
Ne Il grande Boccia, il film diretto da Karen Di Porto dall’11 giugno al cinema con Europictures, Cyro Rossi interpreta il produttore Fusco, sempre al fianco del regista Tanio Boccia (Ricky Memphis) durante l’audace progetto di girare quattro film in contemporanea.
Cyro Rossi si divide tra cinema, serialità, videoclip e pubblicità: è nel cast di Maria per Roma (sempre con la regia di Karen Di Porto) e ha partecipato alla serie internazionale Diavoli e al film Amazon Prime Video Il talento del calabrone di Giacomo Cimini. Ha lavorato a videoclip musicali come Over each other di Jamie Jones per la regia di Vito Vinci e nel 2017 ha debuttato alla regia con il cortometraggio Buscije.
Nella sua carriera un ruolo fondamentale è ricoperto dall’insegnamento. Collabora attivamente con la SNCI (Scuola Nazionale Cinema Indipendente) e ha fondato un proprio spazio e laboratorio nel cuore di Firenze, a cui si affianca una seconda sede a Rifredi. Qui organizza corsi settimanali e masterclass, con un approccio alla recitazione che fonde la precisione psicologica dei metodi Strasberg e Meisner con la potenza fisica e liberatoria della bioenergetica.
La storia raccontata ne Il grande Boccia mente in luce anche il ruolo della produzione. Come si relaziona all’attualità della produzione cinematografica?
Le produzioni ci sono, a proposito della situazione attuale del cinema italiano affronterei più un discorso sulla distribuzione, sul credere in un progetto e distribuirlo come si deve. Questo film è uscito in 22 sale, ha fatto il suo viaggio in un periodo non semplice che è giugno, quando escono diversi film, compresi gli internazionali come Disclosure Day e, a luglio, Odyssey. Il problema non sono i soldi, ma trovare buone idee e dei buoni scrittori, probabilmente, e distribuzioni che credano nei progetti.
Sulle distribuzioni dovremmo fare un lavoro maggiore per tutelare l’arte. In Francia, ad esempio, c’è più nazionalismo legato alla cultura, il cinema è tutelato ed escono molti più film rispetto all’Italia. Nel caso de Il grande Boccia siamo riusciti a realizzare il progetto con pochi soldi e molte difficoltà di produzione. Il film si è fermato, ci sono stati dei problemi, poi è ripartito… Sembrava un film nel film. Ma io, conoscendo Karen, sapevo che non avrebbe mollato. Poi è stato selezionato alla Festa del Cinema di Roma, in concorso, e ha avuto una risposta positiva dal pubblico, è piaciuto.

Conosci Karen Di Porto dal 2016, com’è l’esperienza sul set con lei?
Lei è tosta, è un talento. Una donna veramente in gamba, con una grande sensibilità e dolcezza, ma anche con la forza necessaria per gestire una troupe, composta quasi sempre da uomini. Ha delle idee e le porta avanti con grande disciplina. Ha studiato tanto, ha una sua struttura, ma è anche aperta al confronto. Per l’attore questo rapporto umano è molto importante. È una cosa bella, che nel film poi si traduce in una certa poesia.
La vicenda, pur parlando di successi e insuccessi, assume effettivamente toni poetici. Conoscevi già quel mondo, il cosiddetto cinema di ‘serie B’ a cui lavorava Tanio Boccia?
Non lo conoscevo, sono andato a recuperarli per curiosità. Il film deriva da una grande intuizione del produttore Galliano Juso, che negli anni ’80 aveva fatto grandi film legati a storie particolari. È stato interessante raccontare la storia “degli ultimi”, far vedere questi personaggi che provavano in tutti i modi a sgomitare in mezzo ai mostri sacri degli anni ’50 e ’60. Lì c’era realmente una grande fame, quella che manca adesso, la fame di fare le cose “di pancia”. Quel periodo dopoguerra era favoloso, c’era una voglia immensa di idee nuove. Bellissimo. Peccato non averlo vissuto.
C’era anche la voglia di risolvere i problemi in maniera artigianale.
Noi italiani siamo dei grandi artigiani in tutti i settori – dalla moda al cinema – ma perdendo questa componente ci siamo un po’ impoveriti. C’era grande manualità, gusto, idee. Probabilmente tra gli anni ’80 e ’90 la televisione ha spazzato via molto di questo. Anche l’avvento del digitale ha contribuito; qui parliamo di un cinema di materia, di pellicola, di umanità. C’era una bellissima umanità che si sta perdendo, ed è stata raccontata molto bene nel film di Karen.
A proposito di umanità, gli scambi tra te e Ricky sembrano molto naturali, quasi improvvisati. Come vi siete trovati sul set?
Molto bene. Ho imparato tanto, è una persona umile, semplice e spontanea. Di improvvisato c’era poco perché eravamo molto fedeli alla sceneggiatura, che è scritta molto bene, ma è stato piacevole. Nel nostro mestiere è vitale crescere interagendo con attori che hanno alle spalle una marea di anni di professione.
Quando è arrivata invece la regia nella tua vita?
È arrivata nel 2016-17, con un progetto legato alla storia vera di una ragazza. Mi piace raccontare tematiche sociali poco trattate o esplorate da altre angolazioni. A breve uscirà un mio nuovo cortometraggio, sto finendo di sistemare un tassellino sulle musiche.
Una parte importante della tua vita è anche l’insegnamento: che tipo di esperienza trasmetti ai tuoi allievi?
Ho studiato il metodo Strasberg in America e la bioenergetica di Alexander Lowen a Roma, specializzandomi come conduttore di classi. Queste tecniche mi hanno strutturato. Lavoro con bambini di 6-9 anni, che hanno un’energia favolosa, ed è un vero scambio; ma anche con adolescenti e adulti. Nella mia associazione organizzo workshop intensivi di tre giorni, di 8 ore al giorno, unendo bioenergetica, yoga kundalini, danza sensibile e casting director. Serve a ricontattare il corpo e mettersi alla prova con professionisti affermati.
Sean Connery prima di morire disse: “Forse non sono un buon attore, ma qualsiasi altra cosa avessi fatto, sarei stato peggio”. Lavorare in questo settore mi piace, è quello che so fare, non lo considero quasi un lavoro. Me ne rendo conto solo quando devo pagare le tasse! Per molti, là fuori, noi siamo gli ultimi del carro. In Italia la cultura fatica, ma portare 150 persone a teatro o al cinema a metà giugno è essenziale. In un periodo storico in cui siamo in preallarme costante, tutti contro tutti, isolati tra telefoni e computer, far capire che siamo fatti per stare insieme è la nostra vera missione.
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