Il cast della serie originale di

Il 16 ottobre ritorna in tv (da noi su Netflix) Star Trek: Discovery, ovvero una delle più recenti incarnazioni di Star Trek, l’ultracinquantennale epopea fantascientifica creata da Gene Roddenberry e incentrata sui viaggi (e altre peripezie intergalattiche) dell’utopica Federazione dei Pianeti Uniti. Quale occasione migliore, per calarsi nel 23esimo secolo (e oltre), che (ri)vedere alcuni degli episodi più memorabili della serie che ha dato origine al mito?

Qui di seguito vi proponiamo una nostra antologia di puntate (tutte disponibili su Netflix) dalla serie originale o “classica”, quella del 1966-69 con protagonisti il capitano Kirk (William Shatner), Spock (Leonard Nimoy), il Dr. McCoy (DeForest Kelley) e il resto dell’equipaggio dell’astronave Enterprise «durante la sua missione quinquennale», come recita l’indimenticabile intro. Un’occasione per calarsi nelle atmosfere estremamente vintage di una serie che ha fatto la storia del piccolo schermo, ma che ancora oggi è in grado di intrattenere offrendo al contempo spunti di riflessione non banali sull’attualità.

1×17. Il cavaliere di Gothos (The Squire of Gothos)

William Shatner e William Campbell nell’episodio “Il cavaliere di Gothos”. Credits: Star Trek.com

Uno dei più divertenti e intelligenti episodi della prima stagione di Star Trek, scritto da Paul Schneider e diretto da Don McDougall. Mattatore assoluto della puntata è il bravissimo William Campbell nei panni dell’antagonista, il generale Trelaine o “cavaliere di Gothos”. Così si presenta, nelle sembianze di un lord ottocentesco, questo misterioso e potentissimo alieno che attira i protagonisti su un pianeta sconosciuto per sottoporli a un gioco sempre più pericoloso, in bilico tra scherzo infantile e sadico esperimento sugli ospiti-prigionieri.

Trelaine ha le abilità di un semidio unite però a tutte le peggiori caratteristiche degli esseri umani: arrogante, sessista, egocentrico. Uno spunto che verrà ripreso e sviluppato anche dalla successiva serie The Next Generation per il personaggio di Q, e una bella allegoria di quanti danni possa fare, per dirla con una frase di Spock nella puntata, «il potere senza propositi costruttivi».

2×04. Specchio, specchio (Mirror, Mirror)

Leonard Nimoy e William Shatner nell’episodio “Specchio, specchio”. Credits: Star Trek.com

Tra i capisaldi non solo della serie classica ma di tutto Star Trek, questo episodio (scritto da Jerome Bixby e diretto da Marc Daniels) ribalta in modo spiazzante le premesse della serie (un’utopia positiva dove la Terra finalmente prospera e giusta si dedica a esplorare pacificamente l’universo), catapultando noi e alcuni malcapitati personaggi in un inquietante universo parallelo, dove la democratica e illuminista Federazione è un sanguinario impero dedito alla conquista di altri pianeti e al cui interno le congiure per accaparrarsi il comando sono all’ordine del giorno.

Un’idea che ci ricorda quanto l’utopia sia sempre legata a doppio filo col suo opposto, la distopia, e che forse proprio per questo è più vicina a tempi meno ottimisti come il nostro. Ma il cupo “Universo dello Specchio” è risultato talmente incisivo (e, forse, perversamente affascinante) da essere ripreso e sviluppato in molte delle successive serie di Star Trek, fino proprio a Discovery. Imperdibile anche solo per questo.

2×10. Viaggio a Babel (Journey to Babel)

William Shatner, Jane Wyatt, Leonard Nimoy, Mark Lenard e DeForest Kelley nell’episodio “Viaggio a Babel”. Credits: Memory Beta.

