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Dolor y Gloria, Pedro Almodóvar (2019) - © Warner Bros Pictures

Quando Dolor y Gloria (2019) ha debuttato al 72° Festival del Cinema di Cannes è sembrato di assistere all’opera testamentaria di Pedro Almodóvar. La più grande, la più intima, la più profonda. Guardando invece verso il titolo successivo, Madres paralelas, tutto rientra forse in prospettiva: sembra infatti essersi aperta una nuova e molto diversa fase creativa del regista. Una fase che riprende il passato per affrontarlo di petto e non più per sfuggirgli.

Prima di scoprire come il melodramma almodovariano si trasforma in qualcosa di diverso – e più politico – in Madres paralelas, facciamo un passo indietro ricordando dove il grande regista ci aveva lasciato nel 2019.

Il dramma potente di Dolor y Gloria

In Dolor y Gloria, Almodóvar già riflette sul proprio passato, sul proprio vissuto e sul futuro del suo cinema. I cenni autobiografici sono evidenti nella storia di Salvador Mallo (Antonio Banderas) ma a essere ancor più autentica è l’emozione che mette in scena. È un dramma potente ed esistenziale, specchio dell’opera e della vita stessa di Almodóvar.

Al tempo stesso è un’opera letteralmente immaginifica, in grado di creare e plasmare – nelle immagini, appunto – la sensazione dei ricordi, anche quelli che non appartengono direttamente allo spettatore.

È un cinema ancora escapista ed erratico, che penetra a fondo nella sensibilità del pubblico quando la dolcezza dei ricordi mostra la sua altra faccia, il dolore. A quel punto, non esiste altra alternativa se non quella di reagire e riprendere il controllo della propria narrazione e raccontarla daccapo come fa Salvador Mallo.

Nel rivelatorio colpo di scena finale, infatti, si concentra il senso ultimo di Dolor y Gloria, che è la rinascita.

Meravigliosa, infine, l’interpretazione di Penelope Cruz e Antonio Banderas. Banderas in particolare incarna e personifica tutto il dolore e tutta la gloria che Almodóvar ha lasciato scorrere nel film. Una catarsi che, ora sappiamo, è servita per arrivare a un nuovo punto della sua carriera.

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Classe 1993, sono praticamente cresciuta tra Il Principe di Bel Air e le Gilmore Girls e, mentre sognavo di essere fresh come Will Smith, sono sempre stata più una timida Rory con il naso sempre fra i libri. La letteratura è il mio primo amore e il cinema quello eterno, ma la serialità televisiva è la mia ossessione. Con due lauree umanistiche, bistrattate da tutti ma a me molto care, ho imparato a reinterpretare i prodotti della nostra cultura e a spezzarne la centralità dominante attraverso gli strumenti forniti dai Cultural Studies.

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