilmente.
A questo proposito, proprio perché hai avuto una carriera da sportiva e hai scelto di concludere gli studi in giurisprudenza, perché alla fine hai scelto la recitazione?
Sono stata innanzitutto una grandissima spettatrice di cinema. Fino ai 16 o 17 anni divoravo film, il cinema era per me uno spazio sacro, rassicurante nei momenti tristi e invece esaltante nei momenti felici. La mia cosa preferita da fare era sedermi in sala e già quando partivano i titoli di testa o anche soltanto le grafiche delle case di distribuzione io già stavo benissimo. Non era solo il guardare film, era proprio l’atto di andare al cinema. Mi innamoravo degli attori, delle attrici, prima ancora di sapere che era quello che avrei voluto fare.
Iniziai a fare un corso di teatro a 16 anni e mi piacque tantissimo, non avevo però il coraggio di dire: ‘Ok voglio fare l’attrice’, perché mi sembrava una cosa molto strana. Venendo da una famiglia di professionisti di altro tipo, quasi tutti avvocati a parte mia mamma che fa la pittrice, mi sembrava un passo troppo audace. Non avevo il coraggio di dirmelo. Ho proseguito con un laboratorio teatrale mentre studiavo giurisprudenza e pensavo che in un’altra vita prima o poi avrei fatto l’attrice. Avevo 19 anni e mi sono però detta: ‘Perché in un’altra vita? Proviamo in questa’. Quindi la passione c’è sempre stata ma la decisione di intraprendere questa carriera è maturata dopo.

Tornando a Francesca, sei d’accordo allora nel considerarla anche un ruolo simbolico, un archetipo nella vita del giovanissimo protagonista?
Certo, senza dubbio rappresenta un momento molto delicato e molto tenero, perché è il motivo per cui i due protagonisti, il ragazzo e il suo maestro, si trovano a comunicare per la prima volta su uno strano e nuovo livello, ancora inesplorato, del loro rapporto. Fino a quel momento stavano prendendo le misure fra loro, in contrasto uno con l’altro, finché non arriva questo personaggio di luce, di freschezza, di bellezza che è evocativo per Felice, perché sarà il suo primo immaginario femminile in assoluto.
Il rapporto fra i due uomini, uno giovanissimo e l’altro adulto, cambia nel momento in cui si trovano a confrontarsi sull’incontro con Francesca, che li avvicina. È un passaggio delicato, molto tenero, molto bello. Avere questo ruolo così importante per il percorso dei due protagonisti è stata una bella responsabilità anche perché Andrea (Di Stefano, ndr) l’ha scritto avendo in mente un’idea precisa di chi fosse questa donna, sensuale e materna, e sentivo la pressione di dover soddisfare un’aspettativa.
Su questo, come cambia anche l’immaginario lavorando con uno sguardo femminile e non maschile dietro la macchina da presa, come in Anna di Monica Guerritore?
Credo che dipenda molto dal rapporto che, da donna, un’attrice ha con le altre donne. Io ho degli splendidi rapporti con le altre donne, mi trovo bene con le donne, sono affascinata dalle donne. Difficilmente entro in competizione ma anzi, come è successo con Monica Guerritore – che è una donna di una presenza incredibile, bella, vivace, energica, coraggiosa – cerco di rubacchiare, di stare lì e prendere nota di tutti i piccoli insegnamenti. Sono tutti dei piccoli regali. Non è la prima volta che vengo diretta da una regista, sono stata anche diretta da Laura Muscardin per due stagioni della serie Rai Il Santone e anche lì mi ero trovata benissimo. È una sensazione diversa, difficile però descrivere esattamente in che modo.
Cosa puoi dire del tuo ruolo in Anna?
È un film corale, quindi al di là del ruolo di Monica, che è quello principale della Magnani, sono quasi tutti piccoli ruoli. Io sono la fisioterapista a cui viene affidato suo figlio e quindi rappresento un universo femminile, soprattutto estetico, a cui questo ragazzo si affezionerà, creando anche con un po’ di fastidio per la madre che ha non curato abbastanza il rapporto con il figlio. O almeno è questo che racconta il film, il dolore di una madre che pensa di non essersi presa cura costante del figlio.
Quindi questo ruolo femminile così nordico, con questi suoi capelli biondi e questa sua gentilezza, rappresenta un po’ anche qui l’immaginario a cui il ragazzo si legherà, tanto che poi la sua futura moglie le somiglierà moltissimo.
Passando dal cinema alle serie, come sei stata accolta sul set di Vita da Carlo?
Sono arrivata in punta di piedi perché ovviamente è un set già rodatissimo, con tutti i personaggi fissi che già si conoscono da sempre. Nel mio caso è stato tutto facilitato dal fatto che abbiamo girato la scena di un balletto per cui abbiamo fatto moltissime prove e quindi ci vedevamo nei weekend. Questo ci ha portato a legare su un piano completamente diverso, in cui tutti facevamo una cosa utile al set ma in cui nessuno era professionista, ognuno con le proprie goffaggini e preoccupazioni. Cosa che ha sicuramente ha accelerato l’ingresso nel gruppo.
E poi c’è Carlo Verdone che ovviamente è Carlo Verdone, quindi rende tutto speciale a modo suo. È come se fosse il capo comico, ha un modo di fare forte e iconico, come personaggio, che fa molto ridere e crea una leggerezza molto piacevole. Oltretutto io conoscevo già il regista Valerio Vestoso, perché avevo lavorato già per lui, quindi comunque mi sono sentita accolta.
Trovi che oggi ci sia ancora una differenza tra cinema e serie?
Fino a poco tempo fa avrei detto che era molto diverso perché nei film c’è sempre molto spazio e molta cura per approfondire. Però forse dipende dal progetto, quindi la mia risposta è cambiata, perché adesso che sto lavorando su una serie internazionale, inglese, mi trovo costretta a rivedere questa mia teoria. C’è stata infatti una cura estrema nel lavoro col personaggio e nelle letture prima di andare in scena. Siamo arrivati sul set che già avevamo fatto parecchie giornate di prove.

Da spettatrice, preferisco sempre un po’ il cinema perché mi piace l’esperienza di qualcosa che inizia e finisce e che quindi poi posso elaborare, traendo delle conclusioni, qualcosa su cui posso riflettere. Con le serie questa esperienza è più diluita, mi rendo conto che ricordo meno i dettagli o i singoli episodi.
Dalla tua esperienza di lavoro all’estero, quali sono le maggiori differenze che trovi con l’Italia, in un momento anche di crisi del cinema nel nostro Paese?
Con Il Maestro, per esempio, non sento di aver riscontrato molte differenze, anche perché Andrea Di Stefano ha una lunga formazione negli Stati Uniti, quindi mi sono trovata a parlare la sua stessa lingua. Io e Andrea, oltretutto, abbiamo avuto anche, la stessa insegnante di recitazione a New York, Susan Batson, e quindi per me era molto familiare il suo approccio alla recitazione.
Forse la differenza è nella struttura in sé del lavoro. Sono stata su set americani con 250 persone, una macchina produttiva enorme che ti fa sentire dentro un’industria diversa. A livello qualitativo però, probabilmente perché sono stata fortunata nelle mie esperienze, da Il Maestro a Iddu, non è stato diverso dal lavorare su set internazionali. Quello che conta è come si comunica con il regista e i colleghi.
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