
Una domanda, anzi un enigma, ci accompagna per tutta la lettura del volume Cult Thriller di Caterina Sabato (Edizioni LaSerra, 208 pp.), e non è meno intricato di certi oscuri casi rievocati dall’autrice attraverso i film che ripercorre. L’enigma è già nel titolo di questo excursus: cos’è un “thriller”? E cos’è un “cult”? La risposta, apparentemente semplice, sembra ricavarsi dall’efficace copertina, che funziona come una scena del crimine dove l’assassino (o l’assassina) ha seminato indizi eloquenti: la maschera-museruola di Hannibal Lecter nel Silenzio degli innocenti, il binocolo de La finestra sul cortile, l’ascia di Shining, il coltello insanguinato di Psycho, e una scatola che farà rabbrividire chiunque abbia visto Seven. Eccola, dunque, la soluzione: “cult” e “thriller” sono proprio quei lungometraggi, e altre opere simili. Caso risolto? Non esattamente.
Perché, seguendo la giornalista e critica cinematografica nel suo vertiginoso (termine ovviamente non casuale) itinerario, ci si rende conto che dire “cult thriller” significa potenzialmente tirare in ballo così tanti filoni, ibridazioni, intersezioni, esperimenti e anomalie, da rendere l’indagine, che pareva chiusa in partenza, un ginepraio da far girare (ossessivamente) la testa come neanche l’identità dell’imprendibile serial killer di Zodiac riusciva a fare con i protagonisti del mystery di David Fincher.

Ed è un primo, grande merito del libro: ricordarci, in quest’epoca di semplificazioni a misura di SEO, che ogni film è un oggetto complesso, e dunque ogni ricognizione su un gruppo più o meno circoscritto e riconoscibile di essi, è comunque un viaggio nella complessità. Dove il bisogno di avere chiaro e catalogato tutto e subito deve lasciarsi sedurre dal fascino di un’ombra: quella del dubbio, dell’incertezza, dell’arbitrarietà, della possibilità che un oggetto non classificato arrivi e rimetta in discussione steccati e categorizzazioni.
Ciò non significa, peraltro, che Sabato rinunci a darci una risposta, la sua risposta, su cosa e quali siano per lei, e per la storia della settima arte, i “cult thriller”. Come una Clarice Starling che deve cavarsela senza la consulenza del Dr. Lecter (o forse, in un certo senso, questa “consulenza” c’è…) l’autrice affronta la difficilissima sfida: e seleziona, scandaglia, ordina i titoli rievocati nel volume (spesso celeberrimi, non di rado capolavori) in un percorso storico e cinefilo che ci porta, come i film di cui si parla, a immergerci nella parte più buia della coscienza e della società umana. Perché la vera soluzione all’enigma, ci ricorda il volume, parte da lì.
Un genere (di generi) tra mente e realtà
Se dovessimo leggere il libro di Caterina Sabato come un film, sarebbe uno di quelli il cui intreccio esordisce in maniera ingannevolmente lineare, incardinando perfettamente la storia nei binari della consequenzialità cronologica, e di una salda gerarchia di valori.
Salvo poi esplodere in una pluralità labirintica di piste, strade, interpretazioni, dove non si può e non si vuole più seguire il tempo ordinato in una comoda successione di eventi, ma bisogna scegliere come orientarsi nel caos. L’autrice, infatti, parte giustamente dai classici: il primo capitolo è dedicato a M. (il «serial killer ante litteram») e al suo regista, Fritz Lang, il secondo al «più grande creatore di immagini», Alfred Hitchcock. Ma, appena omaggiati come si conviene i due maestri, si salta dagli anni ’30, ’40, ’50 e ’60 del Novecento alle soglie del Duemila: un momento che, almeno fino alla prima decade del Terzo Millennio, appare aureo per il genere, come dimostra la quantità e varietà, persino disorientante, di titoli e nomi.
L’indagine rischierebbe di arenarsi, se la detective non prendesse una decisione, assumendosene i rischi. E Sabato lo fa, proseguendo per singoli temi e filoni, piuttosto che per epoche e autori: dal fenomeno degli assassini divenuti ambigue icone, al focus sull’“Onda coreana” che, con l’emblematico exploit dell’Old Boy di Park Chan-wook, chiude il cerchio meritandosi un capitolo (l’ultimo) a sé. Passando per una rassegna sui plot twist più memorabili (se avete paura degli spoiler, recuperate certi film prima di leggere il libro: avete aspettato sin troppo…), la via italiana dei Mario Bava, dei Dario Argento e dei Lucio Fulci, nonché capitoli che approfondiscono le declinazioni giudiziarie, politiche e sociali del genere, e uno, il sesto, dedicato appunto al suo aspetto «multiforme», nei vari incroci con l’horror, la fantascienza, l’erotico, l’animazione e i grandi cineasti fuori da ogni schema come il compianto David Lynch.
E se, come diceva quest’ultimo, “perdersi è meraviglioso”, in che modo Caterina Sabato evita di perdersi e farci perdere nella moltitudine dei lavori chiamati in causa? Anzitutto, tenendo sempre a mente cosa ci permette di dire, al netto di ogni sfumatura, che siamo di fronte a un thriller, ciò che lei stessa anticipa nell’introduzione: la «tensione emotiva» unita alla «capacità di indagare i misteri della mente umana». Che significa, anche, parlare di come organizziamo il nostro vivere comune, concentrandosi in questo caso sulla parte peggiore, dentro e fuori di noi.

