Django & Django
Django & Django, Luca Rea e Steve Della Casa

Django & Django è il film di Luca Rea e Steve Della Casa presentato Fuori Concorso in occasione della 78esima edizione della Biennale Cinema di Venezia. Un documentario che ricostruisce un periodo di grande cinema visto con gli occhi di un regista d’oltreoceano come Quentin Tarantino, ricco di materiali di repertorio che celebrano la cinematografia di Sergio Corbucci. Scoprendo un fondamentale contenuto politico nei suoi film ma anche cogliendone la voglia di divertirsi nel fare cinema, la stessa dell’autore di Once Upon a Time in… Hollywood.

In attesa di vederlo in sala abbiamo rivolto qualche domanda su Django & Django a Steve Della Casa, critico cinematografico tra i fondatori del Torino Film Festival (di cui ha ricoperto la carica di direttore dal 1999 al 2002) e conduttore del programma quotidiano radiofonico Hollywood Party su Radio Tre.

INTERVISTA

Che tipo di lavoro avete svolto tu e Luca Rea sui materiali d’archivio? Figurate entrambi come autori del film ma lui è il regista, spiegaci questa cosa.

Luca Rea è il regista del film, è stato tantissimo in moviola a montare Django & Django assieme a Stuart [Stuart Mabey, NdR] che è il montatore ufficiale. Il film l’abbiamo pensato insieme, il contatto con Tarantino l’abbiamo preso insieme e anche per quanto riguarda i materiali non è che abbiamo cercato le stesse cose però entrambi abbiamo portato cose importanti…

Parlaci dei materiali d’archivio: i più interessanti e i veri e propri tesori che avete scovato.

Credo che i materiali d’archivio più interessanti fossero quelli che riguardano i Super8 che Corbucci faceva realizzare sui suoi set: sono tra le cose che abbiamo trovato purtroppo, e dico purtroppo, a casa Corbucci quando è morta Nori [Nori Corbucci, moglie di Sergio Corbucci ma anche costumista per i suoi film, NdR].

Perché all’inizio del film era ancora tra noi e poi è mancata di Covid a febbraio di quest’anno [è morta il 3 Febbraio 2021, NdR]. Nicoletta Ercole, l’ideatrice e produttrice del film, grande amica di Nori, ha recuperato queste scatole di cui conoscevamo l’esistenza. Le abbiamo restaurate ed entrambi abbiamo lavorato sugli spezzoni dei film, non solo per individuare i pezzi ma anche per averli, perché poi comprare i diritti dei film è una roba sempre incasinata.

Poi abbiamo lavorato sull’Archivio Luce: tutte le scene del fascismo che ci sono all’inizio, e sull’archivio Rai per alcune cose molto belle che sono Per voi giovani di Renzo Arbore con gli Ohio Express all’inizio, una canzone molto anni ’60, e poi l’Equipe 84 sul set western.

Ci sono scene mai viste, mai ascoltate, che fanno parte di quell’enorme patrimonio che sono le teche RAI, sfruttate in minima parte. Tieni presente, tra l’altro, che Luca [Rea, NdR] fa parte di quelli che realizzano Techetechetè, e anche io ho lavorato sempre molto con le teche, quindi sia io che lui avevamo già, come dire, individuato dei gioielli e li abbiamo messi insieme. Siamo andati molto d’accordo su questo punto di vista perché siamo tutti e due, magari con approcci diversi (anche per via dell’età), dei topi di biblioteca; dei topi diversi ecco, lui più metodico, io più sfarfalleggiante [ride].

Però abbiamo passato molto tempo su quello, e lui poi era “l’uomo d’ordine” che metteva, come dire, tutto insieme, che coordinava tutto. E quindi il lavoro è andato in questo modo. Io di documentari di archivi ne ho fatti tanti, e mi piace molto farlo, mi piace scoprire le cose… E per questo film volevo che l’archivio fosse una sorta di controcampo italiano di C’era una volta ad Hollywood. Quentin Tarantino ci regala, all’inizio del film, una sorta di spin-off di cosa fa Leonardo DiCaprio in Italia, e noi, a quel punto lì, lo descriviamo proprio come se fosse un controcampo, di com’era l’Italia “dello spettacolo”, dei tanti western che si girano contemporaneamente, in una Roma piena di vita nella quale Corbucci sguazzava proprio come un pesce nell’acqua.

Questo è quello che abbiamo fatto per quanto riguarda il lavoro d’archivio, sia dal punto di vista pratico, sia dal punto di vista dello spirito col quale lo abbiamo affrontato.

