
Se si potesse riassumere con due parole l’operazione artistica di David Lynch, dai suoi primi cortometraggi ai 18 episodi del sequel di Twin Peaks del 2017, quelle parole sarebbero coerenza e anticonformismo.
Dopo una notizia triste come quella della sua morte, ci siamo trovati a raccogliere un lascito di film, serialità, musica, arte; un lascito unico, in cui abbiamo ritrovato, ognuno per motivi diversi, il senso stesso dell’amore per le immagini, e la voglia costante di raccontare secondo il proprio stile e la propria estetica, senza dover mai sottostare a regole di mercato o cliché hollywoodiani. Perché questo è stato il cinema di Lynch, unico e libero, e con questi occhi continueremo a indagarlo ritrovandoci noi stessi, nel volto deformato di Laura Dern in Inland Empire, nel riflesso di Leland Palmer, nelle urla di Laura di fronte al cortocircuito tra realtà e finzione.
Il cinema di David Lynch deve ricordarci che seguire la propria visione delle cose è l’unica strada possibile per indagare ciò che non si conosce, per poi raccontarlo a chi sa ascoltare, senza uscire dai propri desideri, mantenendo costantemente un’idea, in questo caso prevalentemente geniale in tutto ciò che ha realizzato. Uscendo da se stessi, scardinando il regime cinematografico, Lynch si appella alle ombre più incomprensibili per attraversare un mondo altro, e ritrovarsi contemporaneamente a casa.
Qui sotto alcuni dei nostri film preferiti, che riscopriamo come omaggio e consiglio, per continuare ad amare il cinema di Lynch come abbiamo sempre fatto, e forse anche più di prima ora che sappiamo che si conclude qui questo viaggio immenso e perturbante, umano e artistico.
The Elephant Man (1980), scelto da Emanuele Bucci
La forza rivoluzionaria del cinema di David Lynch si misura tanto più nei suoi (pochi) film apparentemente lineari: come questo secondo lungometraggio del regista, ispirato alla vera storia di un uomo affetto da neurofibromatosi nell’Inghilterra vittoriana, John Merrick, il cui volto radicalmente anomalo segnato dalla malattia è uno specchio per chiunque abbia vissuto sulla propria pelle solitudini, umiliazioni, discriminazioni, violenze legate (non solo) al proprio aspetto fisico.
Ma, come sempre nella poetica del cineasta, si spazia oltre i limiti convenzionali del racconto filmico, a esplorare i reami del perturbante, dell’onirico e del metafisico, tra l’incubo di una madre travolta da una carica di elefanti e il sogno finale di ascensione ultraterrena: luoghi diversi dello stesso mondo (di mondi) fuori e dentro di noi, come lo saranno la Loggia Bianca e la Loggia Nera di Twin Peaks.
In mezzo, la Londra dai molteplici ghetti (il circo, l’ospedale) fotografata in bianco e nero come un paesaggio espressionista della mente, dove si scava nelle ambiguità e responsabilità connesse all’atto del guardare: che, venga dal popolo, dagli aristocratici o dai medici borghesi, comunque ingabbia John nella condizione di oggetto. Forse (inter)rotta solo da chi sa per mestiere cosa vuol dire essere feticizzato: gli attori (anzi, le attrici), e gli altri “freak”: «Buona fortuna», dice al protagonista uno di loro, «Chi ne ha più bisogno di noi?».

Velluto blu (Blue Velvet, 1986), scelto da Francesco Gianfelici
David Lynch ha esplorato il male come abisso che non esiste al di fuori della normalità. Velluto Blu (1986) è ambientato a Lumberton, North Carolina, tipica cittadina americana di metà anni ‘80 in cui vive una normale famiglia della classe media. Ma Lynch vi innesta una rete di eventi perturbanti e cospirazioni criminali che prefigurano il sottomondo criminoso e allucinante che esplorerà poi in seguito in Twin Peaks.
Con questo film, attraverso la lotta tra il male assoluto che si vela e svela continuamente, personificato da Frank Booth (Dennis Hopper), e la banalità dell’esistenza, rappresentata da Jeffrey Beaumont (Kyle MacLachlan), la tipica persona normale che deve affrontare suo malgrado imprevisti impensabili, David Lynch inizia a distruggere la società americana e la fiducia nelle immagini audiovisive che la descrivono. Distrusse, eppur creò.

