Fabrizio De André - FRAMED Magazine - via web

C’è una rabbia alcolica in queste parole, spesso confuse, a tratti lucide come un fulmine che squarcia la menzogna: De André parla libero e senza freni inibitori, punge e si punge, ferisce e si ferisce. Blatera, come fa un alcolizzato in pieno stato d’ebrezza, senza più alcun limite morale che lo leghi, tra gli effluvi i controllati della verità.

Una totale, assoluta anarchia che colpisce ogni cosa, senza limitarsi a colpire anche se stesso.

L’impietosa pietà del perbenismo e dei luoghi comuni trema sulle note e le sillabe rafforzate della voce, crollando definitivamente.

La curiosità che lo porta ad affacciarsi fuori dalla trincea, subendo i colpi dell’artiglieria morale. Come nessuno ha avuto il coraggio di fare.

La forza di liberare la propria voce oltre ogni stanchezza, oltre l’aindifferenza di chi lo sta ascoltando. E lo sta giudicando come il sfogo incontrollato di un povero ubriaco.

“E mai che mi sia venuto in mente /Di essere più ubriaco di voi /Di essere molto più ubriaco di voi”

Si può sentire dal tremore delle corde della sua chitarra, forse ancor più che dalla sua voce, la rabbia e l’ebrezza che danno origine a questa foga creativa. Quasi s’intuisce nella musica l’atto creativo che fa nascere questa canzone. Si percepisce sensibilmente, si respira quella nuvola rossa nella quale evapora il volto di De André, mentre si nasconde in una delle molte feritoie della notte.

Come nasce Amico fragile di De André

Amico fragile è nata così – racconta De André a Doriano Fasoli – quando ero ancora con la mia prima moglie, fui invitato una sera a Portobello di Gallura, dove m’ero fatto una casa nel ’69, in uno di questi ghetti della costa nord sarda. D’estate arrivavano tutti, romani, milanesi… In questo parco residenziale, e m’invitavano la sera che per me finiva sempre col chiudersi puntualmente con la chitarra in mano”.

Una sera, continua De André, ho tentato di dire: Perché piuttosto non parliamo un po’ di quello che sta succedendo in Italia. Nemmeno per sogno, io dovevo suonare. Allora mi sono proprio rotto i coglioni, mi sono ubriacato sconciamente, ho insultato tutti, me ne sono tornato a casa e ho scritto Amico fragile.

L’ho scritta da sbronzo, in un’unica notte. Ricordo che erano circa le otto del mattino, mia moglie mi cercava, non mi trovava né a letto né da nessun’altra parte: c’era infatti una specie di buco a casa nostra, che era poi una dispensa priva anche di mobili, dove m’ero rifugiato e mi hanno trovato lì che stavo finendo proprio questa canzone. 

Forse no, non è davvero un caso che in molte esibizioni live cambiasse il finale. Come se offrendo al pubblico il suo amico fragile e rivivesse quella notte e gli sguardi di quelle persone. Lo difendeva con una semplice parola dalla forza straordinaria, soprattutto per lui: “per raggiungere un posto che si chiamasse…(cantava fermandosi impercettibilmente e trasformando “Arrivederci” in) Anarchia”.

Amico fragile, Fabrizio De André

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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