Corvo rosso non avrai il mio scalpo! (Jeremiah Johnson, 1972), Warner Bros.
Corvo rosso non avrai il mio scalpo! (Jeremiah Johnson, 1972), Warner Bros.

Ricetta per un western atipico: molta neve, alte montagne, foreste innevate.

Come Revenant (2015), Il Grande Silenzio (1968), The Hateful Eight (2015), e Uomo bianco, va’ col tuo dio! (Man In The Wilderness, 1971). Superbe pellicole e “western atipici” con candidi scenari.

Il film di cui vorrei parlarvi è però un’opera che quest’anno compie 50 anni, e che probabilmente si differenzia dagli altri: Corvo rosso non avrai il mio scalpo! (Jeremiah Johnson). Firmato da Sydney Pollack e con Robert Redford, uscì il 21 dicembre 1972.

Una vita tra i boschi

Corvo rosso non avrai il mio scalpo! è un western molto intimo: non ci sono grandi scontri tra indiani e cavalleria. C’è un’umanità ferita che cerca rifugio in terre aspre che non le appartengono. È un film sulla convivenza, lo scontro tra le diverse civiltà, sul senso di appartenenza e sulla solitudine. C’è un nemico per caso, un nemico senza colpa. Come lo sono le lupe o le orse che difendono i loro cuccioli.

Jeremiah Johnson (Robert Redford) fugge dalla civiltà occidentale all’indomani della Guerra messicana del 1848. Da novellino si fa strada in quel gelido e duro mondo di frontiera.

La sua vita nei boschi è un ritratto intimo e caldo. Johnson è un uomo buono, caritatevole, che non rifiuta il suo aiuto a nessuno. E questo gli porta perfino una famiglia. Fino alla rovina di tutto.

Ma il suo è un tracollo quasi poetico, perché non è la fine della sua storia. Da solitario amareggiato e deluso del modo di vivere e pensare occidentale, diventa un solitario vendicativo in cerca di Corvi da uccidere. Ma non sa che tra i suoi avversari lui è riverito. La sua vita continua, la sua leggenda cresce.

Tra indiani la grandezza della tribù si calcola in base al potere dei nemici.

Del Gue (Stefan Gierasch)

Il regista, l’attore, il film

Pollack disse: “Non sono un innovatore visivo”. Era evidentemente un giudice troppo severo con le sue opere. Il suo sodalizio con Robert Redford ci regalò alcuni dei film più belli della storia, merito di una padronanza registica e della capacità dell’interprete di riempire la scena.

Redford non ha mai avuto un periodo d’oro. È sempre stato bravo. E così Pollack ha sempre diretto film eccezionali; fin da quel lontano Questa ragazza è di tutti (This Property Is Condemned, 1964), la sua prima collaborazione con Redford.

Il loro fu un duo che oggi significa cinema, al pari di altre grandi coppie quali De Niro e Scorsese e Mastroianni e Fellini.

E qui Redford ci dà una grande prova. Il suo Johnson comincia come uno spaesato uomo occidentale che fugge tra i boschi senza saperci sopravvivere, si improvvisa padre e marito con un temporaneo esito felice, e diventa infine un duro guerriero che avanza inesorabilmente sui nemici e sul suo passato.

Corvo rosso non avrai il mio scalpo! (Jeremiah Johnson, 1972), Warner Bros.

Ai tempi si veniva dalla necessaria violenza di Soldato Blu (1970), e da poco si era compreso il massacro a cui erano andati incontro i nativi americani. Le eroiche battaglie della cavalleria blu erano state svelate per quello che furono: dei massacri. Sanguinosi e insensati.

Corvo Rosso prese quella lezione e ne fece un ottimo prodotto con alcune novità. È uno spaccato di vita che mostra un odio generato per caso. Gli eventi si originano da degli sconfinamenti. Prima Johnson sconfina in un territorio dove vuole rifugiarsi, e vediamo la sua nuova vita, poi sconfina nel mondo dei nativi, e vediamo la sua vendetta e il suo combatterli uno ad uno.

Il tema della vendetta induce lo spettatore a credere che ci sarà un grande scontro tra il capo dei Corvi, Mano Che Segna Rosso con Johnson. Uno contro uno.

No. Ci sarà un gesto di pace a segnare la fine di una guerra divenuta leggendaria tra i Corvi. I loro continui duelli, divenuti inutili, finiscono. È un ritorno alla pacifica convivenza rotta in precedenza.

Nel tempo…

Come detto si era inaugurata la stagione della Contro-narrazione nel western. Tra cui il sopracitato Soldato Blu, ma anche Piccolo Grande Uomo (Little Big Man, 1970). Servivano temi forti per far capire allo spettatore la verità taciuta, spiegando come gli occidentali fossero sempre stati arroganti con le altre culture, brutali e irrispettosi. Erano film pregni di politica e denuncia contro la guerra del Vietnam.

Corvo Rosso usò la retorica per confondere lo spettatore. Nel sentire entrambi i punti di vista, dei bianchi e degli indiani, nessuno ha (forse) più torto o ragione. Johnson uccide i Corvi perché gli hanno ucciso la moglie e il figlio. Gli indiani uccidono i bianchi perché invadono i loro territori. Non c’è rabbia all’inizio. Solo dolore. Un forte dolore umano per la perdita.

Non paragoniamolo ad altri western solo perché c’è molta neve e il tema della vendetta.

In Breve

Corvo rosso non avrai il mio scalpo! è un gran film: valido, divertente, che trascina ad ogni visione. Una vita tra i boschi che sa essere amorevole e violenta. Tanto è forte il tema della vendetta, quanto lo è quello della convivenza tra esseri umani feriti e sperduti, vittime di traumi o usanze. Ci si incontra o scontra nella neve, e come sulla neve le tracce non rimangono a lungo, così i conflitti, il passato e le amarezze, piano piano svaniscono.

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Classe 1999, e perennemente alla ricerca di storie. Mi muovo dalla musica al cinema, dal fumetto alla pittura, dalla letteratura al teatro. Nessun pregiudizio, nessun genere; le cose o piacciono o non piacciono, ma l’importante è farle. Da che sognavo di fare il regista sono finito invischiato in Lettere Moderne. Appartengo alla stirpe di quelli che scrivono sui taccuini, di quelli che si riempiono di idee in ogni momento e non vedono l’ora di scriverle, di quelli che sono ricettivi ad ogni nome che non conoscono e studiano, cercano, e non smettono di sognare.

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