El Paraìso, I Wonder Pictures. Cr. Matteo Graia
El Paraìso, I Wonder Pictures. Cr. Matteo Graia

Il 6 giugno arriva in sala El Paraíso di Enrico Maria Artale. Il film è stato presentato al Festival del cinema di Venezia80, aggiudicandosi il Premio Orizzonti per la Miglior Sceneggiatura a Enrico Maria Artale e il Premio Orizzonti per la Miglior Interpretazione Femminile a Margarita Rosa De Francisco.

Sinossi

El Paraíso è un film sulle relazioni e su una crisi identitaria. E ancora, un film sulla Colombia e la droga. È la storia di Julio Cesar (Edoardo Pesce), un uomo di quasi quarant’anni che vive con la madre di origini colombiane (Margarita Rosa de Francisco) in una casa alla foce del Tevere. Enrico Maria Artale costruisce un lungometraggio su questo rapporto difficile, tra due esseri umani che vivono in simbiosi, che lavorano, che si divertono, che mangiano (addirittura lei si fa tingere i capelli dal figlio), praticamente fanno qualsiasi cosa, soltanto assieme. Relazione che però con l’arrivo di Ines (Maria del Rosario), giovane corriere della droga, giungerà a una situazione di stallo.

Il rapporto madre-figlio

Il regista a Venezia 80 ha detto: “Questo film è una storia d’amore tra una madre e un figlio. È il racconto quasi mitologico di un legame basato sul sangue che ho tentato di sottrarre al giudizio, senza voler stabilire se ciò che unisce profondamente i due protagonisti sia un atto di amore, più forte delle convenzioni sociali, o un atto psichico disfunzionale che dimostra l’impossibilità di accettare una naturale separazione”.

Ebbene, questa storia, che sembrerebbe essere nata da una suggestione, quella di Edoardo Pesce, riesce nell’intento di esaminare in maniera peculiare il complesso legame che unisce questa madre a questo figlio (sia Pesce che De Francisco si sono rivelati, ancora una volta, attori favolosi e credibilissimi).

Il viaggio alla scoperta delle proprie radici

Ancora Artale: “La vera origine in El Paraíso è la madre, e l’identità non è prestabilita ma è una identità emotiva e più profonda”. Si, è così. Il regista che ha detto di essere sempre stato attratto dalle cose marginali, il cui cinema è internazionalissimo (alleluia), nell’ultima parte del film guida Julio, solo, alla ricerca di questa identità colombiana che scorre nelle vene di sua madre e dunque anche nelle sue.

Così il protagonista di questa storia compra un biglietto per Cali dove chiederà aiuto alla ritrovata Ines per portare a termine la sua missione. Qual è? Raggiungere El Paraiso, terra natale di sua madre. Arriverà o non arriverà a destinazione? Ma anche chi se ne importa. Tanto Julio, ballando il merengue in un bar qualunque nella notte di una città colombiana, con la mano appoggiata saldamente sul ventre, si renderà conto che sua madre e la sua terra sono dentro di sé.

El Paraìso, I Wonder Pictures. Cr. Matteo Graia

La Colombia tra merengue e droga

Questo è un film coraggioso, che tra merengue e narcotraffico non ha paura di mostrare, a partire dalla cocaina, passando per una liason inquietante tra un genitore e un figlio (in una scena Julio Cesar farà indossare un abito di sua madre a una prostituta), portando sul grande schermo persino esigenze fisiologiche, disvelate senza inibizioni.

El Paraíso guarda al cinema di Larraín, gode della musica di Nicolas Jaar, ricorda, seppur Artale abbia detto di non averlo visto, Alejandro González Iñárritu e il suo Bardo, con quella ricerca di sé e della Terra da parte di un uomo messicano emigrato in America che torna nella sua casa natale (che è poi la biografia dello stesso regista). Ma se a colpirci di El Paraíso è stata una fotografia impeccabile e un serissimo rispetto verso il racconto, ciò che resta difficile è mantenere alta l’attenzione durante la visione, anche se solo per poco meno di due ore.

Sorge poi un’altra riflessione spontanea che esula un po’ dalla visione del film: ma perché tutti ci raccontano sempre del legame che c’è tra la Colombia e la droga? Ma sarà mica che oltre ai “cartelli” di questo Paese ci sia ben altro da raccontare?

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