Come nasce il dialogo con Tarantino?

Allora, noi Quentin per vie diverse lo abbiamo conosciuto entrambi. Io sono stato l’autore dei David di Donatello per un anno, in cui è venuto Quentin, la famosa foto di Mattarella [non riportabile, NdR], e quindi in quell’occasione Tarantino l’ho visto e sentito più volte, insomma ci siamo stati simpatici. Poi c’eravamo già visti in precedenza e mi ha fatto un sacco di feste in quell’occasione, mi ha detto, quando hai bisogno di me, chiamami.

Luca invece aveva aiutato Marco Giusti nell’occasione della retrospettiva sulla serie a Venezia negli anni 2000, non mi ricordo se era il 2004 [2004, retrospettiva “Storia segreta del cinema italiano – Italian Kings of the B’s”, NdR]. E a quella venne Tarantino a presenziare. Poi lui e Tarantino si erano scritti perché Luca è anche un collezionista di manifesti degli anni ’60. Gli aveva anche mandato dei riferimenti per dei falsi manifesti che abbiamo messo anche nel nostro film. All’inizio l’intervista con lui doveva essere di una ventina di minuti- tecnicamente è nata così, noi abbiamo mandato una troupe a Los Angeles ed eravamo collegati via Skype verso le 11 di sera per via del fuso orario. E sì, finisce oltre le due di notte perché ci ha dato tre ore ed io non credevo ai miei occhi. Ha firmato la liberatoria senza neanche leggerla, è stato veramente generosissimo.

Anche perché in realtà gli abbiamo detto che questa cosa l’avevamo studiata con Nori: lei gli aveva dato gratis un sacco di robe quando lui aveva fatto Django Unchained, non s’era fatta pagare praticamente niente perché aveva riconosciuto il suo amore per Corbucci, essendo Nori, una persona (la conoscevo abbastanza bene) molto generosa, gli ha detto fai quello che vuoi, non ti chiedo una lira. Tarantino era molto dispiaciuto che non fosse più con noi.

Praticamente è diventato così il narratore del vostro film!

Esatto, l’ha chiesto lui, eh! Ha detto: guarda, potete usarmi come scheletro (skeleton)! Ci ha dato questa disponibilità e noi l’abbiamo presa al volo e l’abbiamo sfruttata fino in fondo. Abbiamo utilizzato neanche mezz’ora di quello che ha fatto, ci sono ancora due ore e mezza buone. E poi la consideriamo un po’ la nostra pensione, soprattutto io che alla pensione ci sono vicino: considero tre ore di intervista inedita a Tarantino un buon viatico per la pensione [ride].

Più di una volta, soprattutto quando si parla dell’aspetto politico di Corbucci, Tarantino lancia delle ipotesi che poi si rivelano corrette. Come si inseriscono queste corrispondenze nel montaggio del film e quanto è significativo parlare di politica in merito all’opera di Corbucci?

Lucio Fulci [regista, sceneggiatore e paroliere, NdR], buon anima, diceva che lui, Vivarelli [Piero, regista, sceneggiatore e paroliere, NdR] e Corbucci erano il marciapiede sinistro di via Veneto.

Questa battuta ha due significati: uno che erano di sinistra tutti e tre, no? Tanto è vero che Vivarelli era di Rifondazione, Fulci lo avevano arrestato dopo l’attentato a Togliatti che girava con una mitragliatrice per la vie di Roma… E Corbucci comunque era uno notoriamente di sinistra. Quando è morto il necrologio su Il Manifesto glielo ha scritto Valentino Parlato [tra i fondatori de Il Manifesto, NdR].

Però il marciapiede sinistro nella via Veneto de La dolce vita era anche dove stavano le puttane. Quindi, in realtà, era come dire che loro si prostituivano al cinema perché si divertivano! Non si vergognavano di farlo, però sapevano anche di esserlo. Non erano Citto Maselli [all’anagrafe Francesco Maselli, regista, NdR], non erano militanti severi, ecco, facevano quel cazzo che gli pareva.

Intendi anche quando Corbucci cambiava genere con facilità?

Sì, esatto. E quindi lui ha sempre preso questa cosa con grande divertimento. Come si vede nel film, negli spezzoni delle interviste, attraverso il western parlava del Vietnam, del terzomondismo. Quando ho conosciuto Corbucci ero insieme a Steve Reeves [attore, NdR], lo avevo fatto venire in Italia nell’89, l’anno prima che Corbucci morisse, e avevo organizzato questo incontro a Torino con loro due. C’era anche Gordon Mitchell [attore, NdR] che con Corbucci aveva fatto Bersaglio Mobile.

