
Uscito nelle sale italiane il 26 febbraio distribuito da Europictures, questo piccolo grande biopic di Michał Kwieciński ci racconta gli ultimi anni del celebre pianista e compositore polacco Frédéric Chopin.
Semplice ed elegante, Chopin, Notturno a Parigi è un film che porta in scena il genio, la psiche e le azioni del nostro protagonista mentre lotta contro sé stesso e contro la paura di morire nel tentativo di dare un senso alla sua vita.
Cronaca di una morte annunciata
Nella Parigi degli anni ‘40 dell’ottocento, vive e lavora il pianista e compositore polacco Frédéric Chopin (Eryk Klum). Bohémien ante litteram, stimato dalla società europea, soprattutto dalle donne che sono perdutamente infatuate di lui, il grande artista è diviso tra mondanità e bisogni economici.
Suona ai concerti per i nobili e il Re di Francia Luigi Filippo I (Lambert Wilson), e dà lezioni private ai figli e alle donne dell’alta nobiltà per guadagnare qualcosa, ma la maggior parte dei suoi ricavi li spende alle feste che frequenta e dà insieme ai suoi amici musicisti Franz Liszt (Victor Meutelet), Jan Matuszyński (Michał Pawlik) e Julian Fontana (Kamil Szeptycki). Tuttavia durante una visita medica un dottore gli diagnostica una malattia polmonare senza cura che lo porterà alla morte nel giro di qualche anno: la tubercolosi.
Chopin inizia così un percorso obbligato alla ricerca di un senso della vita che finora ha vissuto solo per la musica. Tra falsi amori ed effimere gioie, l’artista verrà consumato sempre di più dalla tisi ma riuscirà infine, prima di morire, a trovare la ragione del suo essere.
Un viaggio attraverso la sofferenza
Kwieciński concepisce un film claustrofobico, senza alcun tipo di panorama, fatto solo di interni, cortili e luoghi chiusi. Lo sguardo dello spettatore è ostruito, come la vita di Chopin è segnata e finita, destinata a spegnersi a breve già all’inizio del film.
Eppure in questa prigionia visiva esplodono i sogni, le creazioni e gli errori di uno dei compositori più affascinanti di sempre. Chopin, Notturno a Parigi ha una cura impeccabile per i costumi e le ambientazioni, in questa asfissiante Parigi pre-haussmanniana in bilico tra modernità e ancien régime. La mondanità dell’epoca è descritta con realismo, mostrando una società dello spettacolo in tempi non sospetti, nella quale la gente impazziva per pianisti famosi e celebrati.
Queste vere e proprie rockstar di metà ottocento, sopra tutti Chopin e Liszt, vivevano di una diffusa isteria e ossessione che il pubblico sviluppava ascoltando la loro musica ai concerti pubblici e privati. E tuttavia il film non risparmia il cono d’ombra in cui questi geni borghesi vivevano, costretti a fare della loro arte un lavoro e una merce da vendere instancabilmente per potersi mantenere.
Amore, morte…
C’è un ripetuto movimento di camera nel film. Esso parte dalle spalle del protagonista e gli gira intorno con calma e pacatezza fino a mostrarne il volto. La macchina da presa svela la natura chiusa e avviluppata del compositore, perennemente insoddisfatto di tutto e tuttavia costretto a cercare, ma obbligato a trovare una soddisfazione fuori da sé. Ma può trovare ciò che ha già?
La chiusura umana di Chopin la vediamo solo quando è già minato da una malattia che paradossalmente lo sprona ad uscire per rincorrere degli orpelli sociali con cui sentirsi realizzato. Egli passa così da un vacuo amore giovanile che muore per colpa delle costrizioni sociali (un idillio divenuto farsa come in Barry Lyndon), a una relazione forte e appassionata ma “squilibrata” con George Sand (Joséphine de La Baume), prima di trovare momentanea consolazione in un allievo-figlio adottivo come Carl Filtch (Theo Grundmann Brechet).
L’opera di Kwieciński esibisce con meticolosa cura questa circolazione economica della vacuità dei desideri sociali e materiali; amori e cose contano ben poco se non c’è cura, affetto o interesse.
E musica, maestro
Chopin spende più di quello che può permettersi, cercando perfino nei beni un conforto inesistente, così come gli torna ben poco dai suoi amici polacchi a Parigi e dai suoi familiari. Solo il suo amico e rivale Franz Liszt, più morigerato e sobrio, sarà affettuosamente proteso verso il nostro protagonista fino alla fine. Perché è l’unico che veramente è in grado di capire il suo genio e di stargli accanto nel cammino disperato e sofferente che questo gli procura.
Solo e sperduto tra la sua grande musica e una morte che bussa con insistenza alla sua porta, Chopin alla fine realizza che per lui non esiste niente, nemmeno sé stesso; per tutto il film continua a “dissanguarsi” per fare dei concerti e venire pagato per potersi permettere amori e lussi. Ma tutto ciò che ha inseguito tra la scoperta della malattia e la fine effettiva sono illusioni e follie, dolori procurati e provati per gusto o cecità.
Chopin non ha a cuore nulla di ciò che è nel mondo se non la musica, arte a cui si è dedicato fin dall’età di sei anni, e unica vera cura alle sue sofferenze.
Parigi o cara
Il film gravita nell’orbita dell’Amadeus formiano, mostrando una società opulenta e benestante ma non lirica sé non nella musica e attraverso di essa. Questi grandi artisti, quando sono lontani dalla loro arte e dai loro strumenti, diventano uomini ordinari, con vizi e virtù comuni, anche triviali, e quindi veri, umani.
C’è la grandezza raffinata delle biografie musicali di Ken Russel, soprattutto negli ambienti e nelle interpretazioni magistrali del cast. La cura in ogni aspetto tocca un apice meraviglioso nella musica dell’epoca che passa con eleganza e maestria tra le dite degli attori.
Chopin, Notturno a Parigi è vicino a quella semplicità splendente del Danton (1983) di Andrzej Wajda, non a caso grande amico del regista Michał Kwieciński.
È la biografia di un uomo fatto di carne, vizi e sogni destinato a morire, ma è anche la storia di un genio musicale indiscusso e osannato, la cui musica è ancora oggi suonata, amata. Andate in sala a vederlo.
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