
Il cinema non ha bisogno di essere salvato, sa attraversare ogni sua crisi da oltre un secolo. Se però vogliamo provare a immaginare cosa oggi può correre in aiuto di un’industria in affanno, film come Cime tempestose di Emerald Fennell sono una delle possibili risposte. Opere che polarizzano, che creano dibattito, che trascinano spettatori e spettatrici in sala, anche solo per il gusto di sapere perché se ne parla così tanto.
Ecco allora una mini-guida per chi non sa cosa aspettarsi: cosa rende questo Cime tempestose così degno di attenzione?
Come vendere Cime tempestose alla Gen Z: il marketing “sbagliato”
La data di uscita di un film racconta già molto delle aspettative su di esso. Cime tempestose è arrivato in sala il 12 febbraio, nel weekend di San Valentino di solito riservato alle storie d’amore, ai film romantici e a lieto fine. Chi conosce anche solo in parte la storia scritta da Emily Brontë sa che Cime tempestose non è nulla di tutto questo.
La scelta deliberata di venderlo come una storia d’amore, anche attraverso una promozione tutta focalizzata sulla chimica fra Margot Robbie e Jacob Elordi fuori dal set, non è che un trucco. È il modo più semplice per portare al cinema un pubblico molto giovane, che ha più familiarità con Bridgerton che con Brontë, senza intendere con questo alcun giudizio.
È, al contrario, una mossa astuta, capace di far crescere interesse su un classico letterario di difficile approccio al pubblico. Per i millennials ci aveva già provato Stephenie Meyers citandolo in Twilight, senza però riuscire davvero a riaccendere l’interesse pop per un romanzo che parla in realtà di vendetta e di emarginazione, di fantasmi anche solo metaforici e di sentimenti profondi e oscuri quanto i suoi personaggi.
La visione di un’autrice e le esigenze di un’industria
Fra tutti e tre i film di Emerald Fennell (autrice anche di Una donna promettente e Saltburn), Cime tempestose è quello che rappresenta meglio lo scontro perpetuo fra la visione autoriale e quella industriale del cinema. Margot Robbie, che è anche produttrice, l’ha spiegato bene in un’intervista: i film sono fatti per staccare biglietti al botteghino, per creare interesse nel pubblico e portarlo in sala. Costituiscono sempre uno spaccato sociale e culturale del loro presente, ma non devono essere coerenti con le aspettative della critica né aderenti in ogni aspetto al materiale di partenza (che poi è il senso di qualsiasi operazione di adattamento dalle pagine scritte alle immagini in movimento).
Nel caso, come questo, in cui la produzione fa parte anche del cast artistico, essendo Robbie anche protagonista del film, la libertà creativa aumenta. Non è un caso ma è una premessa produttiva che Cime tempestose si affidi totalmente alla visione della regista. Il film tocca limiti considerati invalicabili da chi ama la storia originale e, per questo, crea disagio e rifiuto.
Come collettività ci sarebbe poi da chiedersi perché sentimenti così forti e polarizzati si creano solo quando a rimescolare le carte è lo sguardo di una donna, di una regista. Senza considerare che comunque Fennell è laureata a Oxford in letteratura inglese.
Catherine e Heathcliff, personaggi oggi impossibili
In letteratura Heathcliff è ciò che viene definito un eroe byroniano, mai del tutto positivo: orgoglioso, cinico, di umore mutevole, malvagio e vendicativo, ma capace di sentimenti e affetti profondi. Catherine non è diversa da lui. Al contrario, lo dice lei stessa: Catherine è Heathcliff. Due personaggi con le stesse pulsioni, la stessa meschinità e gli stessi difetti, la stessa natura selvaggia, ribelle e indomabile.
Catherine e Heathcliff sono crudeli in egual misura. Anche per questo sono due personaggi impossibili da interpretare, perché accettare di identificarsi con uno di loro o con entrambi significa accettare l’oscurità dei sentimenti che provano. Adattamenti precedenti di Cime tempestose hanno scelto di smussare gli aspetti più repellenti di Catherine e Heathcliff, per permettere al pubblico di trovare un contatto. Emerald Fennell, al contrario, sceglie di creare una distanza quasi caricaturale, una freddezza innaturale attraverso un’estetica pop che, in fondo, riesce a rendere Margot Robbie e Jacob Elordi terrificanti quanto basta a ricordare che la loro è una storia di due anime dannate.
V.V.
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