DERIVA di Danilo Monte, 61esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro
DERIVA di Danilo Monte, 61esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro

Danilo Monte, che oltre ad essere un regista è anche direttore della fotografia e colorist, presenta alla 61ª edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro il suo esordio, Deriva, che porta però con sé anche tanto del mondo documentario in cui l’autore si è mosso finora.

Deriva è la risposta quieta e tragica a un tempo attuale in cui le lotte del passato, la passione, il senso di comunità, svaniscono nell’isolamento di uomini e donne imprigionati in uno scroll senza via d’uscita, in una gabbia trasparente fatta di contenuti effimeri e desideri finiti in una zona grigia della mente. Il protagonista, l’artista concettuale Mario, vive solo in un presente silenzioso. Gli unici colori con cui entra in contatto sono quelli dei suoi quadri, il resto è una stasi opaca intervallata da ricordi destabilizzanti come fulmini, di un passato di libertà, in cui era “giovane, ribelle e animato dal desiderio di costruire un mondo migliore, insieme a una comunità” (Danilo Monte).

Le riprese si accostano quindi a materiali d’archivio in cui il vero Mario D’Ambrosio, ragazzo, vive in un fermento giovanile destinato a cristallizzarsi in quei frammenti. Danilo Monte attinge ai suoi stessi ricordi, il cinema fa cortocircuito con la realtà, in cui lui stesso faceva parte di quel gruppo di ragazzi e ragazze con Mario e che ora, come lui, è lontano dalla memoria e presente nell’oggi.

Come la rappresentazione generazionale in Deriva può dialogare con i giovani di oggi, proprio per quello spirito di contestazione che sembra scomparire adesso?

Deriva parla innanzitutto di un’organizzazione esistenziale che mi appartiene, perché ho quell’età lì. Ho la fortuna di aver vissuto la fine degli anni ’90, compreso ciò che c’era prima e ovviamente ciò che è venuto dopo. La fine degli anni ’90 è un periodo molto particolare, perché avviene qualcosa che non è mai avvenuto. Il mondo diventa digitale.

Secondo me in questo cambio c’è qualcosa che sentono anche i giovani, una mancanza di vibrazione. Perché il digitale è un’emulazione di qualsiasi cosa che sia viva, un’energia, ed è come ciò che vibra venga emulato e arrivi solo un’emulazione della vibrazione. Non ho in realtà una risposta su come un ventenne di oggi potrebbe recepirlo, non avendo effettivamente vissuto il periodo che racconto, ma sono molto curioso, perché rimango convinto che la condizione che vive il personaggio, Mario, sia una condizione in cui la nostalgia è una caratteristica di questi tempi. Quindi può appartenere inconsciamente anche a chi non ha vissuto un periodo mitico come quello, in cui il futuro poteva essere migliore.

Noi guardavamo a un mondo che si ipotizzava potesse migliorare grazie al nostro impegno, mentre adesso c’è molta disillusione perché sembra che il tempo sia quasi finito e che i giovani abbiano perso la voglia di lottare. Poi sicuramente è un film che parla di persone che hanno l’età del protagonista in questo momento storico.

Come hai lavorato sui materiali di repertorio?

I materiali di repertorio sono materiali miei o delle persone che facevano parte di quei collettivi insieme a me. Il protagonista è un mio amico dell’università che aveva fatto già più di vent’anni fa l’attore in alcuni miei cortometraggi.

Quindi questo materiale parla molto anche della nostra relazione e del fatto che io stesso lo stia filmando. Spero che ci si possa chiedere, guardando il film, chi sta filmando quelle immagini, chi riprende il protagonista. E di fatto, quasi sempre, sono io, c’è il mio sguardo.

Quindi la priorità è stata digitalizzare questo materiale analogico, arrivando a più di 100 ore di girato. Ci siamo visti io, il mio protagonista Mario D’Ambrosio e il montatore Alessandro Aniballi ed è iniziata la caccia all’uomo: dov’è Mario in queste immagini? In tre abbiamo fatto veramente tutto in questo film, a partire dalla ricerca.

Non vi siete limitati trovarlo, ma a fornire anche un racconto.

Un racconto molto fluido in cui in alcuni momenti sembra che il lui del presente e il lui del passato si guardino, specialmente nel finale, ed è una cosa magica.

Uno degli aspetti più belli e interessanti di Deriva è la modalità con cui abbiamo lavorato: ci rivediamo dopo tanti anni, decidiamo di fare un film, che scriviamo man mano che lo facciamo e non prima. Non è stata scritta una riga prima di girare, improvvisando giorno per giorno su dei canovacci. Non sapevamo che direzione avrebbe preso il giorno dopo e al montaggio lo abbiamo di fatto riscritto, avendo a disposizione tante strade aperte, tante linee possibili.

Poi abbiamo girato tutto prima di vedere cosa ci fosse negli archivi, andando solo dopo a recuperare le immagini di Mario da giovane. L’esperienza di vicinanza tra me e lui mi ha fatto riscoprire un’amicizia. Il personaggio che abbiamo creato insieme è molto lontano da ciò che è lui nella realtà, ma il luogo dove abbiamo girato è veramente il suo studio.

La presenza dell’arte contemporanea si contrappone alla nostalgia dei social. Qual era l’obiettivo di questo contrasto?

C’è la rappresentazione di quest’uomo così solo che al tempo stesso però cerca di trovare una lente per indagare il reale che lo circonda. Avevo anche per questioni personali il desiderio di rappresentare questa condizione in cui c’è poca comunicazione ma molte situazioni di solitudine e di gesti ripetuti, lì la riflessione sul proprio passato riaffiora ed è devastante, anche commovente.

È una sensazione che anche i giovani conoscono, al di là del resto. Ovviamente io mi trovo in un momento della vita in cui ricordo di aver vissuto un periodo forse incredibile, con la nascita di Internet, il G8 di Genova, ma anche la musica degli anni ’90, pazzesca. Alcune caratteristiche hanno reso quegli anni irripetibili, soprattutto a livello di sentire comune; potevo riassumere la mia vita con “io sarò”, adesso devo fare molto sforzo perché non si limiti a “io ero”, e quindi alla storia.

In questo senso la condizione del personaggio coincide col momento storico, sociale, politico, e coincide con me. Con una giovinezza andata e col tempo che sembra stia finendo. Era importantissimo sentire che queste due cose, il punto di vista politico e quello strettamente personale, si misurassero con la fase in cui si trova il personaggio adesso.

Deriva verrà distribuito in sala?

Il film è piccolo, molto piccolo, fatto di tanto amore, quindi per ora ci siamo goduti quest’anteprima a Pesaro, e ringraziamo il festival per averci dato la possibilità, poi vediamo cosa succederà.

Un film del genere trova la sua strada molto di più nel mondo dei festival, anche se ho sempre fatto film pensando che potessero essere visti da un pubblico vasto, e non da soli addetti ai lavori.

Danilo Monte a Pesaro. Foto di Luigi Angelucci.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.