Paul Rudd e Jenna Ortega in Death of a Unicorn. Courtesy of A24/I Wonder Pictures
Paul Rudd e Jenna Ortega in Death of a Unicorn. Courtesy of A24/I Wonder Pictures

Cosa succede se il genere fantasy abbraccia l’horror splatter? Succede che al cinema esce Death of a Unicorn, dal 10 aprile in sala con I Wonder Pictures.

La trama di Death of a Unicorn

Ridley (Jenna Ortega) e suo padre (Paul Rudd) arrivano in Canada per concludere un grosso affare con una ricchissima e boriosa famiglia, i Leopold, ma tutto sembra prendere una piega inaspettata nel momento in cui investono accidentalmente un animale che sembrerebbe proprio essere quello che la mitologia identifica come Unicorno. Inizia così una serie di eventi concatenati che costringe tutti a rivedere i propri piani e le proprie priorità.

Un fantasy- horror

Scritto e diretto da Alex Scharfman, Death of a Unicorn vede anche come produttore esecutivo Ari Aster (il nuovo nome che conta nell’horror) il quale, dopo aver sconvolto il panorama dell’A24 con i suoi Midsommar e Beau is Afraid ha deciso di chiedersi, appunto, cosa accadrebbe se si unisse il genere fantasy con i film dell’orrore?

Una visione audace, senza dubbio, ma che probabilmente necessita più di una semplice buona intuizione per poter sostenere il peso di questo connubio. Nonostante, infatti, il soggetto in sé abbia del potenziale, Death of a Unicorn sembra attingere unicamente da modelli già visti e obsoleti (la famiglia di ricchi senza cuore, la fanciulla pura orfana di madre, l’elemento magico sia distruttivo sia capace di donare vita, ecc) senza essere capace di inventare qualcosa di nuovo a sostegno di questa rivoluzione di generi.

Tea Leoni, Will Poulter, Paul Rudd, Jenna Ortega, Anthony Carrigan Credit: Murray Close
Tea Leoni, Will Poulter, Paul Rudd, Jenna Ortega, Anthony Carrigan Credit: Murray Close

Chiunque sia nato negli anni Novanta, infatti, ricorderà bene il predominio culturale del fandom di Harry Potter e di come, nel primo libro e nel primo film, un ruolo importante ce l’abbia proprio l’atto di uccidere gli unicorni, un gesto ritenuto vile e immorale ma capace di donare nuova linfa vitale e rendere virtualmente immortale chiunque osi compierlo e bere il sangue di questi animali fantastici.

Gran parte del film di Scharfman segue questa sottotrama potteriana. Insomma, niente che non avessimo già visto ma che viene, adesso, contornato da una veste un po’ più splatter a causa di alcune morti violente e impietose. Un po’ poco per parlare di vero e proprio horror, così come pochi sono gli elementi che riescono a farlo apparire come fantasy a fronte di scelte stilistiche prevedibili.

Il rapporto padre-figlia

Se, quindi, Death of a Unicorn è un fantasy già visto e un horror senza abbastanza elementi per definirsi tale, cos’è davvero? Probabilmente una commedia, visti gli impulsi comici inseriti qua e là, ma che di nuovo mancano di una struttura abbastanza solida per superare il confine dell’umorismo demenziale e strappare più di un sorrisetto.

Si potrebbe, allora, pensare che sia una sorta di coming of age che esplora il rapporto padre-figlia, in cui però lei è la più canonica delle Mary Sue (leggasi come ragazzina dall’aspetto weirdo, inizialmente bistrattata, che è la chiave per una serie di processi magici e che ha subito diversi lutti, e questo la rende “not like the other girls”). Lui invece è un avvocato non più in grado di comunicare con la sua unica figlia, incapace di distogliere l’attenzione dal lavoro e dalla materialità della vita, neppure quando un cavallo con un corno magico sta sterminando i proprietari della magione in cui si trovano.

Anche qui, di nuovo, niente che non avessimo già visto e che non aggiunge altro alla complessità non solo dei personaggi, che sono tutti poco più che ruoli anziché persone, ma anche di temi. Fra tutti quelli del lutto, del prendersi cura di chi resta e, quindi, della visione di famiglia: temi che avrebbero tanto altro da dire e tanti altri modi in cui raccontarsi e che, invece, restano incastrati in una bidimensionalità che indebolisce il film.

In breve

Death of a Unicorn prova a innovare nelle intenzioni senza metterci la stessa avanguardia in tutto il resto, dagli effetti audio-visivi alla scrittura. Un unicorno anche il film stesso, quindi, che anziché essere un cavallo con un corno affilato, diventa un fantasy dalle punte splatter e poi una commedia che strizza l’occhio all’horror e, dunque, finisce per essere un film con troppo sangue per i bambini e troppo infantile per un pubblico adulto. Arriva solo la certezza, infine, che forse gli unicorni è meglio lasciarli stare lì dove si nascondono.

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Giulia Nino
Classe 1996, cresce basando la sua cultura su tre saldi pilastri: il pop, i Simpson e tutto ciò è accaduto a cavallo tra gli anni ’90 e 2000. Nel frattempo si innamora del cinema, passando dal discuterne sui forum negli anni dell’adolescenza al creare un blog per occupare quanto più spazio possibile con le proprie opinioni. Laureata in Giurisprudenza (non si sa come o perché), risiede a Roma, si interessa di letteratura e moda, produce un podcast in cui parla di amore e, nel frattempo, sogna di vivere in un film di Wes Anderson.