CHRIS-CORNELL
"Chris Cornell CU" by Josh Jensen su licenza CC BY-SA 2.0

L’assordante silenzio di una corda che si stringe attorno alla gola: ecco il solo rumore che riesce ad annichilire il frastuono di un colpo di fucile. Quello che rimbombava dal lontano 1994 accanto al corpo di Kurt Cobain e quello che ammutolisce per sempre la voce di Chris Cornell, 23 anni dopo.

In mezzo a questi due rumori, così lontani e diversi tra loro, suona lo stesso destino, quello del grunge.

Il viaggio nel tempo della voce

Ci sono voci che continuano a risuonare anche quando la vita le annichilisce. E che, forse, costrette al silenzio della morte, cantano ancora più intensamente.

Una bella frase ad effetto. Forse solo un po’ retorica, almeno finché non si accende la radio e ci si accorge che, invece, è una concreta realtà: ascoltare Dolores O’Riordan con i suoi Cranberries e Chris Cornell, ormai, sembra quasi obbligatorio. Nessuna intenzione polemica, per carità. Solo un dato di fatto, qualcosa che per certi versi provoca anche un discreto piacere. Soprattutto quando ti da quella illogica sensazione di trovarsi ogni volta di fronte a qualcosa di nuovo, come se il tempo sia corso indietro per un istante ignorando la morte e gli abbia concesso d’incidere un nuovo singolo. Un po’ come gli argentini dicono oggi del mitico tangero Carlos Gardel, morto ormai più di 80 anni fa: ogni giorno canta sempre meglio.

Una sensazione tanto illogica quanto plausibile, soprattutto se si ascolta una voce come quella di Chris Cornell, così bella da superare il gusto del tempo. Una di quelle voci, si dice, che potrebbero far venire i brividi anche cantando l’elenco del telefono. Come sono tutte le voci grunge: da quella violenta e lacerata di Kurt Cobain, a quella acida e disillusa di Layne Staley, passando attraverso quella profonda e pulsionale di Mark Lanegan e quella intima e rabbiosa di Eddie Vedder.

Voci che sorgono dallo stomaco, in quegli anfratti del corpo dove l’esistenza preme provocando un dolore fisico che, in qualche modo, deve pur uscire.

La voce di Chris Cornell

Ma la voce di Chris Cornell ha qualcosa di diverso dalle altre grandi voci del grunge ed è esattamente ciò che convince le nostre orecchie a credere che sia uscito un suo nuovo brano. Dallo stomaco, si sofferma a lungo nei polmoni, li riempie all’inverosimile, colmando il diaframma fino a spingere fuori dalla bocca un suono limpido e potente capace di passare dalla prima alla quarta ottava senza cedere mai, che sia una melodia o un grido.

Non è un caso, infatti, che la sola cover indimenticabile di Whole Lotta Love sia la sua: sebbene con una maggiore eleganza nel timbro, la voce di Cornell deve moltissimo a quella di Robert Plant. E lui lo sa, tanto che uno dei pezzi più potenti e famosi dei suoi Audioslave, Cochise, ne è un’esplicita citazione.

Cochise – Audioslave

Plant e Cornell: la rabbia umana e la grazia divina si fondono in un grido che cresce inesorabile, senza distorcere mai la tonalità, facendo vibrare l’anima in modo da aprirla. La potenza e il suo controllo: Nietzsche lo definiva Grande Passione, l’essenza dell’Arte Totale e il segreto dell’esistenza.

Quella che incarna cantando è la generazione della stanca violenza, dove la rabbia stonata del punk ha attraversato il filtro del virtuosismo metal ed è scivolata inesorabilmente nella disillusione, accettando di subire passivamente. Le droghe, solo le più annichilenti, eroina, morfina, oppiacei, e l’alcol come strumento per abbassare le difese congenite al corpo di fronte agli aghi e al vuoto che si prospetta. Niente sballo, non c’è niente da festeggiare: lo slancio vitale annientato per annientare il dolore, il sogno americano non è neppure un incubo ma un sonno senza sogni. E le overdose si accompagnano ai suicidi, senza distinzione e lontano da qualsiasi vocazione al martirio.

Grunge ed Espressionismo

Per questo, Chris Cornell non sarà mai una rockstar. Come non lo sono stati Kurt Cobain o Layne Staley, come non lo è stato nessuno nel panorama grunge e come nessuno, dei sopravvissuti, lo è tutt’ora, da Eddie Vedder a Mark Lanegan. Un destino, in fondo, che non sembra lontano da un’altra grande generazione di artisti, di un’arte diversa dalla musica che ha come simboli sacrificali Vincent Van Gogh e Edvard Munch. Quello del grunge, forse, è lo stesso espressionismo, un espressionismo della musica: arte creata per sopravvivere al peso insostenibile dell’esistenza e prolungare l’agonia di quella morte interiore in un urlo straziato.

Sullo sfondo delle pitture il muro era un fitto colore acceso senza alcuna pretesa di fingersi reale, esattamente come il grunge erge un muro di chitarre e bassi che non finge alcuna armonia. Ma Cornell inserisce la propria voce, come un pittore inserisce la punta fine del pennello per dipingere il suo urlo su quello sfondo, dandogli il tratto inedito di una melodia. E seppure questa non offra alcuna speranza, aggiunge al quadro la fragile potenza del gesto umano.

Dai Soundgarden agli Audioslave

È per questo che dall’hard rock dei Soundgarden alle melodie della chitarra acustica imbracciata nella carriera solista, il risultato non cambia: la voce di Cornell s’innalza all’impossibile, poi scende nel vuoto, si districa tra lamenti e grida, restando incredibilmente attaccata alla melodia per concedere un accento di grazia alla ferocia grunge o una gravità esistenziale alla quiete acustica.

Con i Soundgarden traccia una delle principali prospettive del grunge, quella più hard rock. Con gli Audioslave trascina il rock degli anni ’90 direttamente nel nuovo secolo nell’incontro con Tom Morello. Lui, con i Rage Against The Machine, dopotutto, faceva quello che Cornell faceva con i Soundgarden: creava la melodia nella caotica furia sonora. E la violenza di Zach De La Rocha, storico frontman dei Rage, diventa improvvisamente disillusione.

Anche dove il canto è potente, raccoglie gli strappi tra basso e batteria, si unisce alle distorsioni elettroniche della chitarra e traccia un tratto di sensuale malinconia, invocando una grazia che evocheranno i grandi degli anni Zero, dai Muse ai System of a Down. E quando nella sua carriera solista sceglie la chitarra acustica per disadornare le sue canzoni storiche dagli orpelli sonori, è lì che la sua voce conquista qualsiasi ascoltatore. Sola, pura e potente, disperata e perfetta: sale all’apice del possibile e scende nel fondo dell’impossibile, poi risale e riscende, trascinandoci nella sua instabilità e costringendoci ad identificare nella sua traiettoria l’instabilità delle nostre stesse vite.

L’eco di quel sordo colpo di fucile viene strozzata dallo stesso cappio che lascia senza fiato la voce più potente: aveva provato a sopravvivere rimodulando quell’eco, dandogli la melodia di una forza vitale. Ci ha provato strenuamente fino al silenzio, quello in cui smette qualsiasi rumore, finalmente. Ma smette anche la musica.

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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