
Recitare è sempre un atto totalizzante, ci dice Edoardo Purgatori. Il segreto però è farlo divertendosi, scrollandosi di dosso le troppe aspettative, imparando a godere di quell’attimo irripetibile, di intensa e potente emozione, che emerge appena prima di salire sul palco, o del Ciak, azione!
Di recente abbiamo visto Edoardo Purgatori in Diamanti, il grande successo di Ferzan Özpetek, e ancora prima in due degli esordi alla regia più belli e interessanti dei mesi scorsi, Romantiche di Pilar Fogliati e Flaminia di Michela Giraud. A gennaio è stato alla Sala Umberto con Il professionista di Tommaso Agnese e presto lo vedremo sul palco in due nuovi spettacoli, importanti per il loro tema e la loro audacia.
A raccontarli a FRAMED è Purgatori stesso, che abbiamo incontrato alla prima edizione di GOGA Film Festival a Roma, dove ha tenuto anche una masterclass di recitazione dal titolo Recitare la verità. Proprio come ha raccontato e spiegato, però, la recitazione non è un percorso di scoperta della verità, è più un processo di conoscenza di sé, del proprio lavoro, dei limiti superati e di quelli da superare. E di una “qualità della solitudine” di cui in questo mestiere bisogna aver cura.
Edoardo, cosa significa quindi oggi per te, come attore, questa “qualità della solitudine”?
È qualcosa che sta cambiando parecchio, specialmente nell’ultimo periodo, perché sono riuscito a liberarmi di tutta una serie di ansie rispetto a un’aspettativa, rispetto a un giudizio, rispetto a tante cose che penso tutti gli attori abbiano. Sono più sereno a stare in solitudine, è una cosa su cui sto lavorando tanto e mi piace sempre di più, perché più vado avanti, più sono interessato a quello che scelgo di non fare rispetto a quello che faccio, a ciò che è veramente essenziale per raccontare quello che sto per fare o dire. Le ansie e le paure penso che resteranno sempre, però non mi pongo più di fronte al mio lavoro come se ogni volta venisse messa in discussione la mia persona. È il mio lavoro, continuo a farlo nonostante tutte le mie paure, nonostante tutti i dubbi, che poi penso abbiano tutti e che credo sia anche giusto condividere, specialmente quando si fa qualcosa di artistico.
Qualcosa di artistico, parlando della tua carriera, racchiude più cose. Fai teatro, TV, cinema: c’è qualcosa che in questo momento preferisci?
Sto lavorando da tempo a diversi soggetti per film e per il teatro. Andando avanti, sicuramente, mi piacerebbe esplorare la regia teatrale, forse anche cinematografica, se c’è una storia che sento di voler raccontare. Non voglio però cambiare troppo, resto comunque un attore e sicuramente fare l’attore è qualcosa che oggi sto riscoprendo rispetto un certo divertimento che sto provando nel farlo. Tornando alle paure e ai dubbi, oggi mi sento invece molto più libero di divertirmi in quello che faccio. E quindi lo faccio meglio, penso.
Hai recitato in due esordi alla regia: Romantiche e Flaminia. Come è stato essere diretto da due giovani registe all’opera prima, che di solito è sperimentale, personale?
È proprio quello l’aspetto più interessante, secondo me, il fatto che fossero film personali e due opere prime di due persone che stimo sia umanamente che professionalmente. Mi sono messo molto a disposizione, al servizio delle storie che, per motivi diversi, Pilar e Michela sentivano il bisogno di raccontare. Anche con la pressione dell’esordio, la bellezza è stata proprio nel coinvolgimento, nella cura, nella preparazione, proprio perché entrambe tenevano molto a ciò che stavano facendo. Da un punto di vista creativo ci siamo sempre divertiti molto, senza soggezione. Abbiamo fatto molte prove, che è sempre un bene, perché più provi più hai possibilità di sviscerare, di andare in profondità e fare delle scelte meno banali. Su quei set ho sentito di poter dire la mia e di poter esser essere ascoltato non solo da una prospettiva attoriale, ma umana.