Scritto dalla talentuosa sceneggiatrice D.C. Fontana e diretto Joseph Pevney, questo episodio è in grado, a oltre cinquant’anni dalla sua prima trasmissione, di tenere ancora inchiodati alla poltrona grazie a un perfetto mix di thriller spionistico (con una cospirazione interplanetaria e relativo killer a bordo dell’astronave) e dramma familiare. Su quest’ultimo si gioca il cuore della puntata, dove facciamo la conoscenza dei genitori di Spock, il vulcaniano Sarek (Mark Lenard) e la terrestre Amanda (Jane Wyatt).

Se il personaggio di Spock è diventato una delle figure più celebri e amate della fantascienza mondiale lo si deve anche a questo episodio, dove ne viene esplorato a fondo il conflitto interiore di persona divisa tra due culture estremamente diverse, con picchi di pathos raramente eguagliati dalla serie classica.

3×07. La forza dell’odio (Day of the Dove)

William Shatner e Michael Ansara nell’episodio “La forza dell’odio”. Credits: Memory Alpha.

Una delle più riuscite allegorie (anti)belliche proposte dalla serie classica di Star Trek (prodotta e trasmessa, non per nulla, quando ancora infuriava il conflitto in Vietnam). A differenza di altre puntate più controverse come Guerra privata, qui l’etica pacifista che diventerà un tratto distintivo dell’intera saga sembra già matura. La guerra è mostrata per quello che tragicamente è, una follia collettiva di cui fanno le spese tutte le parti a vantaggio dei pochi, pochissimi davvero al potere.

Così in questo episodio, dove un’entità aliena emblematicamente impalpabile influenza le menti e le emozioni degli equipaggi di Federazione e Impero Klingon per spingerli a combattere eternamente tra loro, in un incubo senza fine a meno che non ci si renda conto di essere manipolati “dall’alto”. Un altro episodio senza il quale probabilmente Star Trek non sarebbe ciò che è, mostrandoci anche (per la prima volta) gli storici antagonisti di Kirk & Co., i violenti Klingon, come figure sfaccettate.

3×15. Sia questa l’ultima battaglia (Let That Be Your Last Battlefield)

Frank Gorshin e Lou Antonio nell’episodio “Sia questa l’ultima battaglia”. Credits: Memory Alpha.

Un’altra perla della sottovalutata terza stagione di Star Trek, gravata da un budget inferiore alle precedenti ma, nei suoi moment migliori, in grado di ricavare grandi pezzi di tv dalle risorse limitate. Così in questo episodio (scritto da Lee Cronin e Oliver Crawford e diretto da Jud Taylor), interamente giocato sulla tensione all’interno dell’astronave e, soprattutto, incentrato sul tema attualissimo dell’odio e della discriminazione razziale.

Cosa differenzia il commissario Bele (Frank Gorshin) e il fuggitivo Lokai (Lou Antonio), entrambi del pianeta Cheron e caratterizzati da un corpo per metà nero e per metà bianco? Nulla, agli occhi dei perplessi esploratori dell’Enterprise. Tutto, per i due personaggi, dal momento che uno è nero dalla parte destra e l’altro viceversa. Oggi può risultare naïf (come tutta la serie classica, d’altronde), ma drammaturgicamente ancora potente. Non per nulla, tra i fan di Star Trek della primissima ora c’era anche un certo Martin Luther King.

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Gettato nel mondo (più precisamente a Roma, da cui non sono tuttora fuggito) nel 1992. Segnato in (fin troppo) tenera età dalla lettura di “Watchmen”, dall’ascolto di Gaber e dal cinema di gente come Lynch, De Palma e Petri, mi sono laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (2014) e in Editoria e Scrittura (2018), con sommo sprezzo di ogni solida prospettiva occupazionale. Principali interessi: film (serie-tv comprese), letteratura (anche da modesto e molesto autore), distopie, allegorie, attivismo politico-culturale. Peggior vizio: leggere i prodotti artistici (quali che siano) alla luce del contesto sociale passato e presente, nella convinzione, per dirla con l’ultimo Pasolini, che «non c’è niente che non sia politica». Maggiore ossessione: l’opera di Pasolini, appunto.

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