Insomma erano tutti e tre lì e lui in quell’occasione mi ha raccontato proprio delle prese di posizione politiche molto dure. Parlava di lotta di classe, parlava del consumismo, parla del classismo. Era abbastanza schierato da quel punto di vista.

Quindi, in realtà, quello era comunque un aspetto che volevamo raccontare. Il fatto che se ne accorgesse però un americano [Tarantino, NdR], c’è parso, come dire, la notizia più “ghiotta” sulla quale sfruttare l’argomento. Perché è un conto se una cosa del genere la dice un ex militante della sinistra extra parlamentare com’è il sottoscritto, un conto è se la dice uno dei più famosi registi al mondo. E quindi abbiamo deciso di sottolineare questo aspetto, perché è un aspetto, che in una qualche maniera, serviva da subito a collocarlo in maniera diversa.

Se non ci fosse stato Tarantino come sarebbe stato Django & Django?

Di sicuro questo documentario, anche se Tarantino non ci fosse stato, non sarebbe stato la solita roba delle talking heads: Che bravo, che bello! Quanto era stato sempre bravo, ha sempre fatto cose belle, dove sono tutti uguali, perché mi sembrava una stronzata. Non siamo tutti uguali, come dire (ride), nel senso: ci sono quelli più bravi e quelli meno bravi, in generale.

Corbucci, a differenza di Leone, non sognava l’America. Con il senno di poi, pensi che avrebbe raggiunto lo stesso successo se ci avesse provato?

Guarda, erano molto diversi. Sergio Leone l’ho conosciuto nell’84, era stato tre giorni a Torino, l’avevo invitato per fare un incontro di tre giorni, una specie di full immersion nel suo cinema e lui aveva aderito ed era stato disponibilissimo. Tieni presente che ha fatto un film su Pinelli, eh, documentò Giuseppe Pinelli, cioè, non è che fosse uno di destra, però era uno che era molto self conscious dicono gli americani, no? Cioè, era molto conscio di chi fosse.

La verità era che “Corbuccione” era uno che se le cose piacevano era contento, se non piacevano se ne fregava e ne faceva un’altra.. Ha fatto anche dei film ignobili, eh, lo diceva anche lui: quelli con Terence Hill e Bud Spencer sono brutti! Quelli di Clucher [pseudonimo di Enzo Barboni, NdR] erano molto più interessanti.

Lui era uno a cui piaceva molto lavorare, stare sul set, ecc, gli piaceva essere riconosciuto, ma se tu gli dicevi: guarda che, Bersaglio mobile comunque è una cazzata, a lui stava bene. Poi Bersaglio mobile è un ulteriore nesso tra lui e Tarantino, per immaginarsi il personaggio di DiCaprio ha pensato a Ty Hardin [protagonista di Bersaglio mobile, NdR] che venne in Italia proprio per fare Bersaglio mobile.

È un film di spionaggio tutto girato in Grecia, curioso, no? In cui c’è Gordon Mitchell che ad un certo punto evira una statua greca così, in un impeto di follia, una scena secondo me straordinaria, ed è un film che Tarantino ama molto. Hai capito perché Leone e Corbucci erano molto diversi [ride]?

Quando uscirà il Django & Django in sala, e soprattutto, dove andrà a finire tutto il materiale extra che non abbiamo visto nel film?

Il film uscirà al cinema a fine ottobre con Lucky Red, dovrebbe poi seguire anche il DVD in cui aggiungeremo un sacco di materiale, abbiamo extra anche per farne un altro!

Per altre recensioni dei film in arrivo al cinema, continua a seguire FRAMED. Siamo anche su Instagram Telegram.

Ho una passione smodata per i film in grado di cambiare la mia prospettiva, oltre ad una laurea al DAMS e un’intermittente frequentazione dei set in veste di costumista. Mi piace stare nel mezzo perché la teoria non esclude la pratica, e il cinema nella sua interezza merita un’occasione per emozionarci. Per questo credo fermamente che non abbia senso dividersi tra Il Settimo Sigillo e Dirty Dancing: tutto è danza, tutto è movimento. Amo le commedie romantiche anni ’90, il filone Queer, la poetica della cinematografia tedesca negli anni del muro. Sono attratta dalle dinamiche di genere nella narrazione, dal conflitto interiore che diventa scontro per immagini, dalle nuove frontiere scientifiche applicate all'intrattenimento. È fondamentale mostrare, e scriverne, ogni giorno come fosse una battaglia.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui