Dicannove, Fandango.
Dicannove, Fandango.

In concorso all’81esima edizione del Festival di Venezia, sotto la sezione Orizzonti e il Queer Lion, l’ex allievo della Scuola Holden ci regala un esordio fresco e portentoso. Un ritratto schietto ed impertinente di una gioventù ‘fuori luogo’, radicata nell’oggi, che rifiuta l’ansia del futuro e delle proprie ambizioni. Figura come produttore Luca Guadagnino

«L’uomo ha bisogno di freni» si dice con sicumera il giovane letterato Leonardo. Paradosso vuole che, nel timing iniziale del lungometraggio, il diciannovenne palermitano sembra proprio non conoscere alcun margine; trasferitosi a Londra nell’idea di studiare finanza, ben presto dirotterà i suoi interessi sulla sua unica vera passione (sebbene, nel suo caso, è forse più lecito parlare di ‘ossessione’): la letteratura, per l’appunto.

Dopo essersi iscritto all’Università di Siena, sperimenterà la quotidianità da studente fuorisede; indolente verso il mondo accademico, le bolle sociali dei suoi coetanei e le sue coinquiline, condurrà le giornate improvvisando discutibili piatti vegetariani con dei fornelli portatili (dalla fattura altrettanto discutibile), recludendosi nella sua stanza, e fagocitando svariate letture dei grandi classici dello Stilnovo. Fuori dalla finestra ciò che si avvicenda nel mondo non sembra tangerlo, ne è quasi impermeabile, o almeno ostentata ad esserlo.

A recidere la sua tormentata routine ci sarà una breve visita della sorella Vittoria, bramosa di conoscere finalmente le nuove amicizie del fratello; legami mai stretti, che Leonardo non farà altro che occultare elusivo per gran parte della sua permanenza. Il nostro andrà poi a trovare il cugino a Milano, lui sì affermatosi nel ramo finanziario, seppur precario e scontento degli studi intrapresi.

Raccontare gli ‘ultimi Millenials’

È un trascorso sospeso, quasi funambolico, quello di Leonardo (ben reso dalla spericolata passeggiata lungo il marciapiede in una delle sequenze conclusive del film). Fanatismi intellettuali e pulsioni erotiche si mescolano a inibizioni e incertezze.

È l’affresco di un giovane, e più in generale di una gioventù, in bilico, afona, nascosta, a suo modo geniale complice e malgrado le sue contraddizioni, talmente inquietata dall’esterno dal non concedersi nemmeno il gusto dello scandalo (per parafrasare il Pasolini tanto bistrattato da Leonardo); scandalo da cui però dimostra di esserne inevitabilmente sedotta.

Al suo debutto alla regia Tortorici, cresciuto sotto l’ala accorta di Luca Guadagnino, per cui aveva curato la seconda unità nella serie We Are Who We Are (2020), e prima ancora il backstage video di Bones and All (2022), inscena una suggestiva raffigurazione dell’ultimo scaglione anagrafico dei millenials o, meglio ancora, della Generazione Y. L’intreccio si sbriglia infatti nel 2015, anno in cui il cineasta classe 1996, anno di demarcazione con la Gen Z, aveva l’età del protagonista.

Raccontare (con disinvoltura) Pasolini

Con un tono pioneristico ed eversivo, di un’insubordinazione stilistica pari solo alla tempra del giovane Leonardo, il film attinge con libertà e disinvoltura da diversi registri, senza mai scadere in boriosi virtuosismi. Prevale al contrario un linguaggio allegro, di sincero divertissement. Si ammicca alle Nouvelle Vague europee con leggerezza e vivacità, omaggiando con ironia anche gli stilemi pasoliniani aborriti dal protagonista.

Nell’epoca della grande mitizzazione del ‘poeta corsaro’, incensato e a più misure scomodato (talvolta impropriamente) da diverse frange dell’opinione pubblica, non esiste niente di più sfizioso del vedere un estroso bastian contrario accanirvisi (dà da riflettere che, fatta eccezione per i nomi illustri della tradizione letteraria classica e rinascimentale, Leonardo non conosca alcun autore o personalità contemporanea, se non lo stesso Pasolini).

«Parla di moralismo come se fosse uno stigma, una cosa brutta!» recrimina il nostro. In effetti ‘moralista’ è forse l’appellativo più pertinente per Leonardo, all’apparenza refrattario e di un’arroganza inavvicinabile, ma non per questo indifferente all’immaginario che lo circonda: straordinaria in questo senso è la fascinazione nutrita dal protagonista verso i corpi e le ritualità delle ‘nuove leve’, gli amanti della trap music, di cui diverrà inaspettatamente un cultore.

Dicannove, Fandango.

Raccontare i diciannove anni

Ne esce un romanzo di formazione convulso e impietoso, in cui i diciannove anni vengono tratteggiati come un transito ‘liminale’, una dimensione limbica a cui si è nostalgicamente legati nonostante le sue complessità; lo stesso Leonardo, dopo la sua inquieta esperienza da fuorisede a Siena, divenuto ventenne continuerà equivocamente a presentarsi agli altri con un anno in meno.

Brillante nella sua resa anche per merito delle sue imperfezioni, connaturate al senso di ogni ottimo esordio che si rispetti.

Diciannove è una produzione Frenesy Film Company, in coproduzione con Pinball London, in associazione con Memo Films, AG Studios, Tenderstories, esce nei cinema italiani il 27 febbraio 2025 distribuito da Fandango. Continua a seguirci su FRAMEDFacebookInstagram.

Francesco Milo Cordeschi
Sono un comune romano del mondo che, dal 1990, coltiva avidamente più ossessioni: l'influenza degli spazi sull'identità, l'influenza degli immaginari sull'identità e, soprattutto, l'influenza di Tim Burton e Vittorio De Sica sull'identità. Di recente, sto anche esperendo l'importanza dei The Killers quando si è soli in macchina. Mi interesso e discetto di cinema, arti visive, politica e attualità tout court, con la lente prediletta dei gender studies. Collaboro tutt'oggi con diverse realtà editoriali. Nel 2021 è uscito il mio primo saggio 'Wonder Woman - Un'Amazzone tra noi', edito da Armillaria.