All’opposto, come è stato lavorare più volte con un regista già acclamato come Ferzan Özpetek?
Con Ferzan abbiamo fatto La dea fortuna, poi Mine Vaganti a teatro, Le fate ignoranti, la serie, e adesso Diamanti. Ho amato molto il teatro, perché c’è più condivisione, non è come il set che, dopo aver girato, ognuno torna alla propria vita. È una dimensione diversa. Abbiamo trascorso venti giorni di prove tutti insieme a Caserta ed è stato anche un modo per conoscerci. Lavorare con Ferzan in effetti è sempre bello, proprio per la sua capacità, rispetto a tanti altri, di creare un’atmosfera, un gruppo che è vero, con una bella sintonia umana che sfocia in quella professionale e viceversa.
Cambia qualcosa nel tuo approccio alla recitazione tra un ruolo in un film corale e un’ora su un palco a teatro?
No, cioè l’approccio è sempre totalizzante per quanto mi riguarda. Penso a Viola Davis in Doubt, accanto a Philip Seymour Hoffman e Meryl Streep. Aveva solo due scene e per quelle scene è stata candidata all’Oscar. Penso sia giusto, in generale, sapere quale sia il proprio ruolo all’interno della storia che si sta raccontando. È più importante rispetto al voler, semplicemente, avere più spazio. L’approccio però è sempre lo stesso, se lavori con Özpetek o con un regista sconosciuto, su un cortometraggio o una pubblicità. Se un attore è in grado di portare la recitazione sempre a un certo livello, fino a influenzare l’ambiente, prima o poi sarà messo nelle condizioni di poter esprimersi di più, di raccontare di più.
A proposito di cortometraggi, il prossimo in cui ti vedremo è The Old and the New di Luca Ferrara. Cosa puoi anticipare?
È un corto molto bello, girato in pellicola e in bianco e in nero. Quando si gira in pellicola, e per me è stata la prima volta, c’è meno possibilità effettivamente di girare, di sbagliare, perché costa di più. Tutti sono più attenti sul set, per evitare gli sprechi, e quest’attenzione è qualcosa che mi piace molto. La storia che abbiamo raccontato nel corto è ambiziosa ma molto bella. È l’ultimo giorno prima che finisca il mondo, quindi il racconto delle ultime 24 ore di alcuni personaggi, tra cui il protagonista, che sarei io. Uno scrittore che ha il desiderio, la necessità, di lasciare qualcosa di sé.
Non è la prima volta che lavoro con Luca Ferrara, è un amico. Ci siamo confrontati molto, anche perché dallo scambio nasce ciò che ti permette portare sullo schermo la visione del regista nel modo migliore possibile. Quando si parla di corti però si tratta di tre, quattro giorni di lavoro, anche se molto intensi e ovviamente c’è sempre la voglia di fare di più. Spero di riuscire presto a fare anche la sua opera prima.
A teatro, invece, sei stato da poco alla Sala Umberto di Roma con Il professionista. Ci sarà una tournée o ti dedicherai a nuovi progetti?
Mi piacerebbe proseguire con lo spettacolo di Tommaso (Agnese, ndr), perché mi sono divertito molto in quel ruolo, anche a cantare e a ballare, cose che di solito non faccio. Sarebbe bello ritornarci, forse l’anno prossimo. Ad aprile però faremo uno spettacolo che si chiama Le agitate, di Orazio Schifone, che è la storia del Santa Maria della Pietà, cioè il vecchio ospedale psichiatrico a Roma. Raccontiamo la storia del reparto in cui c’erano appunto le agitate, che erano tutte donne e che purtroppo, per l’approccio di quel periodo, subivano l’elettroshock. Spesso non erano persone malate, dal punto di vista psichiatrico. Erano per esempio lesbiche o persone non conformi al ruolo della donna e alle aspettative sociali di quegli anni.
