Davide Mancini. Foto di Marco Rossetti
Davide Mancini. Foto di Marco Rossetti

Davide Mancini è uno di quegli attori costantemente divisi tra cinema, serialità e teatro. Sembra che tutto quello che faccia si uniformi in un progetto unico — di vita e di carriera — in cui la cura del personaggio è sempre ciò che guida il resto. In Portobello, la nuova serie firmata da Marco Bellocchio, interpreta l’avvocato Raffaele della Valle, un ruolo cruciale soprattutto in termini umani. Ma non è tutto: dal 9 marzo è su Rai 1 con Guerrieri – La regola dell’equilibrio, e ha appena annunciato un grande spettacolo teatrale liberamente ispirato alla vita di Lucio Dalla, di cui sta scrivendo il testo.

Diplomato presso la scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova, ha collaborato con registi come Ferzan Ozpetek, Anna Maria Sole Tognazzi, Gianluca Maria Tavarelli, Giuseppe Bonito, i fratelli D’Innocenzo, Leonardo D’Agostini, Piero Messina e Vincenzo Alfieri.

Chi è l’avvocato Raffaele della Valle in Portobello e cosa volevi trasmettere attraverso un personaggio del genere?

Quella di Enzo Tortora è una storia totalmente attuale, quando mi è arrivata questa proposta ho iniziato a leggere Quando l’Italia perse la faccia, il libro scritto da Raffaele della Valle, e ho iniziato ad addentrarmi in questa farsa, questo circo incredibile, e poi parallelamente ho seguito le vicende di un amico che è stato infangato sui social; lì ho aperto gli occhi, perché è cambiato solo il mezzo, ma poi l’Italia è sempre quella in cui facciamo troppo in fretta a giudicare invece di aspettare e capire cosa effettivamente ha fatto una persona.

Poi quando mi sono ritrovato a pensare a Raffaele e al ruolo che dovevo ricoprire, sebbene Marco all’inizio fosse poco convinto per via della mia età, forse mi sono concentrato meno sul ruolo dell’avvocato, anche per uscire fuori da un cliché che si vede sempre, quello dell’avvocato impostato, preparato, cercando invece l’empatia. Nessuno poteva dare lo stesso sostegno a Tortora in quel momento, perché Raffaele prima di essere un uomo competente nel suo lavoro, era un amico che stava dalla sua parte.

Cerco di portare qualcosa che mi appartiene ad ogni personaggio che interpreto: in questo caso ho lavorato molto sul valore della lealtà, dell’amicizia, cercando di essere veramente una spalla, per poi donargli il mio sapere per difenderlo nella maniera più giusta. Il personaggio di Raffaele è umile, mai egoriferito, lo si capisce durante il terzo episodio, quando per il bene maggiore, ovvero salvare Tortora, si fa da parte e chiama il suo mentore, l’avvocato Alberto Dall’Ora, interpretato dal bravissimo Paolo Pierobon.

Il tuo modo di guardare Enzo, nella serie, trasmette qualcosa che effettivamente va al di là del ruolo.

Quello nasce da un grande ascolto. L’ho sperimentato con Marco, ma anche con Fabrizio (Gifuni, ndr) e Paolo; la grande fortuna è stata lavorare a stretto contatto con loro. Abbiamo provato molto, per arrivare ad essere veramente un trio davanti a tutto questo mondo pronto ad incolparci e a puntare il dito. In più Marco diverse volte ci chiese di andare a Roma per fare le prove nel suo studio, di quello che poi saremmo andati a fare sul set, e la cosa che mi ha sempre sorpreso era lui che esponeva il suo pensiero e poi stava ad ascoltare noi. A un certo punto si zittiva e ascoltava me, ascoltava Fabrizio, Paolo, ascoltava tutti noi dicendoci che gli piaceva quello che stavamo facendo, e questa è una dimostrazione di grandezza, quale regista oggi si comporta così? Sono tutti lì a dire la loro, addirittura alcune volte il regista si sovrappone all’attore per far vedere quanto è bravo o quante idee ha.

La cosa interessante è che in questo ascolto che lui porta e nelle indicazioni che poi ti dà, ti guida verso una sottrazione. Raffaele della Valle, che era un uomo che non si poteva permettere sbavature emotive, mostra una commozione che esplode quando finalmente viene assolto Enzo Tortora, lo si vede nei video originali, quindi sono partito anche un po’ da quella fine lavorando in sottrazione e cercando quell’empatia che poi inevitabilmente trasmetto. Ho cercato di farlo ripetendo ogni singolo movimento di ogni suo muscolo alla perfezione.

