
Hype è la nuova serie di Rai Fiction co-prodotta insieme a Fidelio per Raiplay, con il contributo del PR FESR Lombardia 2021-2027 – Bando “Lombardia per il cinema”. Firmata da Fabio Mollo e Domenico Croce, che dirigono quattro episodi a testa per un totale di otto, è disponibile da oggi su Raiplay.
Un “quartiere maledetto”, quello di QT8 (Quartiere Triennale 8 a Milano), dove i sogni vengono soffocati dalla realtà e i protagonisti, un gruppo di amici che cerca di farsi spazio nello spietato mondo discografico e della musica rap, rimane in bilico tra l’essere e il dover essere, alla ricerca costante di una svolta, di un futuro che non sia già stato scritto per loro. Con la partecipazione straordinaria di Ernia come attore e voce narrante della serie ad apertura di ogni episodio, Hype parla alle nuove generazioni, cercando di farsi ascoltare anche da quelle più grandi.
La regia di Hype è condivisa da te e Fabio Mollo, ma entrambi rispettate una visione unica, è stato complicato riuscirci?
Io e Fabio ci siamo divisi gli episodi in quattro e quattro e di fatto abbiamo lavorato poi separatamente sul set, anche se capitava che uno andasse a trovare l’altro mentre stava girando. Secondo me quello che ha contribuito maggiormente a creare una visione unica dell’intera messa in scena è che abbiamo condiviso al cento per cento l’intera preparazione: la fase preliminare a partire dai provini, fino alle ultime battute e poi delle prove, anche le riunioni con il direttore della fotografia.
Abbiamo fatto più di due mesi di preparazione. Quando siamo andati a Milano, nella sede della Lombardia Film Commission, lavoravamo in questa grande stanza dove da un parte c’era la regia, dall’altra la produzione, e da una parte scenografia, e poi c’era uno stanzone con tutta la costumeria. Eravamo tutti in questo posto enorme su un piano unico, e le riunioni le facevamo insieme, come le call.
Anche quando facevamo le prove con gli attori di scene relative a puntate mie o a puntate sue, spesso partecipavamo alle prove dell’altro: si era ormai creata una situazione di stima e di fiducia reciproca, per cui non avevamo paura di dare suggerimenti o di chiedere semplicemente qualcosa se ci trovavamo nella condizione di farlo.
In Hype ci sono costantemente due generazioni a confronto, ma a nessuna delle due è attribuita la colpa di ciò che succede.
Per nostra scelta, ma soprattutto anche degli autori, non c’è mai un vero e proprio giudizio, né da una parte né dall’altra. Chiaramente Hype è costruita per volontà del broadcaster stesso, in questo caso Rai Fiction, come un prodotto destinato principalmente a un pubblico giovane, quello dei teenager e della Gen Z, però con molta franchezza noi ce lo siamo detti sempre: se c’è la possibilità anche di parlare anche a una generazione più grande, ben venga.
Personalmente credo che ce la faccia, a parlare anche ai genitori; il rapporto genitori-figli è presente da subito, e da subito si crea questo doppio piano fra i tre protagonisti e i loro genitori.
Scegliete di mettere in scena la vita più privata, quella delle conversazioni su Whatsapp, dei messaggi, quanto è importante per i personaggi?
La storia sta molto più sui protagonisti che sulla volontà di raccontare per forza una storia di riscatto sociale, oppure di genere crime, o un dramma famigliare, sebbene poi lo faccia.
Quello che Salvatore, Libero, Giulio e Gemma (Libero Pastore, Gemma Pistis, Giulio Lepri e Salvatore De Mola, alla scrittura del progetto, ndr) si erano proposti era di raccontare principalmente tre ragazzi, e quindi credo che la composizione poi delle scene derivi principalmente da questo. È necessario vedere come si relazionano i personaggi, anche i ragazzi con i loro genitori.
Inizialmente Hype sembra un racconto di solitudini, invece poi emerge un forte senso di comunità, tra i ragazzi specialmente.
