Written by 11:02 Dance&Theatre, Reviews

Elena Bucci al Polis Teatro Festival di Ravenna

Metà maggio o poco più, una domenica di sole e tempo libero decido di andare a trovare Agata e Davide, insieme ErosAntEros, duo ravennate che negli ultimi anni ha realizzato numerosi spettacoli, tutti (o quasi) con una forte connotazione politica, etica, filosofica e civile.

E forse proprio da questa voglia di analizzare il contesto sociale in cui viviamo oggi, con uno sguardo ai maestri del passato ma fortemente saldi nella contemporaneità, nasce Polis, festival di teatro a Ravenna.

locandina di Polis Teatro Festival
disegno di Gianluca Costantini

Nove spettacoli diversi, sedici appuntamenti fra incontri, dibattiti e progetti partecipativi cui l’assunto fondamentale resta esserci, dopo i lunghi mesi di assenza. Scegliendo anche di portare in scena spettacoli dai temi importanti come lo scontro fra generazioni, l’emergenza climatica, il femminicidio, il ruolo dell’arte nella società, e, nel caso dello spettacolo a cui ho avuto il piacere di assistere, il diritto al lavoro.

Di terra e d’oro – ovvero la materia dei sogni

è una lettura in musica dell’attrice, autrice e regista Elena Bucci, accompagnata alle tastiere e al violino da Dimitri Sillato.

“Dedicata al pensiero del lavoro e a persone e personaggi della mia terra e della mia memoria”, recita il sottotitolo dello spettacolo.

Ed è proprio così, in queste due righe scarse è racchiuso il senso profondo di poco più di un’ora di racconti e visioni vivide e immaginifiche che sgorgano dalla voce dell’attrice facendosi carne nei suoi movimenti e trasportando gli spettatori in altre dimensioni.

È il potere e la magia dei grandi narratori, che rende un monologo così godibile, e la Bucci tiene incollato a doppio filo il pubblico muovendosi fra padronanza scenica e vocale, creando un connubio così intenso con il musicista che, a tratti, sembra quasi di sentire un’unica, lunga canzone in prosa.

Elena Bucci
foto di Dario Bonazza

Lavoro, fra glorioso passato e triste presente

Il tema del lavoro dunque, viene declinato in diverse e antitetiche accezioni, viene indagato strato dopo strato fino a rivelare i numerosi significati che si celano in esso. Prigionia o libertà, crescita o umiliazione, vita o morte.

La Bucci inizia con il parlare del suo, di lavoro, il magnifico (e precario) mestiere del teatro. Precario ma amato, frutto di anni di esperienza e sempre in perenne ricerca. Ma è quando si apre il “cassetto” dei ricordi che viene fuori la parte più ricca (e complessa) della drammaturgia.

L’attrice dipinge con una cura sopraffina un passato personale fatto di lavoro in campagna, fatica, sudore, appartenenza geografica, volti e nomi di persone ormai lontane che hanno contribuito alla crescita della sua terra. Artigiani, fabbri, maestri, garzoni, gente che lavorava con dedizione, amore, passione.

È quindi inevitabile riflettere sul declino della “vocazione” al mestiere, a seguito dell’ascesa di una società in cui tutti sono necessari e nessuno è indispensabile, e il lavoro è spesso solo sfruttamento di talenti alla mercé del profitto.

Il viaggio Di terra e d’oro si chiude dunque con una nota amara in bocca perché ci riconosciamo in questo presente sospeso (ancor di più dopo la pandemia), guardando sognanti ad un passato di cui arrivano fino a noi odori, sapori, luci e colori di un tempo che fu, in cui riconoscersi e (perché no) da cui cercare di ripartire.

Continua a seguire il teatro con FRAMED. Siamo anche su Facebook Instagram.

(Visited 59 times, 1 visits today)
Tag:, , , Last modified: 1 Giugno 2021
Close