Davide Mancini con Fabrizio Gifuni e Paolo Pierobon in Portobello
Con Bellocchio hai intrapreso un percorso iniziato con Esterno Notte, poi con Rapito, arrivando a Portobello. Come nasce l’incontro con lui e cosa ha portato al tuo percorso da attore?

Quando vivevo a Roma non ero ovviamente conosciuto, poi si fa sempre fatica, seppur un attore è bravo è difficile farsi notare. Però ho fatto un percorso con diversi casting che alla fine mi è servito: mi sono offerto per andare a fare da spalla a molti provini, per tante serie TV, tanti film, e sono diventato l’attore bravo che dà un valore aggiunto ai provini degli altri, e mi chiamavano con più frequenza. Questa cosa mi faceva piacere da una parte, ma dall’altra avrei preferito stare dal lato opposto ovviamente, però un giorno Gabriella Giannattasio (casting director, ndr) mi chiama perché serviva una spalla brava per un lavoro con Bellocchio. Sono partito subito e ho fatto un mese da spalla per i provini di Esterno notte.

Dopo un mese Bellocchio mi convoca e mi dice: “Ti voglio far fare un provino perché sei un bravissimo attore, vediamo cosa succede”. Allora da lì poi, mi ha fatto fare cinque provini per interpretare il ruolo di Morucci, che poi diede al bravissimo Gabriel Montesi. Ricordo ancora la chiamata, mi dissero che non ero stato preso per Morucci, e già stavo cadendo nella desolazione infinita, però mi presero per Moretti.

Che è comunque un ruolo fondamentale.

Sì mi ha reso felicissimo poterlo fare, ricordo ancora dopo quella chiamata, il viaggio di ritorno a casa in vespa, la gioia che provavo, e anzi è stato per me un lavoro significante perché poi è come se da quel momento mi fossi convinto anche io di valere, ricevendo questa fiducia è come se mi fossi reso conto che era il momento di dimostrare anche a me stesso di essere pronto.

Però allo stesso tempo mi ha insegnato che la recitazione in realtà non è una dimostrazione, è un pensiero; è il pensiero che cambia. Ed è lui che me l’ha fatto capire, soprattutto nella scena quando litigavamo per uccidere o meno Aldo Moro, in piazza, tutti noi terroristi, mi ha detto “Anticipa il tuo pensiero di un secondo rispetto alla battuta e parla a te, perché io ascolto attraverso il microfono”. Quella visione ha cambiato totalmente la scena e mi ha insegnato una cosa in più che poi ho portato sugli altri set che ho fatto. Marco mi disse, “tu non sei Moretti, però mi piaci, perché porti quell’umanità a cui mai avrei pensato”.

Quella scena è indimenticabile, soprattutto per il dinamismo che ha mentre prendete la vostra decisione.

Era una scena complicatissima e noi “terroristi” ci siamo visti prima non sai quante volte a sua insaputa per provare, perché ci tenevamo tantissimo a farla bene. La sera prima decisi di non dormire, bombardandomi di caffè, perché secondo me Moretti, pur essendo quello che è stato, non ha dormito quella notte.

Peccato che il giorno dopo a Roma fossero 40 gradi e noi stavamo coi vestiti invernali, Gabriel è anche svenuto a un certo punto. La scena non veniva, all’inizio ero teso e non riuscivo a trasmettere quel tormento interiore. Poi Marco mi diede quell’indicazione pazzesca di parlare a me, che il microfono sono le sue orecchie, le orecchie di tutti quelli che vedranno la serie, e da lì la scena è cambiata e ce la siamo portata a casa velocemente. Però il momento che preferisco del mio personaggio è sicuramente la telefonata con Margherita Buy.

Stiamo assistendo a dei cambiamenti, vedi Portobello, Esterno Notte; il cinema che si trasforma in serie e viceversa. Come lo vivi da attore?