L’autrice individua (e non possiamo che approvare) nell’ideale coppia formata da Taxi Driver di Martin Scorsese e Joker di Todd Phillips un ponte fra (atipico) thriller della mente e della realtà esterna (sotto la nozione chiave di «alienazione»), talmente significativo da meritarsi un’analisi approfondita nel capitolo ottavo, tra i più riusciti e interessanti del libro: i due film sono sviscerati tanto nella «tensione narrativa legata al cambiamento graduale del personaggio, al deterioramento della sua psiche», quanto nella loro capacità di ritrarre criticamente gli USA di ieri e di oggi, suggerendoci come «il populismo che sfrutta la rabbia sociale possa tramutarsi nell’arma più pericolosa per la società. E la realtà (Trump docet) ce lo dimostra ogni giorno».
Ma è l’intero volume ad essere costellato di riflessioni sul lato più disfunzionale del nostro mondo interiore ed esteriore, segnato da razzismo, misoginia, classismo, fake-news, corruzione, autoritarismi presenti o futuribili, e altre piaghe ancora. Perché, l’autrice su questo è chiarissima da subito, il valore dei film menzionati, tale da contribuire a renderli “cult”, sta in buona parte nell’aver «saputo interpretare la società, la politica, il presente e anche il futuro, anticipando derive e amplificando paure», imprimendosi così nell’immaginario collettivo. Ed è, da parte dell’autrice, un’altra scelta di campo non scontata, in un panorama critico, quello odierno, a volte richiuso nella torre d’avorio di un’arte e di un’industria che parla prevalentemente di, e a, sé stessa.
Cult Thriller, allora, risulta utile e prezioso come ritorno sulla “scena del crimine”, senza escludere (anzi) chi avesse già bene a mente i titoli presi in esame, di cui può (ri)scoprire spunti, talora profetici e sempre preoccupanti, su chi siamo o saremmo diventati, anche come furitori di immagini e notizie: se già il Dr. Mabuse di Lang ci allertava sui «pericoli delle nuove forme di comunicazione audiovisive», lo yuppie Patrick Bateman dell’American Psycho di Mary Harron è a tutt’oggi «idolatrato» dalle «nuove generazioni che “vivono” su Tik Tok e Instagram, celebrandolo con meme e reel diventati virali», rimarca Sabato. Che, passando da un film all’altro, esce insieme a loro dai confini delle inquadrature, per aggredire criticamente la realtà più “nera”, e i media che, fin dal processo al serial killer Ted Bundy, la trasfigurano in spettacolo.
Passione e divulgazione
Abbiamo parlato fin qui di cosa questo libro ci dice. Ma c’è un come ce lo dice, in cui sta elettivamente il piacere della lettura, ed è tanto più imprescindibile nella sintesi di un genere che ha proprio nella presa sulle emozioni una sua caratteristica irrinunciabile. E infatti, la prima cosa che colpisce della scrittura di Caterina Sabato è il ritmo. In appena duecento pagine scorre quasi un secolo di film (molti dei quali, da soli, potrebbero riempire e riempiono lo scaffale di una libreria), con la rapidità e insieme la densità di un inseguimento metropolitano alla Il braccio violento della legge, o dell’azione a incastri onirico-temporali di Inception.

E però, quando si corre tanto, il rischio è alcuni rimangano indietro. Questo in Cult Thriller non accade, grazie soprattutto al tono adottato dall’autrice, in un approccio convintamente e coerentemente divulgativo. Che la porta a mettersi alla stessa altezza del suo pubblico, senza dare nessuna informazione o citazione per scontata, senza compiacersi di saperne di più o di saperlo dire meglio di altri. Conta piuttosto offrire, nel calderone mediale in cui ci dibattiamo, una mappa per ritrovarsi, e ritrovare, magari, un film che proprio non si dovrebbe dimenticare.
D’altronde l’asciuttezza, giornalistica più che accademica, del discorso di Sabato ha sempre il calore di chi, da critica, non smette e non ha smesso neanche per un secondo di essere spettatrice: con quell’apertura a lasciarsi travolgere dalle esperienze cinematografiche, che la porta a definire, non certo a torto, «devastanti» film come Mystic River di Clint Eastwood. Instaurando così uno specifico patto con chi legge, fondato sul comune amore (che, come ogni amore, può anche farci star male), sulla «feroce passione» (la definisce Oscar Cosulich nella prefazione) per quanto si è visto e non ci si stancherà mai di rivedere. Una passione che coinvolge, come fanno i grandi thriller.
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