A settembre mi aspetta invece una grande tournée con Brokeback Mountain, la versione del West End, con Malika Ayane che canterà. Non è un musical ma ci sarà la musica dal vivo come accompagnamento alla storia. Io interpreto Ennis, il personaggio di Heath Ledger. Filippo Contri è Jack (il personaggio di Jake Gyllenhaal, ndr) e la regia è di Giancarlo Nicoletti. Faremo una bella tournée in Italia, per due anni, ed è sicuramente uno dei ruoli più interessanti che mi sono capitati per le mani ultimamente, anche come storia d’amore. È proprio devastante, una delle più belle, forse ai livelli di Romeo e Giulietta per certi versi. La nostra sfida sarà portare in Italia quel mondo di cowboy, tra Missouri e Nebraska, senza fare l’americanata, ma raccontando una storia universale.

E una tournée di due anni è rara ma è un buon segno. Al cinema, al contrario, si è appena vissuto un anno tragico, con molte produzioni ferme. Come l’hai vissuto?
Non nego di non riconoscermi affatto nelle decisioni prese dal governo Meloni, dal precedente ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano o nell’attuale (Alessandro Giuli, ndr). Quello che è successo dopo il Covid, però, è stato un approccio molto pratico. L’Italia ha investito molti soldi per far ripartire un’economia e un’industria che ha salvato molta gente durante la pandemia. Per questo sono stati prodotti 300-400 film, anche a discapito della qualità. Siamo arrivati ai livelli produttivi dei tempi d’oro, degli anni Sessanta e Settanta, perché 400 film all’anno sono un’enormità.
Si sapeva che sarebbe scoppiata quella bolla, però far saltare di un anno tutti i contributi selettivi e cambiare la legge sul tax credit è stato qualcosa che ha scientemente messo in ginocchio l’intera industria. Molte persone si sono dovute reinventare un mestiere. Per quel che riguarda me, mi ha salvato il film di Ferzan e il teatro, e il fatto che avessi lavorato tanto negli ultimi anni. A marzo comunque ci sarà un’udienza che dovrebbe sbloccare la situazione e siamo tutti in attesa che il cinema riparta (l‘udienza pubblica del Tar del Lazio, per il ricorso di un gruppo di produttori contro il decreto di riforma del tax credit è prevista per il 4 marzo 2025, ndr).
Cosa ti auguri perciò nel prossimo futuro?
Da un punto di vista lavorativo, per fortuna, so dove sarò più o meno nella mia vita da qui all’anno prossimo. Vorrei però sicuramente anche esordire con l’opera prima che ho scritto insieme ad Alessandro Prete e quindi fare un film da protagonista, scritto da noi e con la sua regia. Vorrei poi anche lavorare all’opera prima di Luca Ferrara e produrre a teatro uno spettacolo su cui stiamo lavorando io, Lorenzo Tamburrino e Giuditta Vasile. È una storia molto bella, però al momento per un discorso di diritti, non posso aggiungere altro. Sono questi gli obiettivi a breve termine.
Partecipi già attivamente agli eventi in memoria del lavoro di tuo padre, Andrea Purgatori, come giornalista e autore, pensi che in futuro proverai che proverai a raccontarlo anche su un palco o in altro modo?
Fare un documentario è qualcosa che ci è stato già proposto e che abbiamo pensato, ma è anche qualcosa per cui, secondo me, è ancora troppo presto. Stiamo per affrontare un processo, perciò anche in accordo con mio fratello e mia sorella aspetteremo che quell’aspetto si concluda definitivamente, per non influenzare né la parte artistica né quella giudiziaria. Detto questo, con i parenti delle vittime di Ustica stiamo pensando di collaborare alla fondazione di una borsa di studio, magari per giovani giornalisti d’inchiesta, o anche sceneggiatori tramite l’Associazione 100 autori, per sostenere un mestiere sempre più difficile. Nostro padre è sempre stato attivo e si è sempre battuto per queste cose, perché ci credeva profondamente. Con i tempi giusti, quindi, faremo anche questo.
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