Twin Peaks (1990-1991), scelta da Silvia Pezzopane
In un momento in cui la serialità si fa cinema, e i confini tra i due si sovrappongono e si fondono finendo per parlare la stessa lingua, è necessario tornare indietro nel tempo, a quell’8 aprile 1990 in cui andava in onda in anteprima su ABC il primo episodio di Twin Peaks. David Lynch realizzò qualcosa di rivoluzionario, scrostò via il perbenismo, le apparenze, per mostrare il male marcio e contagioso nascosto sotto alla superficie.
La sigla, composta da Angelo Badalamenti, ci accoglie nella località di Twin Peaks; tranquilla, silenziosa, abbracciata dalle montagne e apparentemente monotona. Qui una mattina viene trovato un cadavere: è quello di Laura Palmer, liceale, incartato in un sacco di plastica che ne avvolge la pelle bluastra. Il corpo senza vita di Laura è il segnale di un malessere, tanto umano quanto sovrannaturale, che abita nel tessuto della cittadina e nei suoi abitanti. Chiunque ha qualcosa da nascondere, chiunque è insoddisfatto della propria vita.
Amata da tutti, amici, ragazzi, genitori, studentessa modello e reginetta del ballo, Laura assorbe ciò che la circonda diventando vittima di grottesche perversioni, reami onirici in cui perdere il senno, locali malfamati dove ragazze come lei spariscono nel nulla. Attraverso le indagini per trovare l’assassino, condotte dall’agente speciale Dale Cooper (Kyle MacLachlan), Twin Peaks ci mostra un male che può nascondersi ovunque, anche in luoghi insospettabili, soprattutto in luoghi insospettabili, e che nessuno ne è al sicuro.

Strade perdute (Lost Highway, 1997), scelto da Annamaria Martinisi
“Dick Laurent è morto”.
Strade perdute è senz’altro tra i film più folgoranti di David Lynch; è noir, sensuale, ermetico. C’è la strada, una striscia gialla all’inizio, alla fine, e della quale non si vede mai la conclusione, esattamente come la vita. Un’opera che rappresenta perfettamente la poetica del cinema lynchiano, quello dei confini oltrepassati naturalmente. Lynch priva di oggettività gli elementi, e li rielabora in allucinazioni, fuoco, illogicità, ignoto.
Lost Highway si incentra sull’aggrovigliarsi dei corpi, si adagia sulla complessità di storie diverse, sui pluralismi della mente umana, sul surreale che risulta reale più della realtà stessa. Un film che conduce verso la stanza introspettiva immaginaria propria e insita nell’uomo, stuzzicandone la voglia di risolvere gli enigmi lasciati al non-senso e all’inconoscibile.

Una storia vera (The Straight Story, 1999), scelto da Giulia Losi
Forse il film meno conosciuto di Lynch, The Straight Story (in italiano: Una storia vera) è un film che si discosta non poco dalla produzione usuale del regista. È un film completamente privo dei toni onirici che distinguono capolavori come Mulholland Drive, ma non per questo meno poetico. Il film, infatti, è una meravigliosa esaltazione della poesia del quotidiano.
Il protagonista, Alvin (Richard Farnsworth), dopo aver saputo che il fratello ha avuto un infarto, decide di attraversare gli Stati Uniti a bordo di un trattore per andarlo a trovare, cercando così di ricucire un rapporto problematico.
Il film è una lettera d’amore agli Stati Uniti rurali, alla semplicità della vita nei piccoli paesi, che vengono dipinti con atmosfere che richiamano molto da vicino i racconti di Ray Bradbury. Nella sua splendida semplicità, unita alla recitazione straordinaria di tutti gli attori, il film merita di entrare di diritto fra i capolavori non solo di Lynch, ma della storia del cinema.

Mulholland Drive (2001), scelto da Rebecca Fulgosi
Era il 2001 quando (ancora una volta) David Lynch ha cambiato le sorti del cinema moderno, portando sul grande schermo il suo intricato e affascinante Mulholland Drive. Presentato al Festival di Cannes, dove è valso al regista il Premio al miglior regista, il lungometraggio racconta la confusa storia di Rita (Laura Harring), una donna sopravvissuta ad un incidente sulla Mulholland Drive che ha perso la memoria, e del suo incontro con Betty (Naomi Watts), un’aspirante attrice, che decide di aiutare Rita a scoprire la sua vera identità.
Anche questa volta David Lynch non si sottrae e dona al mondo uno dei film più osannati del XXI secolo. La sua regia stimola la mente dello spettatore, creando volutamente un’atmosfera di disorientamento e mistero, al contempo estremamente attrattiva, sia per i personaggi della storia che per lo spettatore. Un film che trasmette contemporaneamente inquietudine e curiosità, studiato nel minimo dettaglio per sorprendere e creare un’esperienza onirica e quasi sensoriale, attraverso l’uso di luci, immagini e suoni. Un’opera unica e irripetibile che solo lui poteva realizzare così splendidamente.

Qui i nostri articoli dedicati a David Lynch e alla sua arte. Qui il ricordo di David Lynch.
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