Dario Aita, in giuria per Incanto Film Festival 2026

Recentemente ci ha conquistato con la sua interpretazione nel biopic dedicato a Franco Battiato, prossimamente lo vedremo in diversi progetti (che spaziano dalla serialità al cinema), ma in questi giorni l’attore Dario Aita è impegnato come giurato per la Main Category dei corti in concorso della quarta edizione di Incanto Film Festival, kermesse cinematografica volta a valorizzare l’innovazione cinematografica e i linguaggi contemporanei.

Che esperienza è ritrovarsi con colleghi e colleghe (tra cui la regista e cantautrice Margherita Vicario, e la casting director Anna Pennella) in un festival come Incanto a guardare le opere di giovani registe e registi? Lo racconta a FRAMED Magazine proprio Dario Aita.

Fai parte della giuria Main Category per questa edizione 2026 di Incanto Film Festival. Che tipo di esperienza è stata e che impressione ti hanno fatto i lavori in concorso?

L’esperienza in giuria è sempre edificante. È un’occasione per vedere bei prodotti che qualcun altro ha fatto la fatica immane di selezionare tra centinaia di proposte, quindi un plauso va ai selezionatori del festival per averci fornito questo materiale.

Per me è una bella opportunità per fermarmi e guardare qualcosa di valore. Quando vado ai festival, anche a quelli più grandi, le sezioni che mi incuriosiscono di più sono proprio quelle dei cortometraggi, molto più dei film in concorso. Credo che il corto sia un luogo di sperimentazione, uno dei pochissimi spazi ancora potenzialmente liberi nell’industria cinematografica classica, perché nessuno cerca di farci i soldi.

I compromessi narrativi o distributivi sono minimi, e capita di trovare delle perle e dei giovani autori con un coraggio registico che forse non avranno mai più. Inoltre, il confronto con gli altri giurati è un momento di grande crescita: si parte con una propria idea, ma parlando si aprono orizzonti che non avevi osservato prima.

Hai riscontrato un filo conduttore o una tendenza particolare tra le opere di quest’anno?

Ti mentirei se ti dicessi di sì. Ho visto una selezione molto eterogenea, con corti diversi tra loro per punto di partenza, percorso e punto di arrivo. L’ho trovato affascinante: magari i selezionatori avevano individuato un fil rouge, ma io l’ho vissuto come un panorama vario. Pur essendoci punti tematici in comune, dal punto di vista stilistico, estetico e narrativo ognuno aveva una natura personalissima.

Incanto è un festival che punta molto sulla valorizzazione dell’innovazione. Secondo te dove si trovano oggi i linguaggi contemporanei nel cinema italiano?

Credo si trovino soprattutto nei cortometraggi. I casi in cui il cinema distribuito ufficialmente sia ancora un luogo di sperimentazione nei lungometraggi si contano sulle dita di una mano. Un esempio che mi viene in mente è Jonas Carpignano, a cui è stato concesso di fare film veramente sperimentali, realizzati benissimo e senza guardare al successo commerciale, ma spinti da un’emergenza narrativa pura. Non sono disfattista, apprezzo il cinema italiano e ci sono bravissimi autori sia giovani che affermati, ma il coraggio di sperimentare resta appannaggio di pochissimi.

In questo senso, recentemente è arrivato su Netflix, Franco Battiato – Il lungo viaggio, il film di Renato De Maria in cui sei protagonista. Lì c’è stato un bel coraggio nel proporre un biopic fuori dagli schemi classici.

Renato De Maria è uno dei pochissimi registi della sua generazione che si permette ancora di sperimentare. Lo ha fatto anche negli ultimi dieci anni, quando era già un regista affermato, con film coraggiosi come Italian Gangsters o La vita oscena, caratterizzati da una struttura indipendente e generi non catalogabili. Anche con questo progetto su Battiato, pur essendo nato come prodotto Rai prima di passare al cinema e su Netflix, e quindi soggetto a determinate dinamiche, è riuscito a trovare il suo spazio d’autore e soprattutto a sperimentare.

Franco Battiato. Il lungo viaggio. Dario Aita fotografato da Azzurra Primavera
Franco Battiato. Il lungo viaggio. Dario Aita fotografato da Azzurra Primavera
Si nota una grande cura formale e un grande rispetto nella recitazione e nella regia.

C’è stata una bellissima sinergia fra tutti i reparti, che ci hanno creduto fortemente nonostante le non poche difficoltà di tempo e di budget.

Con De Maria hai lavorato anche nel 2009 per il tuo esordio con La prima linea. Com’è stato ritrovarlo?

La prima linea è stato in assoluto il mio primissimo film, la mia prima volta davanti a una macchina da presa senza aver mai fatto nemmeno un corto. In seguito abbiamo girato anche la serie Il segreto dell’acqua. Rincontrarlo dopo tantissimi anni è stato bellissimo perché ho misurato la mia crescita: quando ho iniziato lui era il mio maestro ed ero totalmente guidato da lui in imprese che mi sembravano titaniche. Oggi ci siamo ritrovati con una maturità artistica e personale diversa, in un rapporto di scambio e dialettica creativa molto stimolante. Renato è una persona che sul set mantiene un’energia altissima ed è un vero trascinatore.

Parlando sempre di cortometraggi, anche tu ti sei cimentato nella regia in passato, vero?

Ho diretto un paio di corti e un mediometraggio nel 2015. Hanno avuto poca circolazione perché li ho fatti per puro divertimento, senza velleità distributive. I due corti erano progetti totalmente indipendenti e a budget zero: ero io con la macchina da presa insieme ad alcuni colleghi, senza troupe. In quelle circostanze mi sono sentito molto libero.

Faccio però una precisazione: soffro molto la narrazione del “zero budget”. Quando ci furono casi emblematici in cui si diceva “guardate cosa sono riusciti a fare con soli 10.000 euro”, la trovavo una narrazione sbagliata. È un imbroglio: puoi fare un bel progetto con cifre irrisorie solo se decine di persone lavorano gratis per passione. Ma non dovrebbe funzionare così. La vera riflessione da fare dovrebbe essere: perché a chi dimostra questo talento non vengono dati 500.000 euro o un milione per fare un lavoro ancora migliore e pagando tutti i lavoratori? Non bisogna urlare al miracolo del basso costo.

A quali progetti stai lavorando attualmente e cosa vedremo a breve?

Ho diversi progetti in uscita e in lavorazione: il film Idillio (con la regia di Pierluigi Ferrandini, ndr), che dovrebbe uscire tra l’inverno 2026 e il 2027; la serie prodotta da Rai Fiction e Filmclub Distribuzione intitolata Memoriæ, ambientata in Friuli, in arrivo ad ottobre; e una commedia romantica per Amazon che ho già girato. A breve comincerò a Roma le riprese di una commedia degli equivoci diretta da Nic Bello e, la settimana prossima, farò una piccola partecipazione a un progetto internazionale sulla vita di Andersen con la regia di Nikolaj Arcel.

Da spettatore, invece, c’è qualcosa che hai visto di recente al cinema che ti ha colpito?

La scena finale dell’ultimo film di Moretti: l’interpretazione di Louis Garrel in quel momento ha una delicatezza e una grazia davvero commoventi. Un istante di grande bellezza.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.