Non ti nego che la mia ambizione in questo momento è raggiungere un ruolo da protagonista per poter dimostrare ancora di più la mia direzione interpretativa, e questo lo vorrei fare in un film. Nel cinema si lavora un po’ più in sintesi rispetto a una serie. La serialità alla fine, se ci pensi, è un lungo film, per come lo vede Bellocchio in particolare, per lui non cambia molto, anzi è un’opportunità per approfondire la sua visione, ciò che vuole raccontare avendo più tempo. Ci sono serialità commerciali e d’autore, credo sia in questa distinzione il senso; le serialità commerciali non mi interessano molto, anzi le vedo poco. E le serialità d’autore sì, tipo quella dei fratelli d’Innocenzo, che è effettivamente un film lungo.

A proposito di serie, ti vedremo il 9 marzo nel primo episodio di Guerrieri – La regola dell’equilibrio, ti va di parlarmene?

Innanzitutto mi sono trovato benissimo con Gianluca Maria Tavarelli, che è un regista incredibile, anche lui ascolta tantissimo, pensa che il provino durò due minuti, tant’è che dopo averlo fatto pensai fosse andata in modo catastrofico. Poi mi chiamò il mio agente dopo due mesi dicendomi che gli era bastato quello, mi aveva preso. E l’unica chiamata che mi fece Gianluca fu un mese prima dell’inizio delle riprese per dirmi di andare in una palestra di pugilato perché voleva la perfezione sul ring, io anticipandolo avevo già preso contatto con una palestra di Genova, dove vivo.

Gianluca è una persona diretta, che si affida. Anche con Alessandro Gassman c’è stato grande ascolto. Ho tutte scene con lui e mi sono divertito. Guerrieri non è una serie standard Rai, ha ritmo. Mi ha sorpreso il dinamismo che Gianluca è riuscito a dargli, anche con la scelta delle musiche.

Hai un ruolo completamente diverso dal solito, come l’hai preparato?

In realtà me ne sono accorto lavorandoci: Enzo Tortora e questo personaggio si accomunano molto più di quanto sembri. Il tema che li lega è la dignità. Tortora lotta per riaffermare la propria innocenza agli occhi di un paese che lo ha già condannato; il mio personaggio in Guerrieri è un pregiudicato che cerca di liberarsi di un giudizio che la gente non smette di appoggiargli addosso. Ha fatto una rapina, sì — ma gli errori li fanno tutti, e lui vuole dimostrare che si può andare oltre. Riprende la palestra, rimette la testa a posto, vuole riscattarsi. Ho lavorato molto su questa umanità, su questa volontà.

Essendo un pugile e proprietario di palestra, mi sono divertito a costruire il personaggio partendo prima dal corpo e poi dalla parola. Sul dialetto barese ho fatto un lavoro enorme: sono di origini pugliesi, ma volevo una cadenza forte e misurata, quella di un uomo del popolo credibile, non una macchietta. Ho studiato ogni battuta a fondo. E poi sapendo che Portobello e Guerrieri sarebbero uscite praticamente in contemporanea, sentivo che era un’opportunità straordinaria per mostrare una trasformazione reale — che poi è quello che facciamo, noi attori.

Davide Mancini con Alessandro Gassman in Guerrieri – La regola dell’equilibrio
C’è un regista che hai nel cuore con cui ancora non hai avuto l’occasione di lavorare?

Vorrei continuare con i grandi, visto che ho iniziato così, ho avuto questa grande fortuna, vuol dire che nel percorso della mia vita è scritto che sia questa la direzione. Combatto da quando sono nato per ogni obiettivo, nessuno mi ha mai regalato nulla. Può sembrare una frase retorica, scontata, ma in realtà non è così, perché molto umilmente sono figlio di fruttivendoli che mi hanno insegnato cosa voglia dire la fatica e cosa siano la determinazione e la costanza. Io sono questo, ci credo molto. Se devo dire un nome dico Tornatore, visto che sta preparando il prossimo film.

E invece per quanto riguarda i tuoi prossimi progetti?

Posso finalmente annunciare un grande spettacolo teatrale di cui sto scrivendo il testo e che mi vedrà sul palco come attore: sarà liberamente ispirato alla vita di Lucio Dalla, realizzato insieme a Marco Alemanno, che è il custode della sua memoria avendo vissuto e lavorato con lui negli ultimi anni. È un viaggio molto emotivo, dentro una vita straordinaria. Per me significa tornare al teatro con qualcosa di profondamente personale — e questa cosa mi dà un’energia enorme.

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Silvia Pezzopane
Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.