Al contrario di quello che invece c’è tra i genitori, a parte i personaggi di Carlo e Daniela, che lavorano insieme ma soprattutto che hanno avuto anche un trascorso sentimentale, mentre Massimo, che rappresenta la media borghesia, il papà di Anna, vive da solo e principalmente al di fuori anche di QT8.
Perché la scelta di raccontare proprio QT8?
Fondamentalmente perché è il quartiere da cui proviene e dove è cresciuto anche Ernia, e in cui è nato e cresciuto anche uno degli autori che è Libero, da cui poi effettivamente è scaturita la scintilla del progetto. Diciamo che la scelta del quartiere era un po’ obbligata, già nella testa di Libero stesso che ha pensato la storia; quindi nell’ambientazione, e anche a livello di gusto, c’è una forte componente autobiografica.

Cosa rappresenta la presenza del bianco e nero che lentamente si colora all’interno degli episodi?
Non ci sono state grandi riunioni al riguardo, dove tirar fuori tutte le nostre idee riguardo il linguaggio, alla messa in scena, ma avendo condiviso tantissimo la preparazione, quando con Fabio ci siamo ritrovati a parlare con il direttore della fotografia, Michele Brandsetter, era come se le nostre idee fossero in simbiosi. L’unica cosa che sapevamo era che un po’ di bianco e nero ci sarebbe piaciuto, lo pensavamo a prescindere perché visivamente è insito nel linguaggio del rap, soprattutto negli anni ’90. Tanti videoclip rap sfruttavano il bianco e nero per accentuarne quella pasta un po’ cruda, creando una divisione netta, che è ciò che ha rappresentato anche in quegli anni come genere musicale.
Inizialmente Michele ci fece una proposta su cui poi siamo andati a ragionare: realizzare tutti gli interni a colori e gli esterni in bianco e nero, sebbene fosse una scelta impegnativa, ma anche audace, ci siamo poi concentrati su questo bianco e nero. A livello di sceneggiatura sapevamo già che gli episodi iniziavano con il voice over di Ernia, che dava la voce del quartiere, che guarda la vita di questi ragazzi. QT8 diventa un personaggio che possiede la sua voce e quindi ci siamo detti che il suo sguardo doveva essere diverso rispetto a quello del resto della storia, ovvero in bianco e nero.
La collaborazione con Ernia com’è andata?
Con Ernia è stato fantastico. Basti pensare che nel 2019, prima della pandemia, quando Libero scrisse un primissimo concept insieme a Giulio Lepri, glielo inviò su Instagram, Ernia lo lesse e lo fece leggere poi a Ciro Buccolieri, il produttore musicale responsabile di Thaurus, firmò anche una lettera d’intenti e anche grazie a quella convinsero poi Fidelio a mantenere l’opzione della serie e a farsi forza per portarla a Rai Fiction. In qualche modo ha fatto subito parte di Hype dalla nascita della serie stessa.
Nel momento in cui siamo arrivati poi a Milano ci ha assistito parecchio, facendoci conoscere dei suoi amici, uno in particolare che è cresciuto con lui nel QT8 e che ci ha accompagnato, sebbene avessimo già fatto dei sopralluoghi, in posti che non avevamo visto, guidando i nostri occhi verso certe dinamiche che solamente una persona che ci è nata e cresciuta poteva conoscere.
Matteo (Ernia, ndr) ha partecipato anche ai training di canto, ha fornito la sua vocal coach e ha dato dei bei consigli ai ragazzi che, seppur con una grande passione per il genere rap, non lo avevano mai trattato in maniera professionale. Io e Fabio l’abbiamo anche interpellato direttamente su questioni più estetiche, vedendolo quasi come un garante per la fedeltà alla rappresentazione di quel mondo, che volevamo evitare a tutti i costi di scimmiottare. Ci ha aiutato anche con le prove costume degli attori, perché sapeva benissimo cosa un ragazzo di QT8 avrebbe indossato o meno.
Hype esce venerdì 31 ottobre, su Raiplay, è diretta da Fabio Mollo e Domenico Croce e coprodotta da Rai Fiction e Fidelio con il contributo del Mic e con il sostegno della Regione Lombardia PR FESR 21-27.
Continua a seguire FRAMED. Siamo anche su Facebook, Instagram e Telegram.






