Colman Domingo, Tommy Martinez, Emily Blunt e Josh O'Connor in DISCLOSURE DAY, regia di Steven Spielberg. (C) Universal Pictures
Colman Domingo, Tommy Martinez, Emily Blunt e Josh O'Connor in DISCLOSURE DAY, regia di Steven Spielberg. (C) Universal Pictures

Il 10 giugno esce in sala in Italia Disclosure Day, il nuovo film di Steven Spielberg. Questa intima favola fantascientifica racconta una storia di complotti e rivelazioni, ma è soprattutto il messaggio di un regista che non ha mai smesso di sperare nel lato migliore dell’umanità intera.

The Times They Are A-Changin’

Daniel Kellner (Josh O’Connor), esperto di cybersicurezza dal passato turbolento, ha tradito la sua agenzia di intelligence, la Wardex, una sezione del governo americano responsabile di vigilare e tenere segreti fatti e informazioni importanti riguardanti gli alieni.

Insieme a Daniel ha disertato anche un gruppo di persone, capeggiate da Hugo Wakefield (Colman Domingo), che vogliono rivelare al mondo le informazioni tenute segrete per anni. Daniel, accompagnato dalla sua ragazza Jane Blankenship (Eve Hewson), deve fuggire dalla Wardex e dal suo capo, Noah Scanlon (Colin Firth).

Nel frattempo la conduttrice del meteo di Kansas City, Margaret Fairchild (Emily Blunt), inizia a sviluppare delle strane capacità, e ignara di come sia accaduto, suo malgrado si ritrova coinvolta nella lotta tra la Wardex e i ribelli.

Tutti i sogni del mondo

A quattro anni da The Fabelmans (2022), Spielberg torna al cinema in grande stile.

Dire che quest’uomo ha rivoluzionato la fantascienza è in parte riduttivo, così come accostarlo a un genere in particolare. Il suo genio poliedrico, instancabile nei decenni che ha attraversato, rende il suo nome un degno sinonimo del termine stesso cinema.

E tuttavia Disclosure Day è un film di fantascienza. Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977, Close Encounters of the Third Kind) ed E.T. l’extra-terrestre (1982, E.T. the Extra-Terrestrial) furono dei terremoti per questo genere, e Spielberg non li ha dimenticati.

Se The Fabelmans recuperava il tema dell’infanzia adornandolo di una veste autobiografica, con Disclosure Day il regista riprende il tema della comunicazione, della comprensione umana e non solo. Lo analizza con una forza e una freschezza intrepide, esplorandone tutti gli aspetti possibili, e legandolo a quel senso di meraviglia che non ha mai perduto, e che forse noi invece abbiamo abdicato.

Con questo film Spielberg non è venuto a portare una rivoluzione nell’arte, ma nel popolo che la fruisce.

Apertura di scacchi – Difesa est-indiana

Il film ha un andamento incalzante, serrato e intelligente.

Al nostro sedersi in sala Spielberg risponde con un inizio in medias res, gettandoci nel pieno dell’azione durante un confronto spietato. Da qui, tutti i personaggi fanno la loro mossa avendo come obiettivo centrale le informazioni in gioco. Coloro che mirano a proteggerle optano per degli assalti aggressivi, mentre coloro che vogliono rivelarle fuggono arretrando.

Non ci sono spiegazioni di trama nella prima parte del film, ma solo disposizioni sul campo.

Con il suo talento estetico e visivo, Spielberg ci coinvolge fin da subito nella lotta, portandoci sullo scacchiere stesso e facendoci giocare con le emozioni e l’attesa delle rivelazioni.

Ma anche dopo averle ottenute, il ritmo non cala, il film non ci concede requie. Il re scoperto non significa necessariamente aver vinto o perso; solo che le mosse vanno pensate con più accorgimento. Gli scontri e la tensione si sviluppando in crescendo fino al finale.

Il giorno che la Terra capì

La regia incornicia ogni scena in maniera soave, mai troppo pervasiva né troppo operaia. Spielberg non deve confermarci nulla della sua tecnica; ci invita solo a goderne.

La musica del maestro John Williams accarezza con dolcezza le scene d’azione e quelle più liriche ed emotive; la sinergia lavorativa di questi due uomini brilla ancora una volta, regalandoci un’esperienza percettiva meravigliosa.

La tensione del film poggia sull’essere costantemente osservati e violati nel proprio intimo. La Wardex è una presenza infettiva che contamina lo spazio, inseguendo implacabilmente Daniel e Jane. L’essere spiati e la morte della propria sfera privata non sono oggetto di riflessione; sono la realtà stessa del film.

