Elvis
Elvis Presley, 1958 - Credits: Wikimedia Commons

Una piovosa giornata di gennaio, in un ospedale non lontano dalle rive del Mississippi, la giovane Gladys riceve la notizia direttamente dal medico: solo uno dei due gemelli che portava in grembo è sopravvissuto al parto. 

Garon e Aaron i nomi ebraici di quei due gemellini, divisi da un destino tremendo che non si ferma alla morte del primo, ma va oltre, determinando in qualche modo la vita del secondo. Perché Gladys inizia con Aaron un gioco educativo perverso, paragonandolo a Garon, il fratellino morto, e additandolo come il gemello cattivo sopravvissuto ingiustamente a quello buono.  

Siamo alla metà degli anni ’30 dello scorso secolo, nel profondo Sud degli Stati Uniti, bigotto e culturalmente arretrato, e Gladys non ha la benché minima idea di cosa possa provocare nella mente di suo figlio. Probabilmente non pensa affatto quel che gli dice: non c’è alcuna cattiveria nelle sue parole, solo una sconsolante ignoranza. 

In fondo, Gladys gli vuole bene, lo ama, e lo stringe a sé in un affetto addirittura smodato, quasi una dipendenza.

Tanto che un giorno, a 17 anni, Aaron passa per la celebre Union Street di Memphis e si accorge di una cabina di registrazione fai da te. Forse, come noi, Aaron non ne ha mai vista una, ma capisce che quella specie di box per fototessere, gli permetterebbe di registrare un disco, un 33 giri che ha ben chiaro in mente a chi regalare. Aaron è poco più che un adolescente, anche se già lavora per aiutare la famiglia disastrata, e nelle tasche ha giusto quei 4 dollari utili per registrare un disco che non servirà a dichiarare il suo amore segreto a una ragazza, ma a sua madre. 

È quella la prima volta che Aaron entra in una sala di registrazione. Ed è forse l’ultima che ci entrerà con quel nome, perché dopo qualche anno tutti, ma proprio tutti, lo conosceranno col nome di Elvis.

La spontaneità della ribellione

Quel box di registrazione in cui entra, solo con la chitarra che sua madre gli aveva regalato 6 anni prima, è di proprietà della Sun Records. È una piccola casa discografica che farà la storia del blues, ma che in quel momento sta cercando un nuovo sound, qualcosa che sfrutti gli imminenti cambiamenti della società americana. La fine della seconda guerra mondiale, infatti, ha portato negli USA un benessere capace di creare una nuova categoria sociale, quella dei giovani. Un vero e proprio soggetto di mercato con una ricchezza che si offre apertamente a un nuovo bisogno, il divertimento.  A questo scopo il blues deve uscire dalla ghettizzazione afroamericana e diventare un sound di massa da proporre anche ai bianchi: questa è l’idea del proprietario della Sun Records, Sam Philips.

E grazie proprio a quel rozzo, innocente disco inciso da Aaron per sua madre, Sam Philips trova l’uomo in grado di realizzare quell’idea: Elvis Presley.

Ai primissimi cocerti, quando ancora è un fenomeno provinciale inconsapevole della propria potenzialità, Elvis chiede alla sua band perché mai quelle ragazzine tra il pubblico gridino come possedute quando canta. Qualcuno gli risponde sorridendo: ti sei reso conto di come muovi il bacino sul palco?

Se ne rende conto, prima di tutti, il Colonnello Tom Parker, il primo manager della storia della musica. Uno che capisce immediatamente quanto Elvis sia voce e, soprattutto, immagine. Uno che sa trasformare in oro qualsiasi cosa tocchi, anche la fragilità emotiva che Elvis si trascina dietro.

L’eccesso e la retromarcia in TV

Il Colonnello gli organizza una prima esibizione di fronte alla platea più estesa che si possa ottenere in quel momento: la televisione. Elvis deve soltanto fare ciò che gli viene naturale fare, cantare come sa e muoversi come riesce solo lui, con quel bacino ondulante, quelle gambe piegate e quell’asta del microfono trascinata come il corpo provocante di una donna. Il resto viene da sé: l’attrazione e la repulsione, l’identificazione e lo stupore, l’entusiasmo e le critiche, l’idolatria e le condanne. Tutto quello che scatena naturalmente chi fa qualcosa che nessuno ha mai fatto prima.

Di fronte a milioni di spettatori connessi alla TV, Elvis esprime una spontanea trasgressione giovanile cantando Hound Dog, un rock’n’roll il cui testo banale a proposito di un cane domestico viene trasformato dai movimenti del corpo di Elvis in un ambiguo riferimento sessuale.

Eppure, una volta spente le telecamere e assistito alle reazioni del pubblico, Elvis torna improvvisamente ad essere il piccolo Aaron nelle cui orecchie echeggiano le parole di sua madre ogni volta che faceva un capriccio: “tu sei il gemello cattivo”.

È difficile immaginare, da adulti, cosa si scateni nell’animo di un bambino di fronte a quelle parole. Qualcosa lo possiamo intuire dalla reazione di Elvis alla sua prima esibizione televisiva: torna una seconda volta in TV con lo stesso brano, stavolta vestito come un giovane alla prima comunione, immobile di fronte all’asta del microfono che non sfiora neppure con un dito, accanto a un cane al quale si rivolge cantando.

La massima autoflagellazione del divo

Il divo è la figura umana più vicina alla divinità, quell’unico essere, mortale e sacro al tempo stesso, al quale è tollerato ogni gesto, anche il più eccessivo. Ma questa assoluta libertà ha un prezzo altissimo: incarnare la tragedia dell’esistenza di tutti gli uomini, la condanna stessa dell’umanità. 

Nel 1955 Elvis è un divo. 

