Danica Curcic in Darkling. Credits: A_Lab/Lo Scrittoio.

L’Europa, checché se ne dica, non ha vissuto settant’anni di pace prima della crisi ucraina. Sta a dimostrarcelo il sanguinoso conflitto nei Balcani durante gli anni ’90 del secolo scorso. Darkling, il nuovo lungometraggio di Dušan Milić (Jagoda: fragole al supermarket, Gucha, Travelator), dal 21 aprile in sala per A_Lab (in collaborazione con Lo Scrittoio) ci porta nel Kosovo, poco dopo la guerra combattuta tra 1998 e 1999 e l’instaurazione del protettorato internazionale sulla regione, cui seguirà un’indipendenza tuttora non unanimemente riconosciuta.

Ciò su cui il film si focalizza è l’effetto di quel conflitto sulle popolazioni civili, alle prese con l’eredità tossica di feroci nazionalismi contrapposti, bombardamenti NATO e massacri ai danni di entrambe le etnie presenti nella regione, la maggioranza albanese e la minoranza serba. Ed è in particolare il punto di vista di quest’ultima che fa emergere Darkling, raccontando la vicenda di un’immaginaria famiglia dell’entroterra montuoso. E allegorizzando attraverso i moduli dell’horror le ferite e le ombre materiali e morali che la guerra, ogni guerra, lascia dietro di sé.

Il buio dopo la guerra

Miona Ilov in Darkling. Foto di Yana Lozeva.

Una bambina è rintanata sotto il tavolo, un uomo è appostato alla finestra col fucile, una donna lo osserva preoccupata. Fuori, colpi e grida di animali. La prima sequenza di Darkling ci mostra la paura quotidiana di Milica (Miona Ilov), 11 anni, della madre Vukica (Danica Curcic) e del nonno Milutin (Slavko Štimac). Tre civili serbi, in una casa e in una terra che non sono più un luogo sicuro, almeno per loro. Da qualche tempo, infatti, nella zona accadono cose strane e inquietanti.

L’elettricità va e viene, gli animali scompaiono o sono ritrovati morti in circostanze misteriose. Ma spariscono anche le persone, come il padre e lo zio di Milica. Per questo loro tre, si ripetono, non possono e non vogliono andare via. Perché aspettano di ritrovare i propri cari scomparsi. Ma nessuno torna, e le rassicurazioni dei militari NATO che dovrebbero proteggerli suonano vane e ipocrite. «Voi ci avete bombardato! Venite qua, fate un macello e poi scappate via?», protesta sconsolato Milutin.

Intanto, le ultime famiglie rimaste scelgono quasi tutte di partire, e nel blindato che accompagna tutti i giorni Milica a scuola salgono ogni volta meno bambini. A quelli rimasti, la maestra un giorno dà un tema, titolo: «La mia vita in Kosovo». Il più bello sarà letto alle Nazioni Unite. Ma cosa può raccontare Milica? Del fischietto che le hanno dato i soldati per chiamare aiuto quando il telefono non funziona. O del buio pesto che ogni notte la terrorizza. «Egregio Signor Presidente…», scrive Milica, «È così potente questa nostra oscurità…».

L’oscurità intorno (e dentro)

Slavko Štimac in Darkling. Foto di Yana Lozeva.

È lo stesso regista Dušan Milić a descriverci il contesto del suo film: «Subito dopo la fine della guerra in Kosovo, la maggior parte delle famiglie di entrambe le nazionalità, serbe e albanesi, sono state sfollate; molte di loro sono state completamente distrutte, devastate fisicamente e psicologicamente. Coloro che sono voluti restare nelle proprie abitazioni lo hanno fatto con un senso di paura costante. Nessuna delle due parti voleva la guerra. Sapevano che avrebbero dovuto convivere l’una al fianco dell’altra per molto tempo, anche quando tutto sarebbe stato solo un lontano ricordo».

«Tuttavia», prosegue, «una forte diffidenza ha alimentato la vendetta. Nelle città e nei villaggi dove minore era la mescolanza etnica le persone hanno iniziato a svendere le proprie fattorie per sfuggire a nuovi conflitti». Una paura non infondata, come ci ricorda la didascalia finale di Darkling, che rievoca il violento pogrom del 2004 compiuto da estremisti albanesi ai danni dei serbi kosovari. La forza del film di Milić sta allora nel restituire questa paura e diffidenza reciproca ereditata dalla guerra, attraverso gli stilemi di un horror soprannaturale. Senza tuttavia oltrepassare il confine che lo porterebbe verso una connotazione esplicitamente metafisica, e lasciando piuttosto aperto il dubbio sulla causa degli eventi anomali e terrificanti che accadono.

Ma il senso di una presenza minacciosa dall’esterno è (tanto più) costante e crescente. Nelle inquadrature che “osservano” i personaggi in lontananza, dalle profondità di una foresta non più amica degli ospiti umani. Nei suoni di quella stessa natura che ha perso qualunque aura di familiarità. Nelle ombre talmente dense che paiono sporcare e rosicchiare i corpi dei personaggi, accompagnandone il progressivo senso di paranoia e abbandono. Difficile dire, allora, dove finisca il reale pericolo e dove inizino i fantasmi della psiche, individuale e collettiva, ferita irreversibilmente dal conflitto.

Darkling è quindi un horror rigoroso, che lavora sull’atmosfera e sull’approfondimento dei personaggi per indagarne e trasmettere la paura, e al contempo una riflessione sulla guerra che trascende il genere di riferimento. Riuscendo, tra l’altro, ad allegorizzare le sofferenze subite da un popolo senza cadere nella trappola di demonizzarne un altro. Perché il vero demone, ci suggerisce il film, è l’oscurità che alberga dentro ognuno di noi, l’oscurità di cui la guerra si nutre e che la guerra fa esplodere, impregnando i luoghi e volti più vicini a noi. Ma forse, guardandola in faccia, possiamo evitare di farci consumare da essa.

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Gettato nel mondo (più precisamente a Roma, da cui non sono tuttora fuggito) nel 1992. Segnato in (fin troppo) tenera età dalla lettura di “Watchmen”, dall’ascolto di Gaber e dal cinema di gente come Lynch, De Palma e Petri, mi sono laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (2014) e in Editoria e Scrittura (2018), con sommo sprezzo di ogni solida prospettiva occupazionale. Principali interessi: film (serie-tv comprese), letteratura (anche da modesto e molesto autore), distopie, allegorie, attivismo politico-culturale. Peggior vizio: leggere i prodotti artistici (quali che siano) alla luce del contesto sociale passato e presente, nella convinzione, per dirla con l’ultimo Pasolini, che «non c’è niente che non sia politica». Maggiore ossessione: l’opera di Pasolini, appunto.

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