È un mondo al limite della catastrofe, dove mentre si consuma questa lotta intima per svelare il nero cuore americano, la terza guerra mondiale sullo sfondo procede a passi veloci e costanti. Il nostro mondo è come lo Spielberg lo dipinge nel suo film: apparentemente condannato.

Quelle informazioni per cui si combatte sono importanti a un livello metatestuale. Sono i nostri peccati come umanità, e ad essi è affidato il nostro destino collettivo di dannazione o redenzione. La Wardex utilizza le informazioni estorte per scopi malvagi, mentre Margaret, che ha accesso a un potere simile, usa queste conoscenze in modo positivo, dimostrandoci come il potere della conoscenza va abbinato a una giusta scelta.

Spielberg non affida il nostro futuro e la scelta di realizzarlo, ai protagonisti, Daniel e Margaret, ma a noi che abbiamo il compito di ascoltare la verità e lavorare per realizzarla.

Gli uomini, bisogna vederli dall’alto

Meritiamo di sapere? Spielberg racconta la lotta per la verità con un’accezione ottimistica. È un caso raro nel genere fantascientifico, specie negli ultimi anni.

Una persona è intelligente. Le persone sono stupide, animali pericolosi in preda al panico e tu lo sai” diceva l’agente K (Tommy Lee Jones) all’agente J (Will Smith) in Men in Black (1997).

La fantascienza, come l’horror, spesso è servita come genere a indagare l’animo umano e la natura sociale e psicologica dell’uomo, oltre che a raccontare mondi e storie intriganti. Troppe volte il verdetto finale sull’umanità era pessimista.

Il finale di Watchmen, sia nel fumetto del 1986-87 che nel film del 2009, radunava i sopravvissuti sui cadaveri dei sacrificati in nome di un cinico e diabolico piano di pace mondiale. I loro occhi, tremando, guardavano il terrestre divenuto Dio o gli Extra-Terrestri. La minaccia veniva dal cielo, ma era stata orchestrata da una mano umana sulla Terra.

Per Spielberg la minaccia più grande è dentro di noi. Cogliendo con lucidità l’odierna arida e moribonda empatia tra i popoli, il regista pone l’accento sul bisogno di comprensione interiore ed esteriore delle e tra le persone.

Spielberg lancia favolisticamente un messaggio radicale: non è tramite la minaccia che possiamo veramente definirci, ma tramite l’empatia.

Il sogno dell’America

Oggi cosa sarebbe per noi un alieno? Un amico o nemico, un’entità vivente o un dato scientifico?

Alieno non viene dal termine del greco antico, ξένος (Xenos), lo straniero venuto da lontano con cui si ha un legame di ospitalità, ma da ἀλλότριος (Allotrios), l’estraneo totale e assoluto, con cui non esiste dialogo possibile. Questo basta già a definire tramite il lessico come noi pensiamo gli alieni.

Spielberg lavorando per archetipi, usa queste radici universali dell’immaginario umano per raccontare una favola sulla perdita del nostro senso di meraviglia. Oltre ciò, si può cogliere in essa una profonda anima socio-storica.

Viviamo oggi negli anni più bui della storia statunitense, mentre la nazione è affidata al buono, al brutto e al cattivo tempo di Donald Trump, un uomo che volle farsi re in una delle più antiche democrazie del mondo moderno. Spielberg non deve neanche trasfigurare il mondo attuale per ambientare questa favola in una realtà prossima all’apocalisse.

La paura costante di essere spiati e sorvegliati dei nostri protagonisti, gli assalti in massa delle forze governative alle abitazioni, seguiti da interrogatori e torture, sono l’attualità della nostra America.

E una volta rivelate le informazioni, saremo ancora più desolati per la nostra condotta storica come specie. Spielberg coi suoi alieni, ci mostrerà dov’è arrivato il nostro grado di anempatia e incomprensione umana.

Disclosure Day, in breve

Fermatevi e ascoltate il messaggio profondo del film, e non fermatevi all’apparenza della storia. Spielberg con Disclosure Day perdona ma non assolve, chiedendoci di aprire gli occhi sul mondo circostante, anche più in là di dove finora abbiamo potuto vedere. Andate in sala.

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RASSEGNA PANORAMICA
Voto
8.5
Francesco Gianfelici
Classe 1999, e perennemente alla ricerca di storie. Mi muovo dalla musica al cinema, dal fumetto alla pittura, dalla letteratura al teatro. Nessun pregiudizio, nessun genere; le cose o piacciono o non piacciono, ma l’importante è farle. Da che sognavo di fare il regista sono finito invischiato in Lettere Moderne. Appartengo alla stirpe di quelli che scrivono sui taccuini, di quelli che si riempiono di idee in ogni momento e non vedono l’ora di scriverle, di quelli che sono ricettivi ad ogni nome che non conoscono e studiano, cercano, e non smettono di sognare.
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