Attraverso la musica, si lancia verso una modernità sconosciuta, rompe qualsiasi schema con l’irrefrenabile spontaneità giovanile che fino a quel momento era stata socialmente repressa. E si trascina dietro tutte le nuove generazioni, liberandole e liberando l’intera società, aprendola al suo futuro. Elvis è un divo, almeno fino al 1958. 

All’inizio di quell’anno è all’apice del successo e della trasgressione. Dopo un’esibizione, di fronte a fotografi e telecamere, getta a terra il celeberrimo cartonato del cane con la testa nel fonografo, simbolo commerciale della musica del ‘900, e ci si butta sopra come a farci l’amore.

Ancora una volta, forse, torna la voce di sua madre Gladys e l’ombra del suo gemello Garon. Una mattina di marzo, si presenta puntuale alla caserma militare di Memphis per arruolarsi nella US Army. 

Una scelta che lo strappa radicalmente dallo show business per due lunghissimi anni. 

Anni in cui si spoglia i suoi sfarzosi vestiti da rockstar e indossa quella comune, monotona uniforme, perdendosi in mezzo agli altri vestiti uguali nelle caserme dell’Arkansas e della Germania.

Anni in cui, nel frattempo, senza di lui, il mondo continua a cambiare, proseguendo quella stessa rivoluzione che lui aveva iniziato. 

E anni in cui, dentro di lui, qualcosa irrimediabilmente cambia. Conosce Priscilla, la ragazza che sposerà, e conosce l’anfetamina e la morfina, le droghe che lo spegneranno. Ma, soprattutto, muore sua madre Gladys, malata di epatite.

Il ritorno, la conservazione del mito: la decadenza 

Nel 1960, finalmente, i suoi superiori firmano il congedo. Elvis Presley torna in quella società civile che aveva incendiato prima di allontanarsi. E torna sulle scene. O almeno prova a tornare.

Perché non sembra più nemmeno un animale in gabbia, ma un animale stordito dai tranquillanti: tristemente innocuo. È l’ombra dell’Elvis che era, un’ombra che cerca, tuttavia, di continuare a manifestarsi con il suo peso, come a ricordare al mondo che cambia chi sia stato ad iniziare quel cambiamento.

Ma tutto corre più veloce di lui, ormai, rallentato dai farmaci e dal peso del mito. Non fa niente di nuovo e accetta di fare tutto: recita in ogni film che gli propongono e canta qualsiasi cosa gli propinino.

Si chiude nella sua lussuosissima dimora, Graceland, come in una fortezza, protetto dai suoi uomini e medici, fedelissimi e compiacenti, come un re ossessionato dal suo stesso potere. O immerso nella sua insondabile depressione.

Di tanto in tanto, una carovana di auto esce dai cancelli dorati scortando un’infinita limousine: Elvis va a Las Vegas per qualche esibizione milionaria. Vestito di collane di diamanti e frange d’argento, il fondotinta esagerato sotto grossi occhialoni d’oro, è ormai un’esasperata imitazione di se stesso, la personificazione del kitsch al limite estremo del trash.

Elvis non ha ancora compiuto 40 anni, ma ha già smesso di vivere e, forse, anche di sopravvivere. 

Nel ’73, stremata dal suo isolamento depressivo, Priscilla lo lascia. Eppure lui, come risvegliato dal dolore, incide uno struggente capolavoro che le dedica, Always on my mind, dimostrando che il suo talento ancora sopravvive, sommerso da qualche parte. 

Come lo si può vedere anche nel suo ultimo concerto, nel 1977. Elvis è gonfio, rallentato, sudato, lo sguardo a tratti ottenebrato dalle medicine e il respiro affannato: un componente della band gli regge il microfono e attorno al collo, sotto lo sgargiante vestito bianco e oro, ha un umido asciugamano. 

Eppure la sua voce è toccante per lo sforzo che chiede al qcorpo e per il modo in cui questo, nonostante tutto, ancora gli risponde, permettendogli di toccare note quasi perfette. E, a volte, di sorridere sorpreso. 

Ma forse lo sa lui, come lo sa chiunque lo veda: Elvis era altro. Per certi versi, quel gemello cattivo sopravvissuto all’altro, buono. Ed è doloroso vederlo e vedersi così. 

Qualche settimana dopo, Elvis muore nell’isolamento del suo eremo dorato, a Graceland. 

Fuori di lì, nel mondo, sta incendiando una nuova rivoluzione musicale, artistica e sociale, il punk. Qualcosa che, forse, senza quel gemello cattivo non sarebbe mai potuta accadere. 

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Chiamatemi pure trentenne, giovane adulto, o millennial, se preferite. L'importante è che mi consideriate parte di una generazione di irriverenti, che dopo gli Oasis ha scoperto i Radiohead, di pigri, che dopo il Grande Lebowsky ha amato Non è un paese per vecchi. Ritenetemi pure parte di quella generazione che ha toccato per la prima volta la musica con gli 883, ma sappiate che ha anche pianto la morte di Battisti, De André, Gaber, Daniele, Dalla. Una generazione di irresponsabili e disillusi, cui è stato insegnato a sognare e che ha dovuto imparare da sé a sopportare il dolore dei sogni spezzati. Una generazione che, tuttavia, non può arrendersi, perché ancora non ha nulla, se non la forza più grande: saper ridere, di se stessa e del mondo assurdo in cui è gettata. Consideratemi un filosofo - nel senso prosaico del termine, dottore di ricerca e professore – che, immerso in questa generazione, cerca da sempre la via pratica del filosofare per prolungare ostinatamente quella risata, e non ha trovato di meglio che il cinema, la musica, l'arte per farlo. Forse perché, in realtà, non esiste niente, davvero